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Ignacio Gatica, still da «Sanhattan», 2025. Il video è in mostra nell’edizione 2026 della Whitney Biennial

Courtesy dell’artista

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Ignacio Gatica, still da «Sanhattan», 2025. Il video è in mostra nell’edizione 2026 della Whitney Biennial

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Tredici motivi per amare New York, dove (nonostante tutto) prende forma il presente

Mentre gli Stati Uniti vivono una stagione di polarizzazione e di ripiegamento identitario, la Grande Mela si muove controcorrente: continua ad aprirsi al mondo e a dire, senza retorica, che qui si resiste

Quando il mondo cambia e le tempeste geopolitiche ridisegnano le mappe, New York non cede: si riorienta e rilancia al centro, dove prende forma il presente. Sotto la pressione dell’amministrazione Trump, gli Stati Uniti stanno vivendo una crisi di immagine internazionale, che scoraggia molti viaggiatori dal visitare la capitale culturale. Eppure, mentre il Paese vive una stagione di polarizzazione e di ripiegamento identitario, New York si muove controcorrente: continua ad aprirsi al mondo e a dire, senza retorica, che qui si resiste. Il calendario di questa primavera ne è una prova. La Whitney Biennial, uno dei termometri più sensibili della produzione artistica americana contemporanea, la riapertura del New Museum, museo da sempre orientato al nuovo, e le tante mostre in programma rafforzano la vocazione della città a interrogare il contemporaneo attraverso una prospettiva globale. Intorno c’è un mercato in riconsolidamento, nuovi modelli di gallerie, spazi non profit e fondazioni private che continuano a ridefinire la mappa culturale dei «borough», da Manhattan a Brooklyn fino al Queens. La forza di New York non sta soltanto nella densità dell’offerta, ma nella sua capacità di trasformare la cultura in un ecosistema vivo. Qui le istituzioni dialogano con l’underground, il mercato convive con pratiche indipendenti, il dibattito pubblico entra nelle mostre e ne esce amplificato. New York e l’arte hanno un rapporto simbiotico e circolare, fatto di influenze reciproche che rendono questa metropoli non solo un contenitore, ma un agente attivo nelle dinamiche culturali globali. 

Anche sul piano politico, la città afferma la sua resilienza. L’elezione di Zohran Mamdani, giovane sindaco musulmano e dichiaratamente progressista, è la conferma di uno spirito civico e di politiche di sostenibilita che hanno riflessi diretti sulla comunità artistica metropolitana. In un momento in cui il discorso pubblico nazionale appare irrigidito e divisivo, New York rivendica una tradizione di apertura, pluralismo e investimento nel sociale che trova nella cultura uno dei suoi strumenti principali. Restano le contraddizioni del capitalismo: il costo della vita, la pressione immobiliare, le disuguaglianze crescenti, la fragilità di una parte di quell’ecosistema culturale. Eppure, proprio nelle fasi di maggiore tensione, la città ha mostrato una sorprendente capacità di ridefinirsi. Dall’11 settembre alla crisi finanziaria, fino alla pandemia, ogni frattura ha prodotto nuove geografie creative e nuove alleanze. New York resta una città fatta di persone, una macchina straordinaria di comunità e talento che non si limita a concentrare energie, ma le mette in relazione, rendendo sempre possibile costruire un progetto insieme. Oggi, mentre gli Stati Uniti attraversano una profonda crisi di identità, New York spinge a essere più concreti e più umani. In questa dimensione locale e quotidiana, l’arte appare ancora più chiaramente come un atto sociale e civile, politico. Oggi, mentre parte del mondo guarda agli Stati Uniti con diffidenza, New York resta un crocevia imprescindibile, un laboratorio in cui l’arte si misura con la realtà, prende posizione, costruisce comunità, dove la cultura è un’infra struttura civile. È per questo che, per molti, New York rimane «the place to be». Ed è per questo che, nell’introdurre questo speciale dedicato alla città che non dorme mai, abbiamo chiesto ad alcune figure della cultura newyorkese di raccontarci perché continuano a sceglierla e che cosa gliela faccia amare.

Cecilia Alemani, curatore: «Amo New York perché è la capitale della resistenza»

New York è una bolla di energia pura che si distacca dalle complessità del resto del Paese. Quello che mi tiene qui è un’effervescenza culturale impossibile da replicare. La città non smette mai di crescere e di rinnovarsi, l’aria è carica di attesa e di nuove voci artistiche. Si sente una spinta nuova, alimentata da una scena underground di gallerie giovani e spazi non profit che aprono ovunque, e da un clima di fiducia portato dalla nuova amministrazione Mamdani. Nonostante le ombre della politica nazionale, New York resta il cuore della creatività artistica: la nostra capitale della resistenza.

Stefania Bortolami, gallerista: «Amo New York perché è la città che corre al mio ritmo»

È la città che ha il mio ritmo. Solo qui ho trovato uno spirito con la stessa urgenza di fare. E poi, a New York siamo tutti “hustler”, una parola intraducibile in italiano che racconta un’energia trasversale, da chi vende un sandwich a chi muove grandi risorse. È una città difficile, ma quando riesci a viverla ti restituisce moltissimo.

Danilo Correale, artista: «Amo New York perché è possibile odiarla mentre la si ama»

Popolarità implica responsabilità, non arroganza. Mentre all’apice del ciclo capitalista la stanchezza collettiva indebolisce l’attenzione, assistiamo a una svolta prevedibile ma inquietante. New York credo resti metafora di un possibile dialogo contro la “rage-bait politic” (la politica dell’“esca della rabbia”, ovvero la pubblicazione online di contenuti deliberatamente progettati per suscitare shock o indignazione nei lettori, Ndr). I miei ultimi lavori indagano l’intersezione tra questo “brain rot” e il desiderio di cambiamento.

