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Fotografiska Shanghai, installation view della mostra «Beijing Silvermine: Archive Anthology»

Foto Martina Bonetti

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Fotografiska Shanghai, installation view della mostra «Beijing Silvermine: Archive Anthology»

Foto Martina Bonetti

Thomas Sauvin a Shanghai, la fotografia popolare come archivio della Cina contemporanea

La retrospettiva raccoglie oltre quindici anni di ricerca sull'archivio di fotografie vernacolari cinesi, un milione di scatti salvati dalla distruzione che ricompongono il quotidiano del Paese tra le Riforme e i primi anni Duemila

Martina Bonetti

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A Fotografiska Shanghai, la mostra Beijing Silvermine: Archive Anthology ricostruisce oltre quindici anni di ricerca di Thomas Sauvin, artista, archivista ed editore francese che dal 2009 lavora su un eccezionale archivio di fotografie vernacolari cinesi. Oltre 1.500 fotografie, libri d’artista, oggetti e installazioni ripercorrono la storia di un progetto nato dal recupero di immagini destinate alla distruzione e progressivamente trasformato in una personale pratica artistica. La mostra, curata da Holly Roussell, è la più ampia presentazione realizzata finora del progetto e proseguirà, dopo la Cina, in una tournée internazionale.

Il nucleo di Beijing Silvermine prende forma da una serie di negativi anonimi in formato 35 mm recuperati in un impianto di riciclaggio alla periferia di Pechino, dove erano destinati a essere distrutti per l’estrazione del nitrato d’argento. Sauvin, affascinato e incuriosito, li ha salvati, conservati e progressivamente organizzati fino a costruire un archivio che oggi comprende più di un milione di immagini. Le fotografie documentano il periodo cinese delle Riforme e dell’Apertura fino ai primi anni Duemila e restituiscono soprattutto la dimensione quotidiana, a tratti commovente, di una società in rapido cambiamento: aspirazioni personali, rituali sociali, consumi, viaggi, occasioni familiari e trasformazioni della cultura. Il valore del progetto dunque non risiede soltanto nella quantità del materiale raccolto. Oltre a costituire un vero e proprio documento storico, l’archivio fotografico cambia la prospettiva del criterio stesso di selezione e recupero. Non si tratta di immagini realizzate con un intento documentario o concepite per essere conservate in un’istituzione, quanto invece di fotografie private, prodotte in ambito ordinario, con il semplice scopo di immortalare dei momenti di vita. La pratica artistica di Sauvin ne modifica la natura: quegli scatti prodotti da singoli individui nelle proprie case csotituiscono una rappresentazione alternativa della società di cui fanno parte, che va al di là dei repertori ufficiali a cui siamo abituati.

La mostra di Fotografiska segue questa evoluzione attraverso quattro sezioni. La prima, The Archive, riunisce oltre mille fotografie provenienti dai negativi recuperati e le presenta in una scenografica installazione, dove un’immensità di stampe colorate si susseguono lungo le pareti bianche come piccole gocce in un mare fotografico. È qui, subito, che capiamo quanto il concetto di singola fotografia perda momentaneamente la pretesa di sussistere in modo autonomo e diventi parte della collettività, un capitolo all’interno della narrazione. Con The Studio, il percorso entra invece nel cuore del metodo di lavoro di Sauvin. Stampe, album, libri e documenti, persino cassetti da aprire, restituiscono l’ambiente nel quale l’archivio viene selezionato, organizzato e continuamente riletto. Non solo come una raccolta da consultare, ma come un progetto in costante trasformazione, nel quale la scelta delle immagini e il modo di accostarle costituiscono l’opera stessa. Until Death Do Us Part , poi, si concentra sul progetto omonimo dedicato alla fotografia matrimoniale cinese. Le immagini, che scorrono sullo schermo al centro di una lynchiana sala tutta rossa, permettono di osservare sia i rituali che lo svago della Cina della seconda metà del Novecento, tra tradizioni antiche e stravaganze folkloristiche. La quarta e ultima sezione, Collaborations, mostra infine cosa può accadere quando la modalità dell’archivio si interseca con il lavoro di altri artisti. Troviamo qui progetti realizzati con Lei Lei, Kensuke Koike, Melinda Gibson, Klara Källström e Thobias Fäldt, nei quali le fotografie vengono montate, manipolate, animate o ricomposte. L’immagine anonima diventa così materia disponibile per nuovi interventi artistici.

Beijing Silvermine mostra dunque un volto inedito di un Paese titanico dalla storia millenaria, assumendo una posizione precisa nel dibattito contemporaneo sulla fotografia trovata. Sauvin non ha realizzato le immagini che costituiscono l’archivio e non ne rivendica la paternità; la sua autorialità risiede invece nel lavoro di recupero, selezione e ricontestualizzazione delle stesse, oltre che nelle forme editoriali ed espositive attraverso cui quelle fotografie tornano a circolare. È lui a scegliere di donare valore (storico, documentaristico, artistico, culturale) a ciò che probabilmente lo avrebbe perso: un insieme di fotografie anonime sottratte al circuito del riciclo diventa, attraverso la pratica artista, una grande opera unica.

Thomas Sauvin, Studio Drawer No. 9, 2025. Courtesy Beijing Silvermine

Thomas Sauvin. Courtesy Beijing Silvermine

Fotografiska Shanghai, installation view della mostra «Beijing Silvermine: Archive Anthology». Foto Martina Bonetti

Thomas Sauvin. Courtesy Beijing Silvermine

Martina Bonetti, 14 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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Thomas Sauvin a Shanghai, la fotografia popolare come archivio della Cina contemporanea | Martina Bonetti

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