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Adrian Ghenie.

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Roma secondo Adrian Ghenie, come trasformare le rovine in paesaggi immaginari

Dal 25 settembre al 15 novembre, «Capricci romani» porta a Palazzo Poli, sede dell’Istituto Centrale per la Grafica, le opere inedite che Adrian Ghenie ha dedicato a Roma. Rovine, acquedotti, iscrizioni antiche e paesaggi della via Appia diventano materia da osservare, deformare e ricomporre, trasformando la memoria della città in un paesaggio sospeso tra realtà e immaginazione

Sofia Piperno

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Roma entra nella ricerca di Adrian Ghenie attraverso le sue rovine, la campagna, gli acquedotti e i frammenti di iscrizioni antiche. Non come repertorio di una romanità da celebrare, ma come materia da osservare, deformare e ricomporre. È attorno a questo rapporto che si costruisce «Capricci romani», la mostra che dal 25 settembre al 15 novembre porta nelle sale di Palazzo Poli, sede dell’Istituto Centrale per la Grafica, una serie di opere inedite su carta e cartone realizzate appositamente per il progetto. 

Nato nel 1977 a Baia Mare, in Romania, e oggi attivo tra Roma e Berlino, Ghenie vive la città anche attraverso la quotidianità del suo studio sulla via Appia. È soprattutto il paesaggio lungo questa strada a fornire una parte delle immagini che alimentano il nuovo ciclo: pietre, rovine, architetture, tracce di un passato che continua a convivere con il presente urbano. Il confronto con Roma si inserisce in una storia molto più ampia dell’immagine della città e del paesaggio europeo. Ghenie guarda alla tradizione del paesaggio ideale e classico del Seicento, a Nicolas Poussin e Claude Lorrain, così come alla sensibilità più malinconica del paesaggio romantico, ma è soprattutto il genere del capriccio a offrire una chiave per la sua ricerca. Come nel capriccio storico, anche nei suoi lavori elementi riconoscibili e invenzione si incontrano senza produrre una rappresentazione documentaria del luogo. Roma resta identificabile, ma viene trasformata in uno scenario mentale.

Il riferimento a Giovanni Battista Piranesi assume in questo contesto un peso particolare. Non soltanto per la centralità che l’incisione e la rappresentazione delle rovine hanno avuto nella costruzione dell’immaginario della città, ma anche per la possibilità di intendere il rapporto con l’antico come un processo di reinvenzione. Le architetture di Ghenie non ricostruiscono Roma: ne utilizzano frammenti e suggestioni per costruire paesaggi nei quali il reale e l’immaginario finiscono per sovrapporsi. Le opere sono prevalentemente realizzate a carboncino, attraverso cancellature e successive rielaborazioni. Il procedimento lascia emergere una superficie densa, nella quale il disegno assume una qualità quasi pittorica. Le immagini sembrano così formarsi per accumulo e sottrazione, più che attraverso una descrizione lineare del soggetto. La rovina diventa una presenza instabile, qualcosa che resiste nel tempo proprio perché è già attraversata dalla perdita. È anche questo a spiegare il ruolo che il passato assume nella mostra. In un presente caratterizzato dalla produzione incessante di immagini e dalla mediazione tecnologica dell’esperienza, il frammento antico introduce una temporalità diversa. La rovina non è soltanto un documento storico, ma una traccia capace di mettere in relazione tempi differenti. In alcuni disegni Ghenie inserisce persino la propria figura, assumendo il ruolo di un viaggiatore e, insieme, di un moderno Cicerone all’interno di una Roma reinventata.

Il progetto trova un ulteriore sviluppo nella Stamperia dell’Istituto Centrale per la Grafica, dove Ghenie ha lavorato con i calcografi Fabio Ascenzi e Matteo Maria Borsoi alla realizzazione di una nuova acquaforte. L’opera nasce da un dettaglio del dipinto che l’artista ha realizzato nella chiesa della Madonna della Mazza a Palermo, dedicato al martirio di Padre Pino Puglisi, e viene completata attraverso un intervento a secco con carboncino. La residenza introduce così nella mostra un passaggio concreto dalla ricerca sul disegno alla pratica incisoria. È un aspetto particolarmente significativo per l’Istituto Centrale per la Grafica che conserva uno dei patrimoni più importanti al mondo dedicati all’incisione: quasi 24mila matrici calcografiche in metallo e legno e circa 45mila stampe storiche, insieme a fondi come quello dedicato a Piranesi e quello Barberini. La nuova acquaforte di Ghenie, destinata a entrare nelle collezioni permanenti dell’Istituto, si inserisce quindi in una storia della rappresentazione di Roma che attraversa secoli e tecniche differenti.

La mostra prosegue una linea di ricerca che l’Istituto ha sviluppato attraverso progetti dedicati all’immagine della città e del suo territorio, dalla mostra «Roma veduta. Disegni e stampe panoramiche della città dal V al XIX secolo» del 2000 a «Regina Viarum. La Via Appia nella grafica tra Cinquecento e Novecento» del 2023-24, fino al recente progetto su Maarten van Heemskerck. Con Ghenie, questa tradizione viene misurata con uno sguardo contemporaneo, nel quale la memoria di Roma non coincide con la sua immagine storica, ma diventa materiale per una nuova costruzione visiva. «Quando cammino in via Appia vedo i dettagli di una pietra con una scritta antica; la studio e penso a come poterla rappresentare», racconta l’artista. In quella pietra, osservata quotidianamente, non cerca una conferma dell’immagine classica della città. Cerca piuttosto qualcosa che ancora non riesce completamente a decifrare, e che proprio per questo può diventare materia d’arte. Perché nel lavoro di Ghenie, Roma torna a essere un luogo da attraversare e da reinventare, sospeso tra ciò che resta e ciò che l’immaginazione continua a trasformare.

Adrian Ghenie, studio per «Roman Campagna 1», 2026.

Sofia Piperno, 31 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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