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Veduta della cappella funeraria della Tomba di Amenhotep Rabuia

Dalla pagina Facebook del Ministero delle Antichità e del Turismo egiziano (MoTA)

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Veduta della cappella funeraria della Tomba di Amenhotep Rabuia

Dalla pagina Facebook del Ministero delle Antichità e del Turismo egiziano (MoTA)

Sulla Riva Ovest di Luxor l’apertura di due tombe, chiuse da dieci anni, ha riservato sorprese

Nella necropoli egizia di Khokha il restauro della sepoltura di Rabuia ha rivelato un’inconsueta iconografia di Osiride con sembianze umane

Francesco Tiradritti

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La Riva Ovest di Luxor continua a sorprendere e ad aggiungere tasselli alla storia dell’antico Egitto. Stavolta lo fa con due tombe (Tomba Tebana 416 e 417) la cui apertura al pubblico è stata annunciata dal Ministero delle Antichità e del Turismo (MoTA) egiziano proprio in questi giorni, dopo dieci anni di restauri. Si tratta di due monumenti, apparentemente di minore importanza, che si trovano nell’area della necropoli di Khokha e appartenevano al Guardiano della porta della Residenza di Amon Amenhotep, detto Rabuia, e al figlio Samut.

Il comunicato stampa rilasciato dal MoTA attribuisce alle tombe una data generica alla XVIII dinastia, che può essere ulteriormente precisata sulla base di quanto si evince dalle fotografie rilasciate. Il nome di Amon risulta, infatti, sistematicamente scalpellato dalle iscrizioni geroglifiche. Si tratta di una vera e propria «damnatio memoriae» perpetuata ai danni del dio di Luxor da ascrivere ad Akhenaton (1350-1333 a.C.) e consente di stabilire che i monumenti furono realizzati poco prima del regno di questo sovrano.

Le fotografie mostrano soltanto la cappella di Amenhotep, che è forse l’unica parte decorata delle due tombe. L’ambiente, a pianta a forma di «T» e di dimensioni ridotte, ha le pareti dipinte di bianco sulle quali sono riprodotte alcune tra le più classiche figurazioni del repertorio iconografico funerario dell’epoca. Ci sono scene dedicate alla coltivazione dei campi e ad altre attività lavorative: alcune riproducono teorie di portatori di offerte e la macellazione dei vitelli per assicurare virtualmente il sostentamento di Amenhotep e della sua sposa, il cui nome sembrerebbe essere Satamon.

Cappella funeraria della Tomba di Amenhotep Rabuia: Osiride accoglie la processione che conduce il catafalco di Amenhotep Rabuia verso la sepoltura. Dalla pagina Facebook del Ministero delle Antichità e del Turismo egiziano (MoTA)

Una parte cospicua del monumento è dedicata ai riti funebri. Il rituale dell’Apertura della bocca, con cui si attribuiva nuova vita alla mummia, è riassunto in poche immagini, mentre il trasporto del feretro occupa tutto il registro superiore di una delle pareti lunghe. In questa scena, abbastanza banale, si cela una vera sorpresa. La processione si dirige infatti verso un personaggio maschile la cui altezza supera del doppio quella delle altre figure e che l’iscrizione geroglifica che le sta di fronte identifica come «Osiride, il primo degli Occidentali, il Grande Dio, Signore della Necropoli». Fin qui nulla di strano perché spetta proprio al re dei Morti accogliere la salma del defunto. L’immagine è però inconsueta perché il dio, invece di essere rappresentato mummiforme, è raffigurato con sembianze umane. È incedente e indossa un gonnellino. Nella mano destra stringe il simbolo della vita, nella sinistra lo scettro («uas»). Indossa la tipica corona bianca con le due piume di struzzo laterali che indica la sua funzione di giudice supremo. L’iconografia è quanto mai inusuale e soltanto una lunga ricerca potrebbe stabilire se si tratta di un «unicum». È chiaro, comunque, che l’immagine di «Osiride vivente» possiede un suo preciso significato le cui implicazioni dal punto di vista teologico possono rivelare un aspetto inedito della religione egizia. Notevole è anche che la figura del dio sia sfuggita alla mano iconoclasta dei seguaci di Akhenaton, contraddicendo una volta di più la teoria secondo la quale il faraone avrebbe proscritto il culto di tutti i culti al di fuori di quello dell’Aton.

Altro motivo di interesse è dato da quello che è definito essere il soprannome di Amenhotep, ma che doveva invece corrispondere al suo nome proprio. Rabuia appare, infatti, essere una parola di derivazione accadica ed è testimone, forse uno dei più antichi, dell’arrivo di genti vicino-orientali nella Valle del Nilo e della loro integrazione all’interno della società egizia. Il fenomeno è diretta conseguenza dell’espansione verso Oriente cha caratterizzò l’inizio del Nuovo Regno (XVI-XV secolo a.C.) e che, in meno di un secolo, portò sul trono di Horus un sovrano di origine straniera.

Foto dell’allestimento esterno dell’ingresso alle Tombe di Amenhotep Rabuia e Samut. Dalla pagina Facebook del Ministero delle Antichità e del Turismo egiziano (MoTA)

Francesco Tiradritti, 19 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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