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Lo stand di Remota Galeria ad ARCO Lisboa 2026

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Lo stand di Remota Galeria ad ARCO Lisboa 2026

ARCO Lisboa: dieci anni «dal contesto al mondo»

Una mostra mercato in scala umana, radicata localmente ma aperta a tutte le geografie

Matteo Bergamini

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La «maternità» del titolo di questo articolo va a Maribel López, direttrice di ARCO (Madrid e Lisbona), che proprio durante una chiacchierata con i giornalisti alla Cordoaria Nacional della Capitale portoghese – qualche momento prima dell'assalto di curatori, artisti, collezionisti e addetti ai lavori vari, nel giorno della preview della fiera – riassume così l'identità della «sua» ARCO nella West Coast d'Europa (28-31 maggio). Ribadendo alcuni concetti-chiave che hanno accompagnato una traiettoria in crescita costante (interrotta solo per un anno, a causa del covid) ma vuole restare «in scala umana», caratteristica che fa tutta la differenza del mondo, come ci raccontano anche dalla galleria SGR di Bogotà, per la seconda volta in Portogallo, esponendo le opere di Manuel Hernandez e Santiago Cubides. Le vendite? Qui l'atto scaramantico non è toccare ferro, ma battere il legno. Quel che è certo è ci sono speranze più che tangibili, anche perché la stessa direttrice dichiara che il vip program e i collezionisti invitati (e quest'anno sono più di 100) è oggettivamente realizzato in tandem con le stesse gallerie che consigliano attivamente rispetto al parterre: chi ha comprato l'anno prima viene suggerito, ma il gruppo cambia continuamente. Un programma che include anche i «locali», ovvero gli stranieri che vivono a Lisbona, coinvolti nello medesimo programma culturale, ma senza alcun benefit di alloggio o trasporto.

«Per noi il rapporto con le gallerie non è qualcosa che dura un'edizione – spiega López – ma si costruisce insieme. Quando compaiono nuove attività che vogliono entrare a far parte della fiera cerchiamo di costruire con loro un vero e proprio percorso». Dando, aggiungiamo noi, un certo rigore nelle indicazioni: quest'anno il settore «Opening», dedicato alle giovani gallerie, a cura di Diogo Pinto e Sofía Lanusse e intitolato «Na órbita do agora» (Nell'orbita di adesso, ndr) ospita dialoghi tra due artisti al massimo; la sezione «Solo» è dedicata alle presentazioni di un solo artista e negli stand di 60 metri quadrati, i maggiori, si possono esporre al massimo sei artisti: «È un modo per dire: vogliamo che vi concentriate su ogni singolo artista, come fate in galleria; la fiera non deve diventare un magazzino», chiarisce la direttrice.

E poi ci sono i prezzi degli stand, già che una fiera si fa per vendere e, a volte, per ripagare buona parte della programmazione annuale: ecco che in «Opening», che curiosamente è anche il settore più internazionale di ARCO Lisboa, lo stand minore costa 2.500 euro. Qui, quest'anno, le gallerie partecipanti sono 16 in totale, dall'Argentina al Portogallo, dalla Spagna alla Colombia, dal Belgio al Cile, selezionate e a volte invitate anche attraverso quello che Maribel definisce «Un approccio intuitivo, senza un tema. Cerchiamo l'arte che ci emoziona. Qui si trovano opere di tutti i prezzi, anche per attirare una nuova generazione di collezionisti».

