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Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliUna collana di piccoli amuleti, strumenti per il trucco, recipienti domestici e trentotto monete di bronzo conservate in un cestino intrecciato. Oggetti apparentemente ordinari, rimasti sepolti per quasi duemila anni, restituiscono oggi una testimonianza della vita quotidiana nell'antica Pompei. Il ritrovamento proviene da un armadio ligneo individuato nella Casa di Cornelius Maximus, lungo via dell'Abbondanza, uno dei principali assi viari della città distrutta dall'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.
A documentare la scoperta è il Parco Archeologico di Pompei, che il 29 ottobre 2026 ha reso noti i risultati delle indagini condotte nell'insula 11 della Regio IX, nell'ambito dei lavori di restauro e accessibilità della vicina Insula dei Casti Amanti. Il mobile non si è conservato integralmente, ma le tracce archeologiche ne consentono la ricostruzione, insieme alla disposizione degli oggetti custoditi al suo interno. Un contesto particolarmente importante perché permette di osservare materiali di natura differente nel luogo in cui furono abbandonati quasi venti secoli fa.
Tra i reperti più significativi figura una collana composta da almeno 24 piccoli pendenti, realizzati in faïence, osso, pasta vitrea e cristallo di rocca. I minuscoli oggetti, tutti provvisti di un foro per la sospensione, raffigurano divinità come Bes e Mercurio, ma anche mani, piedi, pigne e grappoli d'uva. Gli archeologi li identificano come crepundia, ornamenti tradizionalmente associati all'infanzia romana, che potevano avere una funzione protettiva e apotropaica. Il termine deriva dal latino crepare, «risuonare», e richiama il rumore prodotto dai piccoli pendenti quando venivano mossi. Oltre alla funzione di amuleto, questi oggetti potevano agire come sonagli, permettendo agli adulti di percepire i movimenti dei bambini. Il loro significato, tuttavia, non si esauriva necessariamente con l'infanzia. Alcune persone continuavano a conservarli anche da adulte, custodendoli come ricordi personali e familiari.
È una possibilità particolarmente interessante nel caso pompeiano. La collana, conservata in un sacchetto di stoffa, potrebbe essere appartenuta a una persona che l'aveva indossata durante l'infanzia e aveva successivamente deciso di conservarla. L'identità del proprietario rimane sconosciuta, ma la presenza di questi oggetti accanto a utensili domestici e denaro suggerisce una dimensione della cultura materiale romana legata alla memoria individuale e agli affetti. La conservazione di ricordi personali assume un significato particolare se si considera la mobilità geografica del mondo romano. Commercianti, liberti, schiavi e famiglie si spostavano attraverso i territori dell'Impero, spesso lontano dai luoghi d'origine. Un piccolo oggetto conservato in casa poteva mantenere un legame con la propria storia, anche quando il contesto familiare e sociale era profondamente cambiato.
L'armadio conteneva inoltre numerosi strumenti per la cura della persona. Tra questi, una pinzetta, uno stemperatoio utilizzato per mescolare pigmenti cosmetici, un balsamario in vetro, un bruciaprofumi e una lucerna in bronzo. Il repertorio comprendeva anche pentole e recipienti in bronzo, vetro e ceramica, oltre a un raffinato boccalino decorato con un motivo a scaglie di pigna. La compresenza di materiali destinati alla cosmesi, alla preparazione del cibo e ad altre attività quotidiane restituisce uno spaccato dell'organizzazione domestica. L'armadio, piuttosto che un contenitore specializzato, sembra avere assolto diverse funzioni, raccogliendo oggetti di uso corrente insieme a manufatti che potevano possedere un valore personale.
Un ulteriore elemento riguarda l'attività economica degli abitanti. All'interno di una piccola cassetta lignea, della quale rimangono poche tracce, sono stati individuati pesi di piombo, forse utilizzati per operazioni di vendita. La loro presenza suggerisce un possibile collegamento tra la residenza e un'attività commerciale, sebbene la funzione dei pesi e la natura delle occupazioni svolte nella casa richiedano ulteriori approfondimenti. Particolarmente significativo è il rinvenimento di 38 monete di bronzo, custodite all'interno di una cistella, un piccolo contenitore realizzato con fibre vegetali intrecciate. Anche in questo caso la conservazione di tracce del recipiente originario ha permesso di ricostruire le modalità con cui gli oggetti erano stati riposti.
Il ritrovamento del denaro accanto agli effetti personali apre un interrogativo sugli ultimi momenti di vita degli abitanti della casa. La mancata rimozione delle monete e degli oggetti di valore affettivo potrebbe indicare un abbandono improvviso dell'edificio durante l'eruzione. Non è tuttavia possibile stabilire se i proprietari siano riusciti a fuggire, se abbiano tentato di tornare successivamente oppure se siano morti nella catastrofe. Anche l'identificazione tradizionale dell'edificio con la Casa di Cornelius Maximus rimane incerta. La denominazione deriva da iscrizioni documentate durante precedenti indagini sulla facciata, oggi non più visibili. La residenza, situata lungo una delle strade più frequentate della città, presenta ambienti decorati con pitture di Quarto Stile, testimonianza di una certa attenzione alla qualità degli spazi domestici. Al momento dell'eruzione, tuttavia, alcune parti dell'edificio risultavano ancora interessate da interventi edilizi. Gli scavi hanno restituito inoltre una testimonianza meno appariscente, ma significativa per la ricostruzione dell'ambiente urbano: i resti scheletrici di due giovani topi selvatici, identificati come Apodemus sylvaticus, rinvenuti all'interno di un'anfora in un'area sopraelevata della casa. La loro presenza documenta un aspetto della quotidianità spesso assente dalle grandi narrazioni archeologiche: la convivenza con animali e infestanti negli ambienti destinati alla conservazione delle derrate.
La scoperta si inserisce in una stagione di ricerche che sta progressivamente ampliando la conoscenza della società pompeiana attraverso lo studio degli spazi domestici e delle attività quotidiane. Gli ambienti di servizio, gli utensili, i residui organici e i piccoli oggetti personali permettono di ricostruire aspetti della vita antica che le grandi architetture e i cicli pittorici, da soli, difficilmente riuscirebbero a documentare. Come ha osservato Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Pompei, il valore di questo ritrovamento consiste nella possibilità di leggere insieme abitudini, lavoro e ricordi, avvicinandosi alla dimensione umana di chi abitava la città.
Ginevra Borromeo
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