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Carolyn Christov-Bakargiev
Leggi i suoi articoliDal 1994 al 1998 lo scultore britannico Antony Gormley ha realizzato «Angel of the North», una figura monumentale in acciaio, un corpo umano con le ali spiegate, capace di resistere a venti fino a 160 km/h e che sta, saldamente fissato a terra, su una collina che domina l’incrocio di grandi arterie stradali a Gateshead, vicino a Newcastle, sulla costa orientale del Regno Unito.
Questa scultura è diventata una delle più intense risposte dell’arte pubblica alle riflessioni di Walter Benjamin del 1940 sull’«Angelus Novus» (1920) di Paul Klee. Benjamin ricevette il piccolo monotipo di Klee a Monaco, forse come dono di Gershom Scholem per il compleanno di Benjamin, durante una mostra rassegna dell’opera di Klee alla Galerie Hans Goltz. Portò con sé quell’immagine negli anni di crescente pericolo e infine la affidò a Georges Bataille a Parigi prima del suo ultimo viaggio verso sud, in direzione del confine spagnolo a Portbou, dove si suicidò il 26 settembre 1940 pur di non essere catturato dalle forze nazifasciste. Nella Tesi sulla filosofia della storia, Benjamin rilegge l’opera di Klee come l’Angelo della Storia: un angelo che non guarda al futuro, ma alle rovine che si accumulano nel passato. Egli vede la storia non come progresso, ma come una catastrofe che si ammassa su un’altra, mentre una tempesta chiamata progresso lo sospinge inesorabilmente in avanti, con le ali spiegate ma incapaci di intervenire.
L’«Angel of the North» di Gormley sembra non doversi mai muovere dal luogo in cui si trova. La sua forma è inequivocabilmente umana e le sue ali sono aperte. Il suo volto è rivolto verso il mondo, né addormentato né desto, ma in uno stato di vigile presenza. Così immagino l’Angelo dell’Arte: non un angelo della resa, ma della redenzione, una figura che emerge dal tempo profondo, testimone della catastrofe e tuttavia capace di tenere aperta la possibilità che un senso possa ancora nascere dalla sofferenza. L’Angelo sorge in un paesaggio un tempo dominato dalle miniere di carbone, dove generazioni di lavoratori hanno operato sotto e con la terra. Legato in lega con rame, cromo, nichel, fosforo e manganese, il suo corpo in acciaio al 95% (acciaio patinabile, spesso chiamato corten) regge la corrosione e possiede una resistenza meccanica ben superiore a quella del solo ferro. È un monumento alla materia stessa e al lavoro silenzioso dei corpi umani plasmati dal tempo geologico. Le tempeste e i venti forti soffiano, eppure l’angelo non chiude mai le sue ali.
Nel film «28 Years Later» (2025), ultimo capitolo della trilogia di culto di Danny Boyle, la scultura appare in una Gran Bretagna futura devastata, dove restano pochi sopravvissuti, le foreste hanno riconquistato le autostrade e i resti della civiltà sono intrecciati alle rovine. In questo mondo post digitale di sopravvivenza neorurale, gli esseri umani cacciano con archi e frecce, e Ralph Fiennes interpreta un medico coperto di polvere di ferro che concede la morte ai sopravvissuti consenzienti piuttosto che lasciarli in balia degli zombie che infestano le Isole Britanniche messe in quarantena. In questo paesaggio, l’Angelo di Gormley, immobile, inscrutabile e resistente, diventa una figura distopica di conforto e di resistenza: un promemoria che i corpi nascono dalla terra e alla terra ritornano, che la materia conta e che anche dopo il collasso tecnologico restano necessarie, per il XXI secolo, visioni alchemiche. «Angel of the North» si può visitare sulla collina sopra le strade A1 e A167 a Gateshead, tra terra e cielo, mentre guarda un mondo che continua a dispiegarsi sotto le sue ali aperte.
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