Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliPrima di diventare una delle attrici più riconosciute del cinema americano, Jessica Lange aveva scelto la fotografia. La studiava all’Università del Minnesota, dove era nata e cresciuta, e negli anni Settanta, durante il soggiorno parigino, aveva incontrato Robert Frank e Danny Lyon. Due autori che avevano contribuito a cambiare il modo di guardare il reale: meno costruito, meno spettacolare, più vicino alle contraddizioni e ai dettagli della vita quotidiana.
Poi arriva il cinema. Per decenni Jessica Lange sarà identificata con il volto, la voce e la presenza fisica della grande interpretazione americana. Ma la fotografia rimane una linea sotterranea. Torna all’inizio degli anni Novanta, quando una Leica ricevuta in dono riapre una pratica mai davvero dimenticata. Da quel momento fotografare diventa un esercizio costante, parallelo alla recitazione e insieme profondamente legato ad essa. È da questa relazione tra immagine in movimento e immagine fissa che prende avvio «Still Image», la mostra curata da Anne Morin alle Sale Chiablesse dei Musei Reali di Torino. Oltre duecento fotografie raccontano quasi trent’anni di ricerca, dalle strade americane di «Highway 61» ai paesaggi del Sud degli Stati Uniti, dalle immagini messicane alle fotografie urbane realizzate durante la pandemia. Il titolo contiene già una chiave di lettura. «Still» significa immobile, fermo, ma anche quieto, silenzioso. Le fotografie di Jessica Lange appartengono proprio a questo spazio ambiguo: immagini immobili che conservano una tensione narrativa, come se il momento decisivo fosse appena trascorso o stesse per accadere.
È, infatti, la sua una fotografia costruita sull’attesa. I soggetti raramente sono eventi. Sono tracce: un paesaggio dopo il passaggio dell’uomo, un gesto interrotto, una strada vuota, una figura colta nella propria solitudine. Roland Barthes scriveva ne «La camera chiara» che la fotografia riguarda ciò che «è stato». In Lange questa dimensione del passato non coincide con la nostalgia, ma con una forma di presenza. Le sue immagini sembrano trattenere ciò che il tempo normalmente porta via. E il cinema, in questo percorso, non è soltanto il capitolo più noto della sua biografia. È una scuola dello sguardo. L’esperienza dell’attrice emerge nella capacità di osservare il gesto minimo, la postura di un corpo, la relazione tra luce e spazio. Ma la fotografia permette a quella sensibilità di fermarsi. Di lasciare che un istante rimanga aperto.
È proprio nella serie «Highway 61» che questa idea di fotografia trova la sua forma più compiuta. La strada che attraversa gli Stati Uniti dal Minnesota, terra d'origine di Jessica Lange, fino a New Orleans, non è soltanto un percorso geografico. È una linea della memoria americana. Lungo quella direttrice sono passate storie di migrazione, lavoro, musica e trasformazioni sociali. È anche la strada che porta verso il Sud, verso un immaginario profondamente radicato nella cultura visiva e letteraria degli Stati Uniti.
Jessica Lange la percorre però con uno sguardo lontano dal mito del viaggio americano. Non cerca l'avventura della strada aperta, quella celebrata dalla cultura beat e dalla fotografia di Robert Frank. Il suo interesse si concentra sui margini: stazioni di servizio, edifici isolati, paesaggi rurali, oggetti quotidiani che sembrano aver assorbito il passaggio del tempo. In questo senso il dialogo con Frank è inevitabile. Quando nel 1958 uscì «The Americans», il fotografo svizzero-americano aveva costruito un ritratto del Paese attraverso immagini frammentarie, spesso ironiche, attraversate da una profonda inquietudine. La sua America era fatta di contraddizioni, di solitudini e di dettagli apparentemente secondari. Anche Jessica Lange guarda all'America attraverso ciò che normalmente rimane ai margini, ma il suo approccio è più silenzioso. La tensione sociale lascia spazio a una dimensione più contemplativa. Dove Frank registrava una frattura, Lange cerca una persistenza.
