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Jason Martin, «Untitled», 2025

Courtesy di Galleria Christian Stein

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Jason Martin, «Untitled», 2025

Courtesy di Galleria Christian Stein

Sessant’anni di Christian Stein con Jason Martin

La luce e la materia nei dipinti-scultura dell’artista britannico illuminano il percorso espositivo nella storica galleria fondata a Torino nel 1966 e dal 1985 trasferita a Milano

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Cadono quest’anno i sessant’anni di attività della Galleria Christian Stein, fondata nel 1966 in una Torino vibrante di energie e di sperimentazioni da Margherita Stein, donna tanto geniale quanto pragmatica, dal momento che, per farsi prendere sul serio, decise di adottare il nome del marito: Christian, appunto.  

Musa e madrina dell’Arte Povera, Christian Stein presentava nella prima galleria, in via Teofilo Rossi, tutti i protagonisti di quella stagione, per ampliare in seguito i suoi interessi all’arte minimal, concettuale, alla Land Art, spostandosi nel frattempo nella magnifica casa-galleria di piazza San Carlo e infine in quella di piazza Vittorio Veneto, dirimpetto all’amico di sempre, Giulio Paolini. Intanto nel 1985 apriva una sede in via Lazzaretto a Milano, affidandola a Gianfranco Benedetti, che tuttora la guida, nei bellissimi spazi di Palazzo Cicogna in corso Monforte 23. 

Con understatement tuttora tipicamente torinese, per il momento la galleria non sembra voler celebrare questo anniversario e si concentra piuttosto sulla mostra con cui inaugura il nuovo anno: la personale (la sua seconda in galleria) di Jason Martin intitolata «Vertex» e commentata da un testo di Sergio Risaliti. Dal 4 marzo al 23 maggio i grandi dipinti-scultura dell’artista britannico (Jersey, Gran Bretagna, 1970; vive e lavora tra Londra e l’Alentejo, in Portogallo), abitano lo spazio della galleria, in dialogo con la luce che entra dai finestroni affacciati sul gran giardino nel cuore della città (lo stesso su cui si apriva lo studio di Lucio Fontana). La luce gioca infatti un ruolo di primo piano nel lavoro dell’artista britannico, i cui dipinti (qui sono sei a olio su alluminio, realizzati appositamente per la mostra, e due a tecnica mista su alluminio) sono percorsi da dense, ritmiche spatolate di colori vividi e pastosi trattati con lame e pettini industriali. Ne scaturiscono delle superfici vibranti, seriche e cangianti, quasi dei panneggi scultorei su cui la luce può giocare al suo meglio, accentuando l’incavo dei solchi e accendendo le creste dei grossi filamenti di pigmento che percorrono ordinatamente la superficie. Sempre in bilico tra l’astrazione e una figurazione solo suggerita, misteriosa e indecifrabile (acque che scorrono? Foglie? Una foresta?), i lavori di Martin, che si è formato alla Goldsmiths University di Londra per trovare poi la sua consacrazione internazionale con la mostra «Sensation: Young British Artists from the Saatchi Collection», tenuta a Londra nel 1997, dimostrano la forza e le potenzialità di rinnovamento di un medium antico come la pittura, tante volte dato per morto e invece da qualche tempo più vitale che mai. 

Jason Martin con «Vacui», 2025. Courtesy dell’artista

Ada Masoero, 28 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

Sessant’anni di Christian Stein con Jason Martin | Ada Masoero

Sessant’anni di Christian Stein con Jason Martin | Ada Masoero