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Duane Hanson, Bodybuilder, 1989 (detail), 8 Polaroids

© 2026 Estate of Duane Hanson/Artists Rights Society (ARS), NY Courtesy Gagosian

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Duane Hanson, Bodybuilder, 1989 (detail), 8 Polaroids

© 2026 Estate of Duane Hanson/Artists Rights Society (ARS), NY Courtesy Gagosian

Specchi del reale: Duane Hanson e l’illusione che ci guarda

Da Gagosian, a Roma, le sculture dell'autore americano in dialogo con le opere di altri artisti tra cui Felix Gonzalez-Torres, Andreas Gursky e Jeff Koons

Camilla Sordi

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C’è qualcosa di inquietante, e insieme di profondamente umano, nelle figure di Duane Hanson. Entrando nelle sale di Gagosian Roma per Mirrored Fiction si ha la sensazione di essere osservati da qualcuno che non dovrebbe essere lì: un uomo che pulisce le finestre, un culturista in pausa, persone comuni colte in un eterno presente. Non sono attori, non sono manichini. Sono sculture. E soprattutto sono specchi.

La mostra, che inaugura l’11 febbraio ed è visitabile fino all'11 aprile, prende le mosse dall’iperrealismo radicale di Hanson per costruire un dialogo serrato con altri artisti che, da angolazioni diverse, hanno interrogato la rappresentazione del reale: Felix Gonzalez-Torres, Andreas Gursky e Jeff Koons. Il risultato non è una semplice esposizione tematica, ma un dispositivo critico che mette in tensione corpi, immagini e desideri, chiedendo allo spettatore di riconoscersi, o di perdersi, in ciò che vede.

Le sculture di Hanson, qui in bronzo dipinto, raffigurano americani qualunque. Lavoratori, sportivi dilettanti, figure senza eroismo. Nata negli anni in cui la Pop Art riportava la figurazione al centro del dibattito, la sua pratica ha sempre avuto qualcosa di monumentale e insieme di dimesso. Questi corpi non celebrano, testimoniano. Sono lì per ricordarci che la realtà, quando viene messa in scena con troppa precisione, smette di essere neutra e diventa politica.

Emblematica è «Window Washer» (1984), che raffigura un giovane con i pantaloncini macchiati, le scarpe da ginnastica consumate, il tergivetro in mano. È collocato al centro dello spazio ovale della galleria, come un perno silenzioso attorno a cui ruota il resto. Alle sue spalle, «Politik II» (2020) di Andreas Gursky dispone tredici politici tedeschi. tra cui Angela Merkel, secondo la composizione dell’Ultima Cena di Leonardo. Il potere diventa immagine, l’immagine diventa sistema. Sullo sfondo, quasi un’eco laterale, «Five Past Eleven» (1989) di Ed Ruscha, con il quadrante di un orologio attraversato da un palo di bambù, introduce una frattura temporale. Il tempo scorre, ma qualcosa lo interrompe.

L’accostamento è tutt’altro che casuale. Hanson osserva le classi sociali dal basso, Gursky le analizza dall’alto, come strutture astratte. In mezzo, lo spettatore, chiamato a misurare la distanza tra chi lavora e chi governa, tra chi è visibile e chi resta sullo sfondo.

Il gioco degli specchi diventa poi esplicito con «Donkey» (1999) di Jeff Koons, una testa di animale da cartone animato in acciaio inox lucidato a specchio. Appesa di fronte a «Bodybuilder» (1989–90) di Hanson - un corpo abbronzato, sotto sforzo, asciugamano sudato al braccio - l’opera di Koons riflette tutto: la galleria, il pubblico, il culturista stesso. È un oggetto apparentemente infantile che parla di desiderio, consumo, auto-riconoscimento. E forse, come suggerirebbe Lacan, di quella sottile linea che separa la scoperta di sé dall’alienazione.

Camilla Sordi, 09 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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