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Michela Moro
Leggi i suoi articoliGiorgio Pace è un riservato e instancabile giovanotto senza età e, soprattutto, uno dei motori della cultura internazionale. Conosce tutti quelli che bisogna conoscere ed è conosciuto da tutti, si sottopone con educazione e grazia agli impegni mediatici che lo riguardano ma non ha bisogno del cono di luce, perché è lui che punta la luce sui giusti obiettivi, e la fama «per sé» non lo interessa. Tratta progetti milionari con competenza e concentrazione, al contempo non dimentica di organizzare per i propri ospiti, con godimento gourmet e gourmand, una scenografica presentazione del Kaiserschmarren, «la frittata dell’imperatore», popolarissimo dolce alpino. È appena decollato Der Pavilion, il suo ultimo progetto legato all’Engadina, dove risiede parte dell’anno, che ridisegna la scena culturale della valle e la prolunga lungo più stagioni, diversificando l’offerta e adeguandosi al melting pot internazionale che la frequenta.
Per lei è la conclusione di una visione iniziata nel 2009. Com’è stato il debutto?
Avevo lasciato New York per Sankt Moritz, il mio intento era quello di creare delle experience per chi frequenta l’Engadina, ma troppo in anticipo sui tempi. Ci sono voluti anni, all’inizio qui c’erano pochissime gallerie. Proporre un’esperienza culturale coinvolgendo arte, design e architettura è stato molto difficile. I primi anni, quando partecipavo alle riunioni del Comune, mi guardavano, non capivano, erano orientati solo alla promozione dello sport.
Qual è stato il punto di svolta?
Sicuramente «What Could Happen» nel 2015, progetto dell’artista Pierre Huyghe con l’architetto francese François Roche, una «spedizione sperimentale», solo su invito, sul Lej Nair, lago ghiacciato vicino al Diavolezza. Un treno storico del 1910 partiva da St. Moritz tre volte al giorno con 150 ospiti per arrivare al lago e assistere a una performance. Gli artisti volevano che il treno si fermasse sui binari per 15 minuti ogni volta che arrivava a destinazione, nel mezzo del nulla. Quanto ho patito per convincere la Ferrovia Retica a fermare un treno in Svizzera per 15 minuti! Ognuno riceveva anche la borsa di Rick Owens col picnic fatto da Andreas Caminada, chef stellatissimo svizzero: mi ero inventato una follia! Ha fatto moltissimo rumore.
Ne ha raccolto i frutti, però.
Il successo di questa complicata operazione ha rassicurato l’amministrazione sulle mie capacità, comprendendo la forza del progetto, anche perché è stato seguito con attenzione dalla stampa internazionale, «New York Times» in testa.
Pare non aver mai avuto dubbi, Giorgio Pace, molisano di Termoli, avvocato. Com’è nata la transizione da una carriera convenzionale a un impegno profondo e multiforme nel mondo dell’arte e della cultura?
Mentre studiavo giurisprudenza a Roma ero così annoiato e depresso che mi sono iscritto a tutti i corsi di antiquariato, arti decorative e altro di Roberto Valeriani, storico e collaboratore di Alvar González-Palacios, facevo di tutto per distrarmi. Nel 1992 andai a New York per seguire un master in diritto comparato americano che non feci: mi iscrissi al corso di Visual Arts Administration della New York University, e iniziai subito a lavorare nel dipartimento di Disegni antichi del Metropolitan Museum, dipartimento snobbissimo nel tempio più ambito, che non accettava stagisti; ma le loro collezioni più importanti sono i disegni italiani e i disegni francesi: avevo 25 anni, parlavo tre lingue e alla fine mi presero. Al Metropolitan ho conosciuto tutti; tra gli altri Daniel Berger, inventore del merchandising nei musei e per anni consulente del ministro della Cultura italiana, ma soprattutto il direttore Philippe de Montebello, una scuola più importante della New York University. Nel 1993, per avere crediti all’Università, andai a lavorare come assistente di Achille Bonito Oliva alla Biennale di Venezia, quella di «Aperto»: è stato fantastico. Ho sempre adorato Achille, l’ho sempre rispettato. Poi sono tornato a New York e ho cominciato a lavorare al Guggenheim per Germano Celant, con la mostra «Italian Metamorphosis 1943-1968».
La sua carriera ha sempre proceduto spedita, inanellando istituzioni, qualità e varietà: al Dia Art Centre, nel dipartimento di fundraising, poi Krizia e Dasha Zhukova, allora moglie di Roman Abramovic, con il Garage Museum di Mosca e il Garage Magazine di Londra. Con un cambio di rotta arriva la carta stampata: come editore e direttore della comunicazione e del fundraising, per 15 anni lei sviluppa il gruppo Visionaire, con le riviste di arte e moda «V Magazine», «VMAN» e per ultima «CR Fashion Book» lavorando con Carine Roitfeld e, tra gli altri, Mario Testino e Karl Lagerfeld.
Dieci anni con i musei, quindici anni con l’editoria: è stato bellissimo. Però a un certo punto le cose belle finiscono: il mondo stava cambiando e ho preferito spostarmi, avvicinandomi di più all’Italia pur rimanendo internazionale. Ho fondato Giorgio Pace Projects; il ricambio generazionale nelle istituzioni engadinesi ha dato spazio ai miei progetti, e nel 2016 ha preso forma Nomad, fiera boutique dedicata al design da collezione e all’arte contemporanea, un’alternativa intima e ricercata alle grandi fiere di settore. Un vero successo, ma la partnership di Nomad col mio socio Nicolas Bellavance-Lecompte, architetto e curatore canadese-italiano, si è conclusa nel 2025.
Ha spesso lasciato le sue creature, dopo averle per anni nutrite con passione. A volte ci si riprova, c’è chi fa di tutto per non lasciare una situazione. Quando decide di lasciare, le costa?
No. Sono concreto, quando vedo che non funziona più, me ne vado. Anche quando ho lasciato i giornali: sentivo che nell’editoria le cose stavano cambiando, ero preoccupato di non avere più i risultati di una volta perché gli investimenti si erano spostati sui social, sui website, lo vedevo. Si dice addio, si fa un’altra cosa. È naturale, è inutile insistere. Se non funziona più, si gira pagina.
Si sente più eretico o più profetico?
Profetico mi corrisponde di più.
Ma «nemo propheta in patria»: profeta in Engadina, sua seconda casa, eretico, per ora, a Termoli, città natale. Com’è successo?
Qualche anno fa ho ereditato un palazzo dell’Ottocento nella piazza principale di Termoli. Ho pensato di fare qualcosa per la città e ho deciso di trasformare il palazzo in un museo per contribuire alla crescita culturale del territorio al quale sono molto legato. Grazie a Christoph Radl, direttore creativo di «Cabana» e grande amico, è nata l’idea di proporre il progetto a Kengo Kuma.
Kuma è un architetto giapponese tra i più importanti e influenti progettisti contemporanei, noto per un approccio che rifiuta l’architettura monumentale e dominante. Come l’ha convinto?
In pieno Covid-19 ho avuto un primo incontro con lui su Zoom, e c’è stata un’intesa immediata. Kuma ha poi inviato Yuko Oshima, esperta di design e architettura che vive tra Giappone e Italia, ad approfondire il progetto, chiedendo video del luogo e delle intenzioni. Kuma ha sviluppato un progetto che prevede la trasformazione dell’ultimo piano in una grande terrazza, togliendo il tetto senza alterare la facciata e intervenendo poco sugli interni. Inizialmente abbiamo incontrato la resistenza della soprintendente: il timore era che autorizzare la rimozione del tetto potesse creare un precedente per altri edifici della piazza. Dopo un confronto e circa un anno e mezzo di attesa, è arrivato il permesso. Nel frattempo, a Termoli mi guardano stupefatti, molti mi chiedono: «Ma chi te lo fa fare? Perché spendere questi soldi?».
Che genere di museo sarà?
Il museo è concepito come una Wunderkammer contemporanea, che ospiterà opere e progetti site specific di artisti internazionali, con un impatto significativo sul territorio e sulla comunità. Il mio interesse è quello di promuovere il Molise attraverso gli occhi dei creativi e creare un legame tra l’arte internazionale, la cultura locale e l’artigianato molisano. Adrian Paci, ad esempio, ha usato le campane della Pontificia Fonderia Marinelli, che esiste dall’anno Mille. Ho anche ristrutturato una casa settecentesca nel borgo vecchio di Termoli per utilizzarla come residenza per gli artisti.
Come va Der Pavilion?
Benissimo, tante persone interessanti, molta qualità e per fortuna non c’è la massa, come volevo.
Come vede il futuro delle fiere tradizionali e dei grandi eventi internazionali, Art Basel Qatar, Dubai?
Hanno grandi risorse economiche, ma non è chiaro se riescano davvero a vendere in modo consapevole e a formare nuovi collezionisti. Vedo molti giovani molto ricchi che acquistano opere come fossero beni di lusso, Rolex, Ferrari, Hermès, più per status symbol che per vero collezionismo. Non vedo una cultura profonda, ma un consumo ostentativo. Sono favorevole a un ritorno alla lentezza e a un rapporto più autentico con le gallerie, i veri collezionisti torneranno lì. Tuttavia, le gallerie dovrebbero rinnovarsi e investire di più in attività educative per coinvolgere i giovani, invece di restare ancorate a un sistema tradizionale che dà per scontato il proprio prestigio. Le iniziative a St. Moritz funzionano bene grazie anche alla scarsa concorrenza. Nomad è stato il primo evento importante a dare impulso alla scena locale.
Come esprime la sua lungimiranza?
L’idea arriva e puoi essere dappertutto, a Montecarlo come a Termoli; il punto di partenza è un’illuminazione, poi una riflessione.
In quale aspetto dei progetti si sente più dotato?
Nella fase di realizzazione, anche se molte volte mi domando chi me l’ha fatto fare! I progetti diventano sempre più complicati e complessi, però ormai sono abituato e riesco sempre a trovare soluzioni ai vari problemi che si presentano di volta in volta.
È un battitore libero o le piace di più il lavoro di gruppo?
Parlo moltissimo con i miei e con gli amici, di diverse culture e diversi background, in continuazione chiedo loro che cosa pensino di questo o di quello. Può essere un amico di Singapore che vive a Londra o un egiziano che vive tra Parigi e Il Cairo, o il mio ex socio di «Visionaire» Jorge Garcia, incontrato mentre lavorava all’Onu e con cui mi sento spesso. E li vedo, li invito da me, vado da loro. È un continuo brainstorming con tutte le persone che stimo e che sono importanti nella mia vita.
Al netto del cambio del mondo, il futuro è come se l’era immaginato?
Con la maturità e con le esperienze si capisce meglio tutto. Mi considero una persona fortunata e privilegiata per aver incontrato le persone giuste e aver avuto opportunità uniche, ma lungo il percorso sembra tutto normale.
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