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Matteo Mottin
Leggi i suoi articoliUn edificio incompiuto può essere considerato una sorta di archivio: per il Castello di Rivoli la storia è scritta nell’architettura, nelle trasformazioni d’uso e nelle opere e mostre che, da oltre quarant’anni, ne riplasmano l’identità. È a questa condizione che si ispira la nuova edizione di «Inserzioni», il programma curato dal direttore Francesco Manacorda, che per la sua terza edizione vede Sung Tieu, Christelle Oyiri e Haris Epaminonda misurarsi con le sale del museo. Le artiste, pur avendo lavorato indipendentemente, hanno realizzato tre interventi in sorprendente continuità, concentrandosi sul potere che l’architettura esercita sulla vita di chi la frequenta e sulla capacità del passato di modellare il presente. «È l’edificio stesso ad aver suggerito queste tematiche, e in un certo senso ha collaborato con loro tendendo fili conduttori tra gli interventi», spiega Manacorda. Le tre artiste si sono così trovate a ragionare sulla storia, sul concetto di monumento, sull’archivio e su ciò che dà forma a una biografia. Il Castello, osserva il direttore, «è anche una casa»: un luogo pensato come residenza di corte, poi trasformato in presidio militare e infine in museo.
Questa traiettoria risuona particolarmente nel progetto di Sung Tieu. L’artista, nata in Vietnam nel 1987, è arrivata a Berlino con la madre nel contesto dei flussi migratori che negli anni Ottanta e Novanta portarono numerosi lavoratori vietnamiti nella Germania Est. Tieu ha già presentato questa vicenda biografica alla Biennale Arte 2026, rivestendo l’architettura del Padiglione Tedesco con un mosaico che riproduce la facciata di un edificio residenziale prefabbricato, ma presentato nel suo stato attuale di semi rovina coperta di graffiti. A Rivoli, non a caso, l’artista ha scelto di lavorare nella sala 18, quella con la volta di mattoni a vista, e il cui crollo del soffitto, negli anni Settanta, portò alla protesta che convinse la Regione Piemonte a restaurare l’edificio per trasformarlo in museo. Accediamo alla sala attraverso un corridoio coperto da un mosaico, una «fotocopia pixelata», nelle parole di Manacorda, che riproduce in scala reale il corridoio della palazzina berlinese in cui l’artista abitò al suo arrivo in Germania. Al centro della sala, macerie provenienti da un edificio demolito sono investite da una luce gialla: questo elemento, da cui deriva il titolo dell’intervento, «Yellow Fever», introduce una doppia connotazione: Tieu ricorda il carattere razzista attribuito al giallo nel linguaggio rivolto alle persone asiatiche e, nello stesso tempo, il suo valore nella cultura vietnamita, dov’è tradizionalmente associato all’autorità imperiale.
veduta dell’allestimento di Sung Tieu, «(Senza titolo – Gehrenseestraße)», 2026, Rivoli, Castello di Rivoli nell’ambito di Inserzioni. Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino. Foto Sebastiano Pellion di Persano
Stefano Bernardi, «Melissa», 2022, Allestimento Centro Trevifoto Zontini per Provincia autonoma di Bolzano, Premio Siena. Foto Luca Zontini, Courtesy Provincia autonoma di Bolzano
In Christelle Oyiri (Valle della Marna, Francia, 1992) il rapporto con l’architettura prende invece la forma di una storia incompiuta. L’artista francese, conosciuta anche per la sua attività musicale con lo pseudonimo CRYSTALLMESS, presenta «Hauntology of an OG» (2025), un film, girato a Memphis, che intreccia scena rap e architettura locale attraverso le sue memorie irrisolte. Centrale nel video è la Memphis Pyramid, un’enorme struttura con le fattezze della piramide di Giza, inizialmente concepita come arena sportiva e oggi convertita nel centro commerciale di una catena di caccia e pesca. Memphis è anche la città in cui fu assassinato Martin Luther King: in una parte del video assistiamo all’incendio che ha gravemente danneggiato il Clayborn Temple, uno dei luoghi centrali della campagna di King a Memphis. Il passato non rimane confinato al ricordo, ma si ripresenta sotto forma di rovina, musica, racconto e di un’utopia non realizzata che, come un fantasma, continua a infestare il presente.
Nella juvarriana Stanza di Bacco e Arianna Haris Epaminonda (Nicosia, Cipro, 1980) lavora invece sulla percezione dello spazio. L’ambiente, originariamente concepito come passaggio tra gli appartamenti reali, è trasformato in una macchina scenica da una struttura con tre aperture che selezionano punti di vista differenti, costruendo molteplici rapporti tra il lavoro contemporaneo e gli elementi barocchi della sala. In questo spazio, costruito in cartongesso, l’artista inserisce un capitello, realizzato da Carlo Mollino insieme a Italo Cremona, e la scultura di una testa di cavallo, entrambi presi in prestito da Casa Mollino. È interessante notare come l’artista, insignita nel 2019 del Leone d’Argento alla 58ma Biennale di Venezia, presenti un’evoluzione del suo linguaggio: il collage, tecnica centrale nella sua pratica, assume qui una portata spaziale, tridimensionale, aprendosi a una fruizione dinamica, circolare, che costruisce calibrate giustapposizioni e assonanze tra Juvarra, Mollino e i due secoli che li separano.
Intorno a queste tre «Inserzioni» troviamo il riallestimento della Collezione permanente, con un forte ritorno dell’Arte Povera: alle sale di Piero Gilardi e Michelangelo Pistoletto si aggiungono quelle dedicate ad Alighiero Boetti, Giovanni Anselmo, Pier Paolo Calzolari, Jannis Kounellis, Mario Merz, Giuseppe Penone e Gilberto Zorio; da ottobre, il Castello dedicherà inoltre una sala monografica a Emilio Prini e, per la prima volta, a Carol Rama.
Al primo piano il Premio Piero Siena presenta Stefano Bernardi e Samira Mosca, con la curatela di Federica Lamedica e in collaborazione con la Provincia Autonoma di Bolzano-Alto Adige, Ripartizione Cultura italiana e Museion. Bernardi costruisce in «Mélissa 4» un dispositivo sonoro interattivo a partire dalle vibrazioni prodotte dalle api, registrate attraverso tubi, canne d’organo e palloncini. Mosca, con «Interspace-Capitolo III», lavora invece sul rapporto tra corpo, memoria e costruzioni sociali attraverso fotografia, ceramica e installazione. I lavori dei due artisti entrano nelle collezioni rispettivamente del Castello di Rivoli e di Museion.
Al terzo piano torna «Il Castello Incantato», il progetto che trasforma il museo in uno spazio di sperimentazione pedagogica. La nuova versione riunisce opere di John Baldessari, William Kentridge, Otobong Nkanga e Paola Pivi, insieme a interventi di Peter Friedl e Rivane Neuenschwander. Nel percorso troviamo «La stanza delle tazze» di Remo Salvadori, presentata in collaborazione con l’Archivio dell’artista, scomparso durante la preparazione del progetto.