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Giuseppe M. Della Fina
Leggi i suoi articoliUn archeologo è consapevole che nei libri legati alla letteratura di viaggio si trovano con facilità reperti archeologici più o meno noti. Allora si può prendere in mano Etruscan Places (Luoghi etruschi, o Paesi etruschi nelle diverse versioni italiane) di David Herbert Lawrence pubblicato Londra nel 1932, due anni dopo la morte dello scrittore. Comprende articoli scritti inizialmente per le riviste illustrate «Travel» e «World-to-Day» e che Martin Secker riunì in un volume unico.
Il libro nasce dall’esperienza di un viaggio dello scrittore, che raggiunse quattro città di origine etrusca: Cerveteri, Tarquinia, Vulci e Volterra. Lo intraprese insieme a un amico statunitense, Earl Brewster, nella primavera del 1927. Si può essere anche più precisi: il viaggio durò da mercoledì 6 aprile a lunedì 11 aprile.
Venne preparato con cura come suggerisce la lettura, ricordata nel testo, di diversi volumi sull’Etruria e di cui alcuni appena pubblicati al suo tempo. Il tour, partito da Roma, venne preceduto da una visita approfondita al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.
Uno scavo ideale nelle pagine del libro porta alla luce numerose antichità: ci soffermeremo su quelle che si possono scoprire nel capitolo dedicato a Volterra, la tappa finale del viaggio. Lawrence e Brewster raggiunsero la città nel freddo pomeriggio di domenica 10 aprile 1927. Decisero di visitare i principali monumenti cittadini e di riservare la visita del museo alla mattina successiva: in fondo erano arrivati fin lì proprio per avere la possibilità di visitarlo con attenzione.
Il tempo non era migliorato, come ci sarebbe potuto attendere in Italia, a primavera, anzi mentre si dirigevano verso il Museo «Mario Guarnacci» iniziò a cadere una pioggia gelida. Per cercare riparo attraversarono di corsa il portone, che era stato appena aperto, ma le stanze risultarono all’inizio ugualmente fredde e vuote. Lo scrittore arrivò a confessare che si sentì: «tanto vicino a scendere nella tomba, come mai mi ero sentito».
Poi un miracolo, l’incontro con le urne che il museo accoglie: «in quelle sale colme di centinaia di piccoli sarcofagi, o di cinerari, o di urne, come vengono chiamate, l’energia della vita antica cominciò a riscaldarci».
Le urne di Volterra, destinate a contenere le ceneri del defunto, in alabastro, in tufo o in terracotta, rappresentano l’ultima grande stagione dell’artigianato artistico dell’Etruria. Sui coperchi sono raffigurati per lo più uomini o donne distesi a banchetto, sulle casse sono rappresentati miti greci, saghe locali, o ancora scene della vita del tempo.
La produzione, come è stato evidenziato dall’archeologo Gabriele Cateni, che ha diretto il museo a lungo, appare legata a un duplice livello di committenza: da una parte, un’élite colta, sensibile a una cultura impregnata di ellenismo, attenta al repertorio mitologico greco e che guardava ormai a Roma (e al mondo romanizzato) con attenzione e interesse. Dall’altra una diffusa classe media composta da piccoli e medi proprietari terrieri, commercianti e artigiani più legata alle saghe locali e a scene tratte dal loro quotidiano. Con una nostalgia, forse, per il mondo che era stato.
Lawrence si sofferma su tutte queste raffigurazioni e osserva: «sono affascinanti come un grande libro illustrato della vita e non ci si stanca mai di guardarle». Non basta, arriva a scrivere: «Quanto a me, provo più piacere di fronte a queste urne di Volterra che di fronte, sto quasi per dire, al fregio del Partenone».
L’affermazione paradossale (o se si vuole la provocazione), nasce dalla sua passione per il mondo degli Etruschi e dalla consapevolezza che ci si arriva a stancare della qualità estetica, mentre non accade, o accade più difficilmente, per opere di qualità formale inferiore, ma che riescono a raccontare la vita.
Si può rammentare, infine, che quelle urne avevano colpito una personalità sempre inglese, ma di un secolo diverso e con una formazione differente, George Dennis, l’autore del volume The Cities and Cemeteries of Etruria, la cui prima edizione venne pubblicata Londra nel Londra 1848, che aveva annotato: «non invidio l’uomo che può attraversare questo museo senza esserne commosso».
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