Le sue fotografie della Highway 61 sembrano fermarsi un attimo prima della narrazione. Non raccontano una storia precisa, ma suggeriscono la presenza di molte storie possibili. Ed è qui che la lezione del cinema ritorna in modo evidente: ogni immagine conserva una dimensione sospesa, simile a un fotogramma isolato da una sequenza più ampia. Lo spettatore percepisce che qualcosa è avvenuto o potrebbe ancora accadere. Questa sospensione avvicina la fotografia di Lange a una riflessione più ampia sull’immagine fotografica. Susan Sontag, in «On Photography», osservava come ogni fotografia stabilisca un rapporto complesso con il reale: conserva una traccia del mondo, ma allo stesso tempo lo separa dal suo contesto originario. Le immagini di Jessica Lange sembrano lavorare proprio su questa distanza. Il luogo rimane riconoscibile, eppure appare trasformato dalla durata dello sguardo.
Jessica Lange, «Minnesota», 1992-2008. ©Jessica Lange.
Il bianco e nero accentua questa dimensione. La grana marcata, i contrasti profondi, le superfici materiche eliminano ogni elemento superfluo e concentrano l'attenzione sulla struttura dell'immagine. Non c'è nostalgia per una fotografia del passato. C'è piuttosto la volontà di restituire una qualità del tempo. Perché la fotografia diventa uno spazio nel quale il presente e ciò che lo ha preceduto convivono.
La stessa sensibilità emerge nella serie dedicata al Messico, dove Jessica Lange si confronta con un contesto culturale apparentemente lontano ma attraversato dalla medesima attenzione per i rituali, i gesti e le presenze umane. Durante la Festa dei Morti a San Miguel de Allende la fotografa non cerca l'aspetto più spettacolare della celebrazione. Non insiste sui colori, sulla folla o sulla dimensione teatrale del rito. Il suo sguardo si posa invece sui momenti laterali: un volto nella penombra, una figura che attraversa una strada, un gesto isolato tra la musica e il movimento della festa. È proprio in questa scelta che emerge il suo modo di fotografare. Lange sembra interessata a ciò che accade ai margini dell'evento, a quei dettagli che spesso sfuggono perché non appartengono alla scena principale. Anche il tema della morte, centrale nella cultura messicana, viene osservato attraverso una dimensione quotidiana e concreta – come «presenza», quindi, con cui la comunità mantiene un rapporto continuo.
Le immagini del Messico mostrano così un'altra caratteristica del suo lavoro: la capacità di avvicinarsi ai luoghi senza imporre loro una lettura. La fotografia rimane aperta, lascia che siano la luce, i corpi e gli spazi a costruire il significato. Anche qui, come nella Highway 61, il tempo non viene fermato in un momento eccezionale. Si deposita lentamente nell'immagine.
Un ulteriore passaggio della ricerca di Jessica Lange emerge nella serie «Paesaggi», dove lo sguardo si allontana dalla figura umana per concentrarsi sui luoghi. Sono immagini di scenari abbandonati del Sud degli Stati Uniti, realizzate attraverso la tecnica della fotocalcografia, che conferisce alle fotografie una qualità quasi materica. Le superfici sembrano trattenere la luce, gli spazi acquistano profondità, gli elementi del paesaggio assumono una presenza più complessa rispetto alla loro «semplice» dimensione documentaria. Il paesaggio americano ha una lunga storia nella fotografia. Dalle immagini di Alfred Stieglitz alla monumentalità di Ansel Adams, la natura e il territorio sono stati spesso il luogo nel quale riflettere sull'identità di un Paese. Jessica Lange si inserisce in questa tradizione con uno sguardo più appartato. Nei suoi paesaggi non c'è la ricerca del sublime naturale né la celebrazione della grandezza del territorio. Ci sono invece luoghi ordinari, margini geografici, architetture consumate dal tempo.
È una scelta che la avvicina, per sensibilità, a quella trasformazione della fotografia americana che dalla seconda metà del Novecento ha iniziato a guardare con maggiore attenzione agli spazi comuni, alle periferie e ai paesaggi modificati dall'intervento umano. La fotografia non cerca più soltanto ciò che merita di essere visto, ma osserva ciò che normalmente passa inosservato. Nelle immagini di Lange un edificio abbandonato o una strada vuota non sono mere testimonianze di un cambiamento. Diventano luoghi nei quali il tempo sembra essersi fermato. E la loro forza nasce proprio dall'ambiguità: sono spazi reali e, allo stesso tempo, sembrano appartenere alla memoria. Come accade nei suoi ritratti, anche il paesaggio conserva una dimensione narrativa sospesa.
Questo rapporto tra luogo e memoria raggiunge una particolare intensità nella sezione «Presenze del passato», dedicata alle fotografie realizzate in spazi segnati da grandi catastrofi umane o naturali. Anche qui Jessica Lange evita la rappresentazione diretta dell'evento. Non fotografa il momento della distruzione, ma ciò che resta dopo. Un ambiente, un oggetto, una superficie possono diventare il punto nel quale una storia continua a essere percepibile. È un atteggiamento vicino a quello descritto da Walter Benjamin quando rifletteva sul valore delle tracce: il passato non scompare completamente, ma lascia segni nel presente. Nelle fotografie di Lange questi segni non hanno un carattere spettacolare. Sono discreti. Richiedono attenzione. Un luogo vuoto può contenere una memoria tanto quanto un'immagine affollata di persone. E in questo senso torna uno dei temi fondamentali della sua fotografia: «la presenza dell'assenza». Le immagini non mostrano soltanto ciò che è davanti all'obiettivo, ma anche ciò che non è più visibile. Ed è forse questa la ragione per cui i suoi paesaggi e i suoi luoghi abbandonati possiedono una qualità quasi narrativa. Sembrano fotogrammi privati del film a cui appartengono, scene rimaste senza personaggi ma ancora cariche di una storia possibile.
Jessica Lange, «Finland»,1992-2008, © Jessica Lange.
La mostra si conclude con «Mondo», una sezione che raccoglie fotografie realizzate in luoghi diversi, dalla Russia alla California, dalla Scandinavia all’Italia. Anche qui la varietà geografica non produce una semplice raccolta di immagini di viaggio. Lange non sembra interessata a costruire un inventario dei luoghi visitati. Il suo sguardo cerca piuttosto una continuità tra esperienze lontane. Una strada, un volto, un paesaggio o un dettaglio quotidiano appartengono alla stessa ricerca. Cambiano i contesti, ma rimane il modo di osservare. È una fotografia che procede per attenzione più che per accumulo, capace di trovare nel quotidiano una dimensione universale senza mai trasformarlo in simbolo.
Il percorso costruito da Anne Morin alle Sale Chiablesse dei Musei Reali di Torino segue dunque una logica precisa. Le otto sezioni della mostra non compongono una cronologia della carriera fotografica di Jessica Lange, ma una mappa di ricorrenze visive. Ritornano alcuni elementi: la strada, il paesaggio, il corpo, il gesto, la traccia lasciata dal passaggio umano. Sono motivi che attraversano luoghi e momenti diversi e che restituiscono la coerenza di una ricerca sviluppata nel corso degli anni. Il titolo «Still Image» assume così un significato più ampio. L'immagine fotografica è ferma per sua natura, ma nelle fotografie di Jessica Lange questa immobilità non coincide mai con l'assenza di movimento. Al contrario, ogni scatto sembra contenere un prima e un dopo. La scena rimane aperta, affidata allo sguardo di chi osserva. Una qualità, quest’ultima, che appartiene anche alla sua esperienza cinematografica – la capacità di cogliere il momento in cui un gesto, un’espressione o un silenzio diventano significativi.
La curatrice sceglie di mettere in evidenza proprio questa continuità. La fotografia di Jessica Lange non viene presentata come un capitolo parallelo rispetto al cinema, ma come una ricerca che si sviluppa accanto ad esso. L'attrice e la fotografa condividono la stessa attenzione per la presenza umana, per ciò che il corpo comunica anche senza parole, per quei dettagli minimi nei quali può concentrarsi un'intera narrazione. Ed è forse questo il motivo per cui le sue immagini, pur nascendo da esperienze molto diverse, mantengono una forte unità. La strada americana, una festa messicana, una città svuotata dalla pandemia o un paesaggio segnato dall’abbandono appartengono allo stesso universo visivo. Jessica Lange guarda luoghi e persone con una distanza rispettosa, lasciando che siano le immagini a costruire il proprio significato. Il ritorno alla fotografia, iniziato negli anni Novanta con una Leica ricevuta in dono, appare allora sotto una luce diversa. Non come una nuova direzione dopo il successo cinematografico, ma come la ripresa di una ricerca iniziata molto prima...