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Carl Gottlieb Peschel, «Giuseppe venduto dai suoi fratelli», 1831

Courtesy di Diederik Oostdijk

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Carl Gottlieb Peschel, «Giuseppe venduto dai suoi fratelli», 1831

Courtesy di Diederik Oostdijk

Ricostruita la storia di un dipinto sottratto a una famiglia ebrea che Hitler teneva in casa

Si tratta di «Giuseppe venduto dai suoi fratelli» (1831), opera del pittore tedesco Carl Gottlieb Peschel, che raffigura l’episodio biblico di Giuseppe venduto dai fratelli come schiavo in Egitto

Alessia De Michelis

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Un dipinto appartenuto a una famiglia ebrea olandese, finito durante la Seconda guerra mondiale nella residenza berlinese di Adolf Hitler, è stato ricondotto alla sua storia originaria grazie a una nuova ricerca. Si tratta di «Giuseppe venduto dai suoi fratelli» (1831), opera del pittore tedesco Carl Gottlieb Peschel, che raffigura l’episodio biblico di Giuseppe venduto dai fratelli come schiavo in Egitto.

La vicenda, diffusa dal quotidiano olandese «Het Parool» è stata ricostruita da Diederik Oostdijk, docente di letteratura inglese e americana alla Vrije Universiteit di Amsterdam, nel volume Overlevingskunst (L’arte della sopravvivenza), dedicato a tre famiglie ebree scampate alla Shoah anche grazie alle proprie collezioni d’arte.

Il dipinto apparteneva a Bob Nijkerk, collezionista e membro di una famiglia arricchitasi nel commercio di ferro e rottami metallici. Ricevuto in dono dal cognato nel 1941, il quadro scomparve durante gli anni dell’occupazione nazista. Non è chiaro se Nijkerk lo vendette tra la fine del 1941 e l’inizio del 1942 o se venne confiscato successivamente. Le ricerche di Oostdijk hanno documentato il suo passaggio dalla casa di Hitler a un deposito nazista a Monaco, destinato a custodire opere per il progetto Führermuseum.

La storia della famiglia si intreccia con quella della persecuzione degli ebrei nei Paesi Bassi. Nijkerk, la moglie e i tre figli furono inizialmente inseriti in una lista di eccezione grazie all’intervento di Willem Sandberg, curatore dello Stedelijk Museum di Amsterdam. Deportati prima a Westerbork e poi a Theresienstadt, riuscirono tutti a sopravvivere: nel 1945 furono trasferiti in treno in Svizzera insieme a un gruppo selezionato di prigionieri.

Dopo la guerra, Nijkerk recuperò molti dei suoi libri, senza mai parlare del dipinto di Peschel. Oggi l’opera si trova al Martin von Wagner Museum di Würzburg, in Germania. I sette discendenti del collezionista non hanno presentato una richiesta formale di restituzione, né rivendicato altri tre dipinti riconducibili alla raccolta familiare, conservati al Rijksmuseum di Amsterdam.

«È un pensiero bizzarro che un dipinto appartenuto ai miei nonni fosse nella residenza di Hitler», ha dichiarato Willem Nijkerk, nipote del collezionista, a «Het Parool». Una testimonianza che restituisce alla vicenda, oltre alla questione della provenienza, il peso inquietante del rapporto tra arte, persecuzione e spoliazione.

Alessia De Michelis, 28 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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