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Redazione
Leggi i suoi articoliA centocinquant'anni dalla nascita di Constantin Brancusi, la questione aperta non riguarda tanto la permanenza della sua influenza, ormai acquisita nella storia della scultura del Novecento, quanto la possibilità di verificare se il suo lessico continui a produrre forme di pensiero nel presente. La riduzione all'essenziale, l'autonomia della materia, la tensione verticale, il rapporto tra luce e superficie appartengono ancora al vocabolario della scultura contemporanea oppure sono diventati un patrimonio definitivamente storicizzato? È intorno a questa domanda che si sviluppa «Brancusi: Contemporary Echoes», terzo e ultimo capitolo del ciclo «Reflections on Brancusi», presentato dalla Galerie Negropontes di Parigi dall'11 settembre al 19 dicembre 2026 in occasione del centocinquantesimo anniversario della nascita dello scultore romeno.
La mostra costruisce un dialogo tra passato e presente senza cercare continuità retoriche. Le opere di Brancusi vengono rilette attraverso lo sguardo fotografico di Dan Er. Grigorescu, autore di una serie di immagini realizzate tra il 1964 e il 1967, e messe in relazione con le ricerche di sei artisti contemporanei: Mircea Cantor, Gianluca Pacchioni, Mauro Mori, Perrin & Perrin, Agnès Baillon e Morgane Baroghel-Crucq. Il progetto curatoriale non propone quindi una mera successione di omaggi, ma un confronto intorno ad alcune questioni ancora aperte della scultura: la costruzione della forma, il rapporto con il materiale, la dimensione simbolica dell'opera e il ruolo dello spazio.
La riflessione proposta dalla mostra si inserisce nella lunga trasformazione avviata da Brancusi all'inizio del Novecento. Dopo un primo apprendistato in Romania e il trasferimento a Parigi nel 1904, l'artista entra in contatto con l'ambiente delle avanguardie e, per un breve periodo nel 1907, lavora nello studio di Auguste Rodin. L'esperienza con il grande maestro francese contribuisce però a chiarire una direzione autonoma: Brancusi prende progressivamente le distanze dal virtuosismo della modellazione e dalla rappresentazione naturalistica, scegliendo una ricerca fondata sulla sintesi, sull'equilibrio e sulla capacità della forma di esprimere un principio essenziale.
La sua rivoluzione non consiste quindi «semplicemente 0187 nell'arrivare all'astrazione, ma nel modificare il ruolo stesso della scultura. L'opera non deve più riprodurre il mondo visibile, ma interrogare ciò che si trova alla base delle forme: il movimento, la verticalità, il rapporto tra materia e spazio, la presenza fisica dell'oggetto. Questa trasformazione ha contribuito a fare di Brancusi una delle figure decisive nel passaggio dalla scultura moderna alle ricerche contemporanee.
Questa trasformazione del linguaggio scultoreo non riguarda però soltanto la forma delle opere, ma anche il modo in cui esse vengono osservate e trasmesse. È proprio nella relazione tra scultura, spazio e percezione che si inserisce il ruolo della fotografia, elemento centrale del percorso espositivo.
Un nodo centrale della mostra sono le fotografie di Dan Er. Grigorescu. Fotografo autodidatta profondamente legato alla ricerca di Brancusi, tra il 1964 e il 1967 realizza immagini che superano la funzione documentaria. Le sue fotografie isolano dettagli, accentuano i contrasti tra luce e ombra, trasformano le superfici delle sculture in campi di tensione visiva. Attraverso l'inquadratura fotografica, infatti, la «Colonna senza fine», «Mademoiselle Pogany» e «Il Bacio» acquisiscono una nuova dimensione percettiva. Grigorescu interpreta la scultura come un sistema di rapporti tra forma, spazio e luce, proseguendo idealmente una riflessione già presente nello stesso lavoro fotografico di Brancusi.
Perchè la fotografia, per Brancusi, non è mai stata un mero strumento di registrazione. L'artista la utilizzava per comprendere come le sue opere potessero trasformarsi attraverso differenti condizioni luminose e prospettiche. A partire dagli anni Dieci del Novecento, nello studio parigino di Impasse Ronsin, realizza numerose fotografie delle proprie sculture e dell'ambiente che le ospita, scegliendo inquadrature e composizioni capaci di restituire la relazione tra le opere.
L'immagine fotografica diventava così parte della costruzione della percezione dell'opera, un ulteriore luogo di ricerca.
Questa attenzione anticipa una concezione della scultura in cui non conta soltanto l'oggetto isolato, ma anche il modo in cui viene incontrato dallo sguardo. Per Brancusi, infatti, la scultura non si esaurisce nella presenza fisica dell'opera, ma comprende anche lo spazio in cui essa viene collocata e le condizioni attraverso cui viene percepita. Da questa concezione nasce il ruolo fondamentale dell'atelier. Lo studio di Brancusi assume progressivamente il carattere di un'opera ambientale: le sculture, i piedistalli, la disposizione nello spazio e la luce formano un insieme progettato dall'artista. Quando, nel 1956, l'atelier viene donato allo Stato francese, la sua ricostruzione all'interno del Centre Pompidou conserverà proprio questa dimensione unitaria, restituendo un ambiente in cui opera e spazio risultano inseparabili.
Se lo spazio diventa parte integrante dell'opera, altrettanto centrale è il rapporto diretto con la materia. La ricerca di Brancusi non procede infatti verso una progressiva smaterializzazione della scultura, ma verso una comprensione più profonda delle qualità fisiche dei materiali.
La rivoluzione di Brancusi nasce dalla scelta di sottrarre la scultura alla rappresentazione descrittiva per restituirle una dimensione autonoma. Forme come «Uccello nello spazio» o «Mademoiselle Pogany» non cercano di imitare il mondo visibile, ma di concentrarne alcuni principi essenziali: il movimento, la relazione, l'equilibrio, la tensione verso una forma originaria. La superficie levigata del marmo o del bronzo non nasconde il materiale, ma ne amplifica la presenza.
La lavorazione della superficie rappresenta infatti uno degli aspetti più riconoscibili della ricerca di Brancusi. La lucidatura del marmo e del bronzo non è una scelta estetica, ma un modo per trasformare la materia in una superficie capace di riflettere la luce e modificare la percezione dell'opera. La forma sembra così emergere dalla materia stessa: il lavoro dello scultore non consiste nell'imporre un'immagine alla pietra o al metallo, ma nel portare alla luce una possibilità già contenuta nel materiale.§
La scultura diventa così un luogo in cui materia e idea coincidono. La semplicità apparente delle sue opere nasconde un processo complesso di riduzione, attraverso il quale Brancusi elimina il dettaglio per concentrarsi sulla struttura fondamentale della forma.
La «Colonna senza fine» , con la sua struttura modulare fondata sulla ripetizione di una stessa forma verso l'alto, diventa nella mostra un filo conduttore per leggere il tema della verticalità.
Realizzata tra il 1937 e il 1938 per il complesso monumentale di Târgu Jiu in Romania, dedicato ai caduti della Prima guerra mondiale, la «Colonna senza fine» rappresenta una delle formulazioni più radicali della ricerca dello scultore. Attraverso la ripetizione di un modulo geometrico semplice, Brancusi supera l'idea tradizionale di monumento celebrativo e costruisce una forma aperta, capace di suggerire un movimento continuo tra terra e cielo.
La verticalità della colonna non coincide però con una semplice idea di elevazione. Nel pensiero di Brancusi, la ripetizione del modulo produce un ritmo visivo capace di mettere in relazione materia e immaterialità, presenza fisica e aspirazione spirituale. La scultura diventa così un dispositivo per misurare lo spazio e il tempo, un principio che ