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Alessandra Mammì
Leggi i suoi articoliCome si può raccontare la storia della fotografia italiana in sole 15 fotografie da scegliere fra l’incalcolabile numero di immagini prodotte dalla metà dell’Ottocento ad oggi? Di certo è necessario conoscere benissimo la materia e poi avere una memoria di ferro. Qualità che evidentemente non mancano ad Alessandra Mauro, storica della fotografia, editrice, curatrice e studiosa non solo della materia ma anche della microstoria della medesima, compresa l’evoluzione dei metodi espositivi delle mostre fotografiche che raccolse in un prezioso e originale volume Photoshow (ed. Contrasto, Roma 2014). Un’impresa complessa ma più facile rispetto al dover navigare nel mare magnum di fotografie attraverso due secoli, pescare poche iconiche immagini e poi costruire un libro che abbracci storia patria e storia della fotografia. Ci voleva un metodo, anzi due, e quelli scelti da Alessandra Mauro sono dichiarati nei titoli: quello della prefazione, «Un album di famiglia», e quello del volume, Aprire lo sguardo, appena uscito per le edizioni Garzanti.
«Quando ci troviamo a sfogliare un album di famiglia, scrive l’autrice, siamo presi da una grande curiosità per tutte le fotografie che troviamo disposte in sequenze più o meno ragionate…tutte queste immagini si succedono in un unico nastro e si completano a vicenda in una narrazione che ricostruisce, struttura e, a volte, crea il nostro passato».
Un passato corale e collettivo che riemerge esattamente come scorrendo un album di famiglia, quando ci si ferma ad ogni fotografia a raccontare piccole grandi storie con i ricordi di ambienti e città, i caratteri di parenti e compagni di strada, le scelte che hanno cambiato il corso della vita, finché poi il discorso si allarga abbracciando tutto quel che accadeva intorno, stimolando riflessioni e nuove interpretazione del passato. «Aprire lo sguardo», appunto. Il secondo viatico per scrivere e anche leggere questo libro. Presi per mano da 15 fotografi che vanno dal paesaggista e dagherrotipista Giacomo Caneva, autore di un trattato a metà Ottocento sulle preistoriche tecniche fotografiche, fino a Diana Bagnoli, che nel 2025 immortala uno scalmanato gruppo di ragazzine armate di smartphone per catturare il passaggio di papa Francesco a San Pietro, e infine passando per i più grandi nomi della fotografia italiana (Mario Giacomelli, Ugo Mulas, Gianni Berengo Gardin, Luigi Ghirri, Letizia Battaglia, Ferdinando Scianna, Mimmo Jodice e Gabriele Basilico): ecco il grande Album di Famiglia d’Italia. Ne emerge un Paese complesso e sfaccettato, diviso fra la dolcezza di un paesaggio alpino, che diventa spunto per raccontare vita e poetica di uno dei più intensi protagonisti del libro (Luigi Ghirri), e il corpo insanguinato di un morto per mafia, con Cristo tatuato sulla schiena: icona degli anni più duri e brutali di Palermo che videro Letizia Battaglia testimoniare con il suo obiettivo una vera e propria guerra civile, che vorremmo dimenticare e che invece le sue immagini rendono eternamente presente alla nostra memoria.
Ferdinando Scianna, «Marpessa. Caltagirone, 1987». © Ferdinando Scianna
Mimmo Jodice, «Atleta della Villa Papiri», 1986. © Mimmo Jodice
Ogni capitolo di questo libro è un racconto che vive in autonomia, permettendo al lettore di saltare da un’immagine all’altra, da una storia all’altra, come accade con le migliori raccolte da tenere sul comodino. Il numero 3, ad esempio, con l’istantanea di Adolfo Porry Pastorek che ferma nel tempo l’arresto di un giovane Mussolini socialista e interventista fermato nel 1915 da eleganti poliziotti vestiti in nero con giacca, gilet e cappello, è lo spunto per raccontare la nascita del fotogiornalismo italiano. Lucio Fontana, che al capitolo 8 taglia una tela che poi si scopre essere un’immagine costruita ad hoc dall’artista e da Ugo Mulas in studio, diventa l’occasione per ampliare il discorso al rapporto sempre più complesso che concettualmente legherà da questo momento in poi la ricerca artistica e fotografica in nome di una verifica continua della possibilità di raffigurazione e presa della realtà. Il surrealistico ritratto (o meglio autoritratto) della contessa di Castiglione con passepartout di velluto che le incornicia un occhio ad opera di Pierre-Louis Pierson, in realtà messo in scena da lei stessa, da una parte suggella il racconto dell’ascesa e della caduta di uno dei personaggi più affascinanti del nostro Risorgimento, ma dall’altra segnala l’inizio di un narcisistico uso del mezzo fotografico che avrà nei suoi esiti sia la Body art sia l’approdo all’attuale diluvio di selfie dei social media.
Ma il capitolo più toccante è il nono. Siamo nel 1968 all’ospedale psichiatrico di Colorno. Gianni Berengo Gardin è lì con la collega Carla Cerati per preparare un reportage fotografico per il settimanale «L’Espresso». Sono gli anni del grande dibattito sull’antipsichiatria, della lotta di Franco Basaglia per la chiusura dell’istituzione manicomiale in nome di una società più inclusiva e di una terapia che non preveda solo contenimento, camicie di forza e celle con inferriate alle finestre. Sono gli anni in cui nascono le prime comunità terapeutiche, in cui cambia il rapporto fra medico e paziente e in cui diventa palese che il manicomio non è la cura ma la malattia. Ed è tutto lì, nello sguardo di Berengo Gardin che non vede malati, ma uomini. Uomini umiliati, legati e privati di dignità che meritano uno sguardo non più pietistico ma solidale, non pornografia del dolore ma onestà di visione e di cronaca. Sono immagini che valgono mille parole. Basaglia le vede e le richiede per un suo epocale libro: Morire di classe. La condizione manicomiale. E non fu solo un libro, ma l’inizio di una nuova coscienza che cambiò radicalmente il Paese e l’approccio con ogni diversità in nome dell’inclusione, dell’accoglienza e della giustizia sociale.
È in queste fotografie che per Berengo Gardin si esprime la ragion d’essere stessa della fotografia, quello che gli ha permesso di documentare la vita del nostro Paese senza finzione e senza drammatizzazione, ma cercando la verità e raccontando bellezza o violenza con pacata, lucida e implacabile determinazione. Ed è proprio a Berengo Gardin, scomparso da pochi mesi che, non a caso, Alessandra Mauro ha voluto dedicare questo nostro corale album di famiglia.
Aprire lo sguardo
di Alessandra Mauro, 304 pp., Garzanti, Milano 2025, € 19
La copertina del volume
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