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Janaina Tschäpe, «Piruetas de o lhos abertos»

Photo: Eduardo Ortega. Courtesy Fortes d'Aloia e Gabriel

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Janaina Tschäpe, «Piruetas de o lhos abertos»

Photo: Eduardo Ortega. Courtesy Fortes d'Aloia e Gabriel

San Paolo: un’infinita agenda del contemporaneo

Tra case «iconiche», gallerie e musei, la megalopoli paulistana si fa palcoscenico dell'arte contemporanea, con decine e decine di appuntamenti a cavallo della 22.ma edizione della fiera SP-Arte. Mentre il mercato cresce

Matteo Bergamini

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Secondo Mapa das Artes, una delle pagine Instagram dedicate all'arte contemporanea brasiliana più attente e più politicamente schierate, sono state 29 le aperture di mostre a São Paulo solo nella giornata dello scorso sabato 28 marzo. Un numero record, senza tenere conto delle decine d'altre inaugurate appena qualche giorno prima o durante la stessa settimana di SP-Arte; una cifra che la dice lunga sulla bulimica vitalità della scena culturale della più grande metropoli dell'America del Sud. E di tutte le declinazioni dell'arte che si possono incontrare. Cominciamo con Janaina Mello Landini (1974), da Zipper, con l'installazione «Acorda» attraverso la quale l'artista si impossessa letteralmente dello spazio della galleria: un site-specific che è un attraversamento, costruendo un ambiente di materiali naturali e deteriorabili, dal verdete, minerale a base di potassio di Minas Gerais (stato di nascita di Janaina) a pietre, sale, muschio, acqua per una composizione che muta nel tempo, ospitando funghi, invadendo l'ambiente di odori della metamorfosi, in uno stato «biologico» che sembra strizzare l'occhio all'Arte Povera in una dimensione decisamente più ricca di sollecitazioni.

Da Martins&Montero c'è invece «Ahhh, beije-me», personale di Hudinilson Jr. (1957-2013). Una delle figure più dirompenti della scena di San Paolo dalla fine degli anni '70 fino alla sua scomparsa, Hudinilson si definiva quasi autodidatta. Nel solco di un immaginario Pop e Queer, nella liberazione del corpo maschile come desiderante e allo stesso tempo vulnerabile, l'artista diede vita a una poetica riconosciuta per un vastissimo uso della tecnica della fotocopia, del collage, dell'assemblaggio di immagini, di dettagli, di mirabilia e di lembi di pelle che, per tanto essere scansionati, diventavano pitture estratte. Nella splendida sede di Martins&Montero, in rua Jamaica, è possibile ripercorrere un ampio spettro di quella che era la poetica dell'artista, tra accumulazione e ribellione, tra sensualità e pornografia, con una serie di opere prese direttamente dall'appartamento dell'artista e che replicano, in un certo modo, l'ambiente domestico che si fondeva con quello del lavoro.

Da Continua, negli scorsi giorni, Yhuri Cruz (1991) ha aperto la sua prima personale: «O jantar» (la cena). Con 10 anni di pratica performativa alle spalle, l'artista per l'occasione ha inscenato un convivio dove lo spettatore è stato invitato a occupare la sala e a consumare una refezione con l'artista, immerso in un dialogo intorno all'esistenza, ai sogni, al ricordo e alla malinconia delle separazioni, in una performance che lo stesso Cruz ha definito come una «cena dello spirito». In sala, anche 14 sedie in cemento armato con uno schienale di granito nero sui quali, ognuno differente, sono incisi bianchissimi sorrisi a ricordare la vita, in una proiezione che rimette ai «rituali retofagici» dell'artista, in cui la riparazione storica passa per il quotidiano di quello che era, prima dell'abolizione dello schiavismo e riverberato nel tempo, una eccezione del popolo bianco.

Da Marilia Razuck, Thiago Rocha Pitta (1980) con la sua prima personale in galleria: «L'uovo come una sfinge». La mostra riunisce dipinti ad affresco e acquerelli, installazione e scultura, e cerca di approfondire l'indagine di Rocha Pitta sul paesaggio come processo vivo, in costante trasformazione. Dimostrando da tempo una grande dimestichezza con le antiche tecniche dell'affresco, apprese anche in diversi momenti passati in Italia, come afferma la curatrice Camila Bechelany, «Thiago Rocha Pitta opera lontano dalla tradizione del paesaggio come immagine stabilizzata del territorio, ma a partire dall'esperienza diretta con materie naturali e evoca temporalità che eccedono la scala umana», consegnandoci un corpo di opere che trascendono l'astratto per trasformarsi in visioni di lembi del pianeta, di cieli e aurore ben più che metafisiche.

Decisamente più improntate sulla figurazione, ma mantenendo un aspetto al limite del surreale e del fantastico, sono le mostre della sede paulistana della galleria carioca Danielian: «Enquanto se torna» (mentre diventa, Ndr) riunisce dipinti, disegni e sculture inedite dell'artista Thales Pomb (1989). Luci rare, l'alba e il tramonto, ombre soffuse e momenti di suspense per una nuova pittura tropicale dal segno incisivo, mentre il primo scambio artistico internazionale con  «Meet Me Halfway», personale dell'artista filippino-statunitense-tedesco Nicholas Grafia si dà attraverso otto tele inedite che mettono in luce le nozioni di identità e appartenenza raccontante attraverso scene che appaiono violente e quasi fumettistiche, per rivelare ciò che di strano e fantastico si cela nell'esperienza quotidiana.

Per continuare nel solco della figurazione, eccoci da Almeida & Dale, nella nuova sede che ospitava anticamente la galleria Millan, al cospetto della prima esposizione in galleria di Maxwell Alexandre (1990), intitolata proprio «Pintor preto, figuração branca» (Pittore nero, figurazione bianca, Ndr). Una mostra sorprendente, risultato delle recenti serie «Clube» presentata per la prima volta al Museu Histórico da Cidade di Rio de Janeiro (2024), e «Cubo Branco», noto per la grande installazione concepita per la 36.ma Biennale di San Paolo (2025), che giocava sulla differenza dei toni cromatici della carta, branco (bianco) e pardo (meticcio, nell'accezione del tono di pelle), ma che tra gli spazi del Padiglione di Niemayer perdeva la sua potenza. Qui, invece, tutto è ampliato nel suo farsi panorama: i ritratti dei frequentatori del Clube de Regatas do Flamengo, a Gávea, quartiere nobile di Rio de Janeiro a due passi da Rocinha, la favela dove Maxwell è nato e continua a vivere si stagliano sugli alti muri del club (il cubo bianco, appunto) che offrono ai membri una oasi apparentemente separata dalle contraddizioni e complessità dei dintorni, mettendo ancora più in luce le strutture di potere presenti in scene pacifiche di bagni di sole e atletismi vari, indagati da Alexandre. «Si denaturalizza la rappresentazione dell'uomo bianco nella pittura nominando il genere come Figurazione bianca. Ed è attraverso la presunta neutralità del Cubo Bianco che Maxwell ci indica determinati valori stabiliti nel sistema delle arti. Secondo l'artista, la Figurazione bianca che realizza non è neutra: ha l'intenzione di razzializzare il corpo bianco», da sempre il razzializzatore, aggiungiamo noi, come si legge nel testo che accompagna la mostra. Che in tutti i modi, per dirla con l'artista, che sta comunicando le proprie intenzioni sempre più cristalline attraverso il suo profilo instagram: «La letteratura che produco intorno alla mia pittura è una cosa, la pittura in sé è un'altra. Ma le due cose sono autonome da morire» (pra caralho, come scrive l'artista, Ndr).

 

 

Maxwell Alexandre, «Sem titulo [Untitled]», 2024. Photo: Julia Thompson. Courtesy of Almeida & Dale

Hudinilson Jr., «Senza Titolo», anni '80. © Ana Pigosso. Courtesy of Martins&Montero

Quest'anno però, dopo l'anniversario di Luisa Strina nel 2025, a San Paolo ci sono altri due compleanni illustri: il primo è di Nara Roesler, attiva dal 1976. Scrive Luis Pérez-Oramas: «Nara Roesler ha tracciato una cartografia simbolica: la mappa di chi sa trasformare l'impossibile in possibile e la periferia in centro, sfidando i centri». Nata come uno studio d'arte per rappresentare l'artista José Cláudio da Silva (1932-2023), a Recife, Nara Roesler traslocò a San Paolo nel 1986, aprendo una seconda sede a Rio de Janeiro nel 2014 e a New York nel 2016, prima artista brasiliana a entrare direttamente nel mercato nordamericano. «Cinquant'anni fa il mercato non esisteva: solo negli ultimi decenni vi è stata una transizione da un panorama mosso da passione e intuizione a un'economia mossa da processi globali, rigorosi, tecnologici e professionalizzati», racconta la gallerista in occasione della presentazione dell'anno di celebrazioni per il cinquantenario, che prevede sei mostre nel corso del 2026 nelle tre sedi della galleria e un libro che raccoglierà la testimonianza di questa epopea per la quale, assicura la gallerista, la stampa ha avuto un ruolo fondamentale. «Ricordo due episodi: Frederico Moraes, grande critico del Jornal O Globo, venne a Recife su mio invito, e quando tornò a Rio pubblicò un'intera pagina sulla vitalità dell'arte pernambucana. Rimase incantanto dalla potenza di artisti che nemmeno conosceva. Un'altra volta invitai Casimiro Javier de Mendonça con un suo fotografo: all'epoca era critico del settimanale Veja. Facemmo diverse escursioni nelle aree rurali intorno a Recife, dove José Cláudio dipingeva le sue vedute e io ero molto esaltata: lui mi disse di calmarmi, perché non sempre le recensioni vengono pubblicate. Dal suo rientro a San Paolo, di fatto, passarono alcuni mesi di silenzio, ma alla fine uscirono ben tre pagine raccontando di questi panorami e pittori. Sono molto grata a chi fa divulgazione sull'arte», assicura Nara.

Una bella occasione per conoscere alcuni dei 56 artisti che Nara Roesler rappresenta oggi e, in particolar modo, i nomi «nordestini» che da sempre accompagnano la sua traiettoria: José Patrício e Paulo Brusky, il giovane Thiago Barbalho e Alberto Pitta, ma anche Jonathas de Andrade, rappresentato dal 2022, anno in cui rappresentò il Brasile alla Biennale di Venezia. Così, la storia di Nara Roesler, oltre a una vicenda di successo in termini di carriera, è anche la storia della capacità di immaginare e costruire futuro, di un pensare imprenditoriale: «Abbiamo impiegato molto tempo per aprire negli Stati Uniti, per essere più vicini alle istituzioni, ai curatori, ai direttori di museo: loro arrivavano alle fiere, conoscevano gli artisti, ma poi noi tornavamo a casa, lontanissimi. Era complicato mantenere e costruire rapporti senza essere presenti».

Il secondo compleanno illustre è quello di Fortes D'Aloia e Gabriel, che di anni ne compie 25 e nella sua sede in zona Barra Funda, una ex industria tessile, ha aperto con un grande ricevimento durante la settimana di SP-Arte con la pittura di Janaina Tshäpe (1973), artista tedesca-brasiliana che torna a San Paolo dopo la sua ultima mostra nel 2019: «Dando piruetas de olhos abertos» riunisce pitture informali di grande formato realizzate tra lo studio di New York, e Bocaina, rifugio brasiliano dell'artista nello stato di Minas. Olio, acquerello e pastello si fondono in una serie di paesaggi estratti e instabili: «Gesto e disegno operano in tensione, interrompendosi e rallentandosi a vicenda. Invece di costruire un'immagine risolta, Tshäpe dispiega la sua pittura come un evento plasmato dal tempo e dalla trasformazione», si legge nella presentazione.

E il 2027 sarà l'anno anche di un grande centenario, quello di Lygia Pape, artista iconica dell'Arte Concreta, a cui Mendes Wood DM, insieme al Progetto Lygia Pape dedica una grande mostra nelle due sedi di San Paolo, a Barra Funda e nella Casa Iramaia, anticipando la grande esposizione prevista al MASP per il 2027. Da non perdere anche le mostre della Pinacoteca, che ospita tra l'altro la personale di un artista decisamente conosciuto in Italia, specialmente grazie alla rappresentazione di Galleria Continua: Pascale Marthine Tayou (1963), «Knockout!». Sette sale per la sua prima personale istituzionale in Brasile, ognuna delle quali strutturata a partire da sette conferenze internazionali che avevano a che vedere con i temi più disparati: dalla fine della fame nel mondo alla spartizione dell'Africa da parte dei colonizzatori europei, fino alle prime prese di coscienza sul clima. Eccoci allora a Berlino, Yalta, San Francisco, Roma, Rio de Janeiro, Bandung e Avignone, con i relativi anni di svolgimento degli incontri politici, intrecciando questi episodi con esperienze estetiche, esplorando colori, texture, materiali e tensioni, dove il poetico e il politico si incontrano in un attrito costante, dimostrando come spesso le grandi discussioni abbiano completamente fallito nei piani teorici.

Infine, negli spazi del MAB, il museo di Belle Arti della FAAP (Fundação Armando Alvares Penteado), per gli amanti dell'arte brasiliana c'è una mostra imperdibile dedicata agli artisti che negli ultimi sessant'anni sono passati (in veste di studenti o professori) dalla Facoltà di Belle Arti della FAAP e che oggi sono nella collezione permanente del Museo di Arte Moderna di San Paolo. I nomi sono garanzie: Vik Muniz, Leda Catunda, Alex Cerveny, ma anche Leonilson e lo stesso Hudinilson Jr., due fuoriclasse che entrarono e non portarono a termine gli studi. A cura di Marcus Moraes (direttore della FAAP) e Caue Alves (curatore del MAM) la mostra intitolata «FAAP na coleção do MAM: a formação do artista» (FAAP nella collezione del MAM: la formazione dell'artista, ndr) fa parte del programma di itineranza del museo, attualmente chiuso per restauri, la cui riapertura è prevista per il prossimo ottobre, in occasione della 39ma edizione di «Panorama da Arte Brasileira», la Biennale del Museo, quest'anno affidata alla curatela di Diane Lima, già a capo del Padiglione Brasile alla prossima Biennale di Venezia, con le artiste Rosana Paulino e Adriana Varejão.

Thales Pomb, «Ensaio para Komorebi», 2026. Photo: Filipe Berndt

Yhuri Cruz, «Prologue», vista della mostra alla Galleria Continua San Paolo. Photo: Sara de Santis

Matteo Bergamini, 15 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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