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Una delle sale del Museo dell’innocenza a Istanbul

Foto: Masumiyet Müzesi

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Una delle sale del Museo dell’innocenza a Istanbul

Foto: Masumiyet Müzesi

«Scavi letterari»: il museo dell’innocenza di Orhan Pamuk

Con l’etruscologo Giuseppe M. Della Fina scaviamo nelle pagine di un romanzo o di un racconto e tra i versi di una poesia alla ricerca di oggetti di un passato lontano (per comprenderne il significato e il valore che perdurano nel tempo)

Il premio Nobel per la Letteratura Orhan Pamuk pubblicò il romanzo Il museo dell’innocenza (titolo originario: Masumiyet Müzesi, in lingua turca) nel 2008. Lo scrittore ha ricordato che l’idea del romanzo la ebbe diversi anni prima e, contemporaneamente, immaginò di realizzare un museo originato dalla storia che intendeva narrare. 

Il romanzo racconta l’amore contrastato tra Kemal, il rampollo trentenne di una famiglia altolocata di Istanbul, e Füsun, una lontana parente più giovane e di condizione sociale meno agiata. Nelle sue pagine, accanto ai protagonisti, una centralità è attribuita a oggetti della vita quotidiana di scarso o di nessun valore apparente, ma legati al ricordo di quell’amore a partire da un orecchino che la ragazza perse durante il loro primo incontro.  

Quegli oggetti sono confluiti nel museo realizzato dallo scrittore, aperto nel 2012 e visitabile nella capitale turca. Per esso Pamuk ha scritto anche un catalogo singolare, L’innocenza degli oggetti proposto in Italia da Einaudi (2012).

Un archeologo che cosa può scoprire nelle pagine del romanzo? L’importanza degli oggetti di uso quotidiano, che oggi risultano centrali nella sua professione. L’archeologia è nata come una disciplina in grado di riportare alla luce monumenti e reperti antichi con un valore artistico considerevole e interagiva con la storia dell’arte. Poi il suo interesse si è spostato progressivamente verso la storia: l’archeologo doveva dare un contributo soprattutto alla ricostruzione delle vicende lontane di una città, di un territorio, di una nazione. 

Quindi il raggio di azione delle sue ricerche si è esteso per quanto concerne l’arco temporale: non più soltanto la realtà antica, ma anche quella medievale. Più di recente ancora si è iniziato ad analizzare il passato vicino al nostro presente e il presente stesso con un approccio archeologico secondo il metodo della stratigrafia. 

Un cantiere di scavo che ha rappresentato una svolta nell’archeologia italiana, lo segnala bene: faccio riferimento alle ricerche dirette da Daniele Manacorda, a Roma, nell’area della Crypta Balbi e avviate nel 1981. I reperti recuperati narrano la storia di un vasto isolato e la vita quotidiana di uomini e donne che vi hanno vissuto nel corso dei secoli: dall’età romana sino al XX secolo. 

Da quello scavo è sorto un museo ubicato proprio nel centro di Roma, in Via delle Botteghe Oscure, tra Piazza Venezia e Largo di Torre Argentina. Rientra nel circuito del Museo Nazionale Romano, diretto da Federica Rinaldi, ed è in corso di ristrutturazione. I lavori verranno presentati in una serie d’incontri a partire dal 18 febbraio con cadenza mensile e sino a giugno. 

Torniamo al romanzo di Pamuk e al museo che ne è scaturito. Al centro sono oggetti osservati, sfiorati, toccati dai protagonisti del romanzo: un catalogo lunghissimo costituito da chiavi, tazze da caffè, teiere, orologi, scarpe, accendini, giocattoli, confezioni di dolciumi, figurine, fotografie, tanto altro ancora e addirittura mozziconi di sigaretta. Tra gli oggetti proposti figura la borsa «della famosa marca Jenny Colon», vista nella vetrina di un negozio nella giornata del 26 aprile 1975, che ha giocato un ruolo centrale nell’inizio della relazione tra Kemal e Füsun.

Oggetti, reperti mi verrebbe da scrivere, in grado di documentare contemporaneamente la vita a Istanbul tra gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta del Novecento. Una storia privata, ma in grado d’illuminare quella di una comunità, o, almeno, di alcuni ambienti di essa: si rammenti che i due protagonisti appartenevano a fasce sociali diverse.

Lo scrittore è perfettamente consapevole di ciò e afferma di essersi reso conto che quegli oggetti, sistemati di persona con cura e amore nelle teche, giungevano ad avere un significato molto più grande di quello che avevano prima. Essi andavano ripensati: «come pezzi di vita di persone realmente esistite e vissute in queste strade». Il fascino dell’archeologia si ritrova in tale considerazione.

Giuseppe M. Della Fina, 13 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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