Steven Guarnaccia, illustratore, curatore e docente di design: «Amo New York perché qui la diversità è la norma»

Molti sostengono che Manhattan sia un’isola. Ma se dell’isola ha la tendenza a considerarsi unica, non ne ha la chiusura: è l’opposto. I newyorkesi vengono da ogni parte del mondo e convivono in una straordinaria eterogeneità. Basta mezz’ora in metropolitana per vedere le differenze convivere, ben oltre la semplice tolleranza. Se in alcune culture la distanza minima prima di sentirsi a disagio è di circa 30 centimetri, a New York può essere misurata in millimetri.

Marilyn Minter, artista: «Amo New York perché qui trova spazio chi altrove non ne ha»

New York City è come un paese a sé, creato per persone che non trovano posto altrove. Tutti veniamo qui perché è un luogo magico, pieno di opportunità per sopravvivere. È l’unico posto che abbia mai visto dove puoi svoltare un angolo e la tua vita può cambiare completamente.

Antonio Monda, scrittore e docente di cinema: «Amo New York per i suoi orizzonti»

Da quando New York è diventata capitale culturale globale, ha suscitato ammirazione e diffidenza. Oggi la popolarità degli Stati Uniti è in crisi  e amare l’America non è semplice. Eppure esistono segnali opposti: l’elezione di Zohran Mamdani e nuovi equilibri civili. L’offerta culturale di New York continua a non avere pari: è una questione di orizzonti, confronto e apertura che me la fa amare anche in questo momento.

Larry Ossei-Mensah, curatore: «Amo New York perché qui la cultura nasce dallo scambio»

New York ha plasmato la mia visione del mondo e il mio lavoro. Ciò che mi trattiene è l’energia dello scambio continuo tra borough, discipline e comunità. Studi, musei, spazi di quartiere offrono prospettive diverse. Questa densità ti mantiene ispirato e ti spinge a dare il meglio. Come ghanese americano di prima generazione, cresciuto nel Bronx, sono radicato nella resilienza, nel ritmo e nello spirito di reinvenzione della città. New York mi ha insegnato che la cultura non è statica: si costruisce attraverso collaborazione ed esperienza vissuta.

Barbara Pollack, critico, curatore: «Amo New York perché qui l’arte incide sulla realtà»

Esistono molte capitali dell’arte, ma torno sempre a New York perché qui si può avere un impatto oltre la città. Con la mia organizzazione (Art at a Time Like This, Ndr), insieme ad artisti come Robert Longo e Marilyn Minter, stiamo lanciando un progetto pubblico per contrastare il “doom scrolling” (l’abitudine compulsiva a scorrere notizie negative o deprimenti sui social media e siti d'informazione, Ndr) e difendere la democrazia. Forse non cambieremo il Paese, ma possiamo creare un presidio di libertà e ideali democratici. Questo, a New York, è ancora possibile.

Luisa Rabbia, artista: «Amo New York perché è incontro tra culture e cervelli»

In questo soffocante contesto politico e in questa capitale culturale che è New York all’interno degli Usa, sento che la nostra voce di artisti è particolarmente importante. Ho scelto di vivere qui perché questa città di estremi è soprattutto espressione di libertà, di incontro tra culture, di cervelli che creano per vivere e per sopravvivere. Sono grata a New York perché ho imparato così tanto vivendo qui e continuo a imparare ogni giorno, sia professionalmente che umanamente.

Francesco Simeti, artista: «Amo New York perché sa ridefinirsi ogni volta»

In trent’anni a New York ho attraversato l’11 settembre, la crisi del 2008 e la pandemia. Ogni volta la città sembrava perdere equilibrio, ma quelle fratture si sono rivelate momenti di ripensamento. Oggi, tra tensioni politiche e disuguaglianze crescenti, vedo tanto attivismo, tentativi di sottrarre la cultura alla dipendenza dal mercato, desiderio di immaginare modelli diversi. Resto perché ho imparato che New York, nei momenti più difficili, sa trasformarsi. È in questa capacità di ridefinirsi che continuo a trovare un motivo per restare.

Federico Solmi, artista: «Amo New York perché resta il centro dell’arte»

Mi sono trasferito a New York nel 1999 convinto fosse il luogo ideale per la mia carriera. Dopo più di 25 anni, nonostante gli alti e bassi del mercato dell’arte e dell’economia americana, New York e Brooklyn in particolare restano per me un luogo magico. La scena newyorkese, sempre ricca di nuove visioni e idee, continua a stimolarmi e ispirarmi profondamente. A un giovane artista direi di venire qui: è impossibile ignorare ciò che accade a New York.

Rirkrit Tiravanija, artista: «Amo New York per la sua gente»

Se c’è una cosa che mi trattiene a New York sono le persone che ci vivono: sono resilienti e creative. Adoro sedermi su una panchina di Tompkins Square Park e osservare questa umanità in movimento.

David Totah, gallerista: «Amo New York per le sue grandi menti»

Nonostante la retorica isolazionista dell’attuale amministrazione, New York è ancora la capitale del “Nuovo Mondo” e il ponte tra Europa e America. Il costo della vita e la pandemia non hanno fermato persone straordinarie dal voler vivere qui. Ciò che la rende unica è l’eccezionale numero di grandi menti che contribuiscono a mantenerne lo status. Rimaniamo guidati dall’entusiasmo di essere qui e pienamente impegnati a contribuire al suo tessuto culturale.

Vittorio Calabrese e Maurita Cardone, 14 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Tredici motivi per amare New York, dove (nonostante tutto) prende forma il presente | Vittorio Calabrese e Maurita Cardone

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