A proposito di emozioni, a noi hanno convinto in particolar modo Plato, nata quattro anni fa a Évora e ora con una seconda sede a Porto, presente con un formidabile dialogo tra gli artisti Eduardo António e Hernâni Reis Baptista, diversi per formazione ma vicini all'indagine poetica dell'uomo e del suo territorio, della relazione con l'animale e di una certo misticismo gotico. Remota é invece una galleria di Salta, nel cuore dell'Argentina, che ha scelto di chiamarsi così proprio per il suo essere lontana, lontanissima dai grandi centri del contemporaneo. Da qui, però, si è fatta le ossa in varie fiere, da Lima a New York, arrivando per la prima volta a Lisbona con il lavoro di tre artiste della comunità originaria Wichí, che tessono con la fibra del chaguar, una specie di agave locale, creando pattern e glitch in arazzi dalle forme geometriche coloratissime, e l'interessante pittura di Itamar Hartavi, affascinato per la luminosità del deserto di Salta che trasforma in piccole tele che potrebbero ricordare le esperienze Divisioniste e Futuriste della pittura di paesaggio. Dal Cile arriva invece Espacio218 con le ceramiche di Javiera Gómez ispirate a loro volta all'atto dell'osservare, specialmente la luce abbagliante del Deserto di Atacama. Poi, un bellissimo arazzo in tessuto jaquard di Noël Saavedra che a sua volta prende spunto dall'osservazione del cielo: d'altronde, il Cile, ha fatto dell'astronomia un vero e proprio orgoglio (nonché economia scientifica) nazionale. Infine, vale la pena citare per la rigorosità del proprio stand DiGallery, Siviglia, con le pitture di interni, quasi metafisiche, del giovane Pepe Domìnguez, che ricerca tra porte e pareti il filo del desiderio umano, le paure e le ansie. Nel settore «Solo» vale la pena soffermarsi sul lavoro dell'artista Vanessa Da Silva, rappresentata dalla galleria Duarte Sequeira di Braga: attraverso una sovrapposizione di voile industriale e «decorato» con loghi di marche di richiamo brasiliano, Da Silva ci restituisce l'immagine dello stereotipo del tropicalismo osservata attraverso un punto di vista nordico o, specificamente, inglese, visto che Da Silva risiede da anni a Londra.

 

Lo stand di Espacio218 ad ARCO Lisboa 2026

Le opere di Helena Lapas e Pedro Zhang da Monitor ad ARCO Lisboa 2026

Nella sezione principale: una conversazione che mischia bianco e nero, disegno a colori e olio gestuale da No.No(Lisbona) con Pedro Pascoinho, Antonio Olaio e Felipe Cortez; Monitor (Roma, Lisbona, Pereto) mette a confronto la scultura di Helena Lapas con la pittura raffinata di Pedro Zhang: due artisti portoghesi divisi da sessant'anni di differenza (la Lapas è nata nel 1940, mentre Zhang nel 2001) ma uniti dall'intensità della forma. Da Francisco Fino (Lisbona) il lavoro più caro della fiera: una installazione di João Penalva frutto di una ricerca tra il botanico e l'architettonico realizzata nel 1997 in occasione di una Biennale di Hiroshima, dove reperti vegetali sono associati a immagini in bianco e nero corredati da una serie di dissertazioni sul tempo, la storia, il paesaggio, in una grande installazione fotografica. E ancora Ehrhardt Flórez (Madrid) con uno stand molto pulito che espone le sculture-oggetto di Julia Spinola e che, ci raccontano, tornano a Lisbona da molte edizioni non solo per la qualità della fiera ma anche per i buoni affari che nel tempo si sono conclusi sotto il sole (in questi giorni decisamente bollente) della città del fado e della saudade. Infine, un'altra galleria arrivata dall'altro lato dell'Atlantico, che a Lisbona ha montato lo stand più raffinato della «Main Section»: Marcelo Guarnieri da San Paolo. Qui il dialogo è tra le splendide fotografie (originariamente scattate in bianco e nero, negli anni '60) di Maureen Bisilliat, nomade antesignana, che dall'Africa all'America Latina ha ritratto comunità indigene, manifestazioni culturali e cerimonie, vita quotidiana e paesaggi. Stampate su carta argento, le serie erano state successivamente colorate con tinte ecoline in base alla memoria visiva della stessa fotografa e, nel 2019, digitalizzate, creando quello che oggi è una autentica poesia che dialoga con le sculture «primitive» di Liuba, altra figura mitica dell'arte brasiliana del secondo Novecento.

Tutto benissimo, insomma? Il Portogallo è davvero ancora la West Coast dell'Europa in crisi? «La sfida più grande resta il business internazionale: far sì che i collezionisti stranieri vedano che il contesto portoghese è vivo, che i suoi musei lo promuovo, che le gallerie ci sono, che l'arte è vera. Il processo, in effetti, sembra funzionare: molte gallerie straniere che hanno aperto a Lisbona negli scorsi anni sono rimaste, un segnale che la città non è solo attrattiva, sexy, ma è in grado di accogliere, di trattenere», chiude la direttrice. E almeno ARCO Lisboa, per ora, sembra aver trovato la sua strada.

 

Matteo Bergamini, 29 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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