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Stefano Luppi
Leggi i suoi articoliIn occasione del bicentenario della nascita di Silvestro Lega (1826-95) la sua città natale, Modigliana (Fc), torna a ragionare del suo artista argomentando la relazione profonda con i Macchiaioli e il Risorgimento italiano. A metà del XIX secolo Modigliana fu terra di incontri e di scontri patriottici, di confronti culturali e contaminazioni tra laici e cattolici, un periodo storico di cui il pittore fu uno dei protagonisti visivi, come racconta la mostra «Silvestro Lega. La causa della Patria, la causa dell’Arte», allestita alla Pinacoteca comunale dal 12 settembre al 13 dicembre, in collaborazione con l’Accademia degli Incamminati, e a cura di Gianfranco Brunelli ed Elisabetta Matteucci.
Gianfranco Brunelli, come si inserisce la produzione di Lega negli anni del Risorgimento?
La vicenda della nazione, della costruzione della sua unità e la vicenda dell’arte, del suo rinnovamento, del suo ruolo, ebbero nella storia esistenziale del pittore di Modigliana significative, profonde corrispondenze. Modigliana è terra di confine e di sconfinamenti, tra lo Stato Pontificio e il Gran Ducato di Toscana e all’epoca viaggiano le persone, gli interessi e le idee. Talora di nascosto e accanto alla militanza politica c’è quella culturale: l’arte è un sentimento responsabile del proprio tempo ed è anche un fatto generazionale. Da Cabianca a Banti, da Fattori a Costa, da De Tivoli a Lega: nacquero tutti tra il 1824 e il 1827. Gli altri protagonisti nel decennio successivo sono Signorini, Borrani, Cecioni, Abbati, il critico Diego Martelli (1839-96) e la risposta di tutti fu un ritorno alla coscienza della realtà, il vero morale come coscienza dell’arte. Per un periodo breve, ma significativo, tra il 1848 e il 1861, le due cause, quella dell’arte e quella della patria, furono anche formalmente una causa sola. Ma in generale furono in Lega la causa di una vita. Non è qui a tema l’adesione politica e di «fede» di Lega al processo risorgimentale e in particolare alla causa mazziniana, è una cosa nota, riassunta nella sua famosa lettera autobiografica indirizzata all’amico Diego Martelli nel 1870. Nella nostra mostra è in questione il legame profondo tra la causa risorgimentale e la causa del rinnovamento dell’arte come si legge in un’altra lettera a Martelli, del 1871: «Tu sai bene, dopo entrato al Caffè Michelangelo, dove riscontrai una quantità di giovani artisti, cosa si fece, e cosa si disse, e come si stabilì di rompere col passato accademico e anche con la moda del tempo, e di riformare l’arte con la ricerca del vero, fatta, nel modo il più franco possibile semplice e coscienzioso». Perché quell’urgenza del vero? Perché quel «vero» assumeva il senso di una rivolta morale?
Silvestro Lega, «Curiosità», 1866, Forlì, Collezione d’arte della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì
Secondo lei perché?
È solo con la Seconda guerra d’Indipendenza, nel 1859-61, che Lega e gli altri raccontano il Risorgimento, quando i Macchiaioli adottarono espressioni niente affatto retoriche per raffigurare episodi della seconda guerra d’Indipendenza, adeguando le scansioni cromatiche esaltate dalla luce al tono quotidiano, dimesso e allo stesso tempo drammatico, delle scene militari così da dare di quella esperienza vissuta da molti di loro personalmente risvolti intensamente umani, tali da assumere un significato generale. Lo si vede in opere come «I bersaglieri che conducono prigionieri» o «Ritratto di Giuseppe Garibaldi», ad esempio.
La sua produzione come si sviluppa?
Lega nasce accademico, poi rompe con l’Accademia e si avvicina al Purismo di Luigi Mussini (1813-88), alla definizione figurativa e coloristica del disegno classico. Elementi che rimarranno in certo modo nella sua forma artistica. In fondo, anche da macchiaiolo, Lega fu il meno macchiaiolo di tutti o il più profondo, perché il suo rinnovamento conduce a un rinnovamento colto. Lega poi passerà a un «nuovo maestro», Antonio Ciseri (1821-91) che gli consentirà di approfondire i processi analitici, nella costruzione dell’opera, per ottenere un tenore formale e coloristico tale da fondere i valori narrativi a quelli espressivi.
Poi che cosa accade?
Lega non fa accezione alla disillusione che colpì dopo il Risorgimento molti protagonisti, anche se i valori che lo avevano mosso, la sua fede repubblicana e mazziniana rimasero saldi. Tra le sue opere, il «Mazzini morente» è la più commovente in proposito. Ha un carattere religioso; cita il Quattrocento toscano e si sporge verso Giotto della morte di San Francesco. Si tratta di una delle pagine più alte della pittura italiana di quegli anni, dirà Martelli.
Ci descrive la mostra?
Modigliana conserva, soprattutto in Pinacoteca, diversi capolavori di Lega: opere del periodo giovanile e poi il trittico della maturità, «Ritratto di Giuseppe Garibaldi», «Ritratto di don Giovanni Verità», «Mazzini morente», e ci sono anche molte opere in sede privata. La mostra, pur nel limite della sua espressione possibile di 60 opere, dà conto di tutto, sia sul piano dei prestiti (oltre ai privati anche l’Istituto Matteucci di Viareggio, gli Uffizi, la Gnam di Roma, il Museo Fattori di Livorno) sia sul piano del percorso: gli inizi, la pittura risorgimentale, il periodo d’oro di Piagentina a Casa Batelli, il decennio difficile degli anni Settanta dopo la morte dell’amata Virginia Batelli, l’affetto di altre famiglie a Bellariva e poi al Gabbro, nel livornese.