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Auguste-Jean Marie Carbonneaux, The Hamilton Laocoön

Sotheby’s

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Auguste-Jean Marie Carbonneaux, The Hamilton Laocoön

Sotheby’s

Sotheby’s, il Laocoonte di bronzo guida i record dell’asta Old Masters di Londra

La rara versione ottocentesca della scultura di Auguste-Jean Marie Carbonneaux viene aggiudicata per 13,6 milioni di sterline, quadruplicando le stime iniziali

Tutti gli occhi erano per la versione ottocentesca del «Laocoonte», copia in bronzo della leggendaria scultura in marmo, che di aura ne ha abbastanza per distribuirla ai suoi derivati. E il lotto non ha deluso le attese, trainando l'intera vendita. La sessione serale dedicata ai dipinti e alle sculture dei maestri antichi e del XIX secolo di Sotheby’s, a Londra, si è infatti conclusa con un risultato complessivo di 51,3 milioni di sterline (68 milioni di dollari), superando le stime della vigilia fissate tra i 32,1 e i 46,4 milioni. L'esito dell'asta rappresenta il totale più alto per questa specifica categoria nella sede londinese dal luglio 2019, trainato da una partecipazione internazionale che ha visto oltre la metà dei lotti superare le stime massime, portando a ben undici nuovi record d'asta.

Il risultato più rilevante è stato conseguito, come anticipato, dal «Laocoonte Hamilton», una rara fusione in bronzo a grandezza naturale dell'iconica scultura antica, realizzata a Parigi nel 1817 da Auguste-Jean Marie Carbonneaux. L'opera, proposta in un'asta monografica dedicata, è stata contesa per quindici minuti da quattro offerenti, tra cui un collezionista privato asiatico e un acquirente attivo nel settore contemporaneo. L'aggiudicazione finale ha raggiunto i 13,6 milioni di sterline (18,1 milioni di dollari), a fronte di una stima iniziale di 2-3 milioni. La cifra si attesta come il secondo prezzo più alto mai pagato in un'asta per una scultura pre-moderna e il record assoluto per un'opera neoclassica.

L'opera coglie il momento culminante del racconto virgiliano dell'Eneide: il sacerdote troiano Laocoonte, colpevole di aver tentato di svelare l'inganno del cavallo di legno lasciato dai Greci, viene punito dagli dei protettori di Atene. Avvinghiato insieme ai due figli dalle spire di enormi serpenti marini emersi dalle acque, il sacerdote è ritratto nell'istante del massimo strazio fisico e spirituale, un'agonia che la scultura traduce in tensione muscolare e dinamismo compositivo. Dell'opera, più nel dettaglio, ne abbiamo parlato in questo articolo.

Auguste-Jean Marie Carbonneaux, «The Hamilton Laocoön»

Il gruppo scultoreo originale, il marmo antico rinvenuto a Roma nel 1506 nei pressi della Domus Aurea di Nerone, vive di una tradizione quasi leggendaria. Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, la definì l'opera d'arte più degna di ammirazione tra tutte quelle prodotte dalla pittura e dalla scultura. Al momento del suo scavo, tra i testimoni oculari inviati da Papa Giulio II figurava un giovane Michelangelo Buonarroti, che parlò del Laocoonte come di un singolare miracolo dell'arte. Anche a livello tematico la materia è epica. 

Riprodurre in bronzo e a grandezza naturale una struttura così complessa, caratterizzata da vuoti profondi, arti protesi e linee aggrovigliate, ha sempre rappresentato una sfida tecnica quasi insormontabile. Fino al momento della realizzazione del bronzo Hamilton, si contavano soltanto tre versioni a grandezza naturale sopravvissute. Parte della difficoltà, inoltre, era anche pratica. Viaggiare, e raggiungere Roma, non era certo facile come oggi; una volta arrivati, il tempo da passare a tu per tu con la statua non era molto, o comunque non sufficiente per assimilare tutte le informazioni necessarie a riprodurlo, avendo a disposizione solo i limitati strumenti dell'epoca.

L'opportunità per Carbonneaux nacque così dalle vicissitudini storiche della fine del Settecento. Nel 1797, in seguito al Trattato di Tolentino, lo Stato Pontificio fu costretto a cedere il marmo del Laocoonte ai francesi. Trasferito a Parigi all'interno del Musée Napoléon, l'originale rimase nella capitale francese fino al 1815, anno della sua restituzione al Vaticano. In quel lasso di tempo, prima che l'opera lasciasse la Francia, venne ricavato un calco in gesso direttamente dal marmo antico.

Carbonneaux sfruttò questo modello per avviare una complessa operazione di fusione durata diversi anni, impiegando la tecnica della colata in sabbia, un procedimento all'avanguardia per l'epoca che sostituiva il più fragile metodo della cera persa. La formatura in sabbia permetteva di gestire volumi monumentali con maggiore precisione e di preservare la matrice originaria. Il risultato fu un'opera che coniugava l'esattezza filologica della copia neoclassica con l'autonomia espressiva del grande bronzo d'inizio Ottocento. Un'impresa che valse a Carbonneaux la medaglia d'oro dell'Institut de France. E, a distanza di secoli, un grandissimo risultato d'asta.

 


 

Camilla Sordi, 02 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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