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Luigi Maria Valdier, Litografia per documentare gli scavi di Luciano Bonaparte a Vulci, Anni venti del XIX sec.

Cortesia Fondazione per il Museo «Claudio Faina», Orvieto

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Luigi Maria Valdier, Litografia per documentare gli scavi di Luciano Bonaparte a Vulci, Anni venti del XIX sec.

Cortesia Fondazione per il Museo «Claudio Faina», Orvieto

Scavare negli archivi • I taccuini di Luciano Bonaparte

Giuseppe M. della Fina ci conduce tra le carte ingiallite di un passato più o meno lontano e depositate in archivi e biblioteche: appunti, relazioni, elenchi, lettere, resoconti e inventari

Il protagonista di una delle maggiori avventure dell’archeologia durante l’Ottocento fu Luciano Bonaparte (1875-1840), uno dei fratelli di Napoleone. Fu un uomo dagli interessi molteplici: coltivò la letteratura, la ricerca storica, l’astronomia e l’archeologia. C’è da aggiungere che, nell’arco della vita, non abbandonò mai del tutto l’interesse per l’attività politica nel cui ambito aveva svolto un ruolo di primo piano contribuendo con successo all’ascesa dell’illustre fratello, col quale ruppe ogni rapporto nel 1804 per motivi politici e personali. 

Lasciata la Francia e raggiunta l’Italia, stabilendosi inizialmente a Roma, iniziò a interessarsi di archeologia, che rappresentava un modo per inserirsi nell’ambiente romano.  Nel 1814, il papa Pio VII lo nominò Principe di Canino. 

Nel 1828 iniziò a condurre campagne di scavo nelle terre del principato, che dettero risultati straordinari riportando alla luce le necropoli di Vulci, una delle città-stato maggiori dell’Etruria. Le ricerche, a dire il vero, nacquero agli inizi soprattutto come una risposta alle difficoltà economiche del principe dovute alla nuova situazione politica (durante i Cento Giorni vi era stato un riavvicinamento con Napoleone) e a investimenti finanziari sbagliati. 

Luciano Bonaparte dette un’organizzazione quasi militare agli scavi: vi era chi scavava, chi restaurava i materiali ricuperati e chi li disegnava. I reperti venivano classificati in maniera preliminare sul posto, poi erano portati nel castello di Musignano dove era stato allestito un laboratorio di restauro

Dopo essere stati restaurati, entravano nel fiorente mercato antiquario del tempo. Lo scrittore Stendhal, al tempo console di Francia a Civitavecchia, calcolò che, nel marzo del 1837, quei vasi avevano fruttato 700 mila franchi al Principe, cifra che sarebbe salita a 1.200.000 franchi nel 1840, anno della sua morte. 

Un archeologo e diplomatico inglese, George Dennis, in «Cities and Cemetaries of Etruria» osservò, nel 1848, che quelle ricerche: «hanno reso forse il nome di Luciano Bonaparte altrettanto conosciuto e forse gli conquisteranno altra durevole fama quanto la sua condotta il 19 Brumaio, o il ruolo che egli svolse accanto all’imperiale fratello».

Un documento, conservato presso l’archivio della Fondazione per il Museo “Claudio Faina” ad Orvieto, suggerisce la sua preparazione storica: si tratta di un taccuino redatto dal principe con la trascrizione di brani di autori classici greci e latini e di studiosi moderni. 

Vediamo il taccuino più da vicino: il frontespizio reca il titolo «Citations archéologiques 1829-1830».  Appena sotto di esso sono ricordati alcuni autori antichi con accanto l’indicazione, con qualche approssimazione, del periodo della loro attività: Dionigi di Alicarnasso, Tito Livio, Diodoro Siculo, Strabone, Tacito, Plinio il Vecchio, Plinio il Giovane, Svetonio.

Nel primo foglio è proposta una sorta di cronologia universale del mondo: si parte dalla creazione fissata nel 4004 a.C., si segnalano quindi tappe giudicate di grande rilievo, quali il diluvio universale, la costruzione della Torre di Babele, la morte di Noé, per fare qualche esempio, e, contemporaneamente, vi figurano personaggi storici come Ciro ed Alessandro.   

Sul dritto del taccuino iniziano quindi gli appunti veri e propri, che sono numerati da 1 a 124: si aprono con l’esame di un passo dell’abate Mignot e si chiudono con uno di Thomas Dempster. Si può osservare che gli autori antichi e moderni sono alternati senza un ordine apparente e che l’attenzione è prestata sia ai testi che alle tavole dei volumi consultati. 

Luciano Bonaparte da quali informazioni era attratto? Leggendo il taccuino si vede bene che i suoi interessi erano rivolti essenzialmente verso la mitologia, la cui conoscenza doveva aiutarlo nell’interpretazione delle scene raffigurate sui vasi che andava scoprendo e pubblicando. 

Come pure verso gli aspetti cronologici, un rilievo particolare risulta dato alla guerra di Troia e ai Pelasgi, che rivestivano un ruolo centrale nella sua ricostruzione storica dell’Italia antica: arrivò a sostenere l’esistenza di un’“epoca etrusco-pelasga”, anteriore allo sviluppo della Grecia. 

In una sua pubblicazione «Nota del Principe di Canino», inserita in «Catalogo di scelte antichità etrusche trovate negli scavi del Principe di Canino, 1828-29», di cui il taccuino conservato a Orvieto costituisce il brogliaccio di appunti, arrivò a scrivere: «l’anteriorità delle belle arti nel mondo antico appartiene all’Italia nostra come glie ne appartiene il primato nell’Europa moderna». L’affermazione voleva essere una ricerca di gradimento verso la nascente “opinione pubblica” italiana, alla quale guardava per il futuro politico suo o di un familiare.

Una pagina del taccuino di Luciano Bonaparte intitolato «Citations archéologiques 1829-1830»

Un’ulteriore pagina del taccuino di Luciano Bonaparte intitolato «Citations archéologiques 1829-1830»

Giuseppe M. Della Fina, 30 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

Giuseppe M. Della Fina

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