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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliNata a Ile-Ife in Nigeria e cresciuta in Alabama, Odutola decostruisce da anni le nozioni di appartenenza, genere e rappresentazione con un tratto raffinato e stratificato.
Dopo aver incantato il pubblico nel 2024 alla Biennale di Venezia e alla Kunsthalle Basel, l’artista torna da Jack Shainman Gallery per la sua settima personale nella galleria newyorkese, con una riflessione intima e personale. In un omaggio alla nonna e allo zio defunti, Odutola sviluppa una «Ilé Oriaku» – da Ilé “casa” e Oriaku, il nome di sua nonna nella lingua Igbo – come un riflesso dell’archetipo della Mbari House – “case rituali” del sud-est della Nigeria distrutte in seguito alla guerra civile degli anni Sessanta/Settanta, che oggi rappresentano un’eredità della violenza coloniale e postcoloniale. Degli spazi, dunque, sacri e artistici al contempo, di cui l’artista ne reimmagina la struttura come spazio mitico e mentale.
È infatti attraverso una serie di disegni su carta – realizzati con strumenti apparentemente umili come penne a sfera, pastelli, carboncino – e opere multimediali, che Odutola ridefinisce il modo in cui si pensa alla pelle, alla casa e al corpo come strumenti narrativi. Perché è con la magia del fluido viscoso che la pelle dei suoi soggetti diventa, non solo confine fisico, ma trama viva di biografie immaginarie. Di storie ed esistenze che, pur terribilmente vive, restano però in attesa. Intrappolate in un incerto presente che oscilla tra un passato e un futuro.
Le figure di Odutola sono, del resto, spesso ritratte in pose incerte, di spalle o con il volto coperto, in un istante di esitazione tra il silenzio e l’azione. Un’incertezza che non mina tuttavia la bellezza cristallizzata, e quasi eterea, dei soggetti che sembrano brillare dall’interno, giocando, talvolta, con la luce e le sue innumerevoli rifrazioni. Ogni opera pare, infatti, una sinfonia cromatica, in cui i pigmenti non sono scelti “solo” per la loro componente estetica, ma per la valenza profondamente simbolica: l’argilla del fiume Imo, ad esempio, torna nei toni caldi che punteggiano interni architettonici fratturati, oppure il lino che si fa nuova pelle su cui incidere storie e vite.
Toyin Ojih Odutola, «Anyi Di Atọ Ibi (We Become The Third Place)»
Quelle storie e vite che Odutola restituisce in una narrazione visiva fatta di pause, silenzi e gesti sospesi, evocata anche nei titoli delle sue opere – come «Backstage», «First Rehearsal», «Curtain Call» – che riportano all’immaginario del palcoscenico e del teatro. Ma i suoi personaggi non sono tuttavia semplici ritratti. Sono simboli di una diaspora che si muove tra radici ancestrali e frammentazioni contemporanee.
Perché Odutola, nelle sue opere non propone un’identità unica, bensì un fluire continuo di possibilità: dalla civiltà matriarcale immaginata in «A Countervailing Theory» all’intersezione fra figure aristocratiche e quotidianità in «The UmuEze Amara Clan», l’artista sfida l’appiattimento delle narrazioni postcoloniali. Le sue protagoniste – divinità, donne guerriere, creature sospese – incarnano uno spirito anarchico e intertribale. Una Nigeria immaginaria che è, al contempo, visione politica e spazio affettivo.
Perché in un’epoca che frammenta, Odutola ricuce. Con eleganza visiva e profondità intellettuale, ricorda che ogni gesto può essere storia, ogni superficie un luogo da abitare. E visitare «Ilé Oriaku» significa entrare in uno spazio fragile e necessario, dove l’identità non è fissata ma in divenire, e dove – per un momento – possiamo ascoltare ciò che è stato dimenticato, e forse, riconoscerlo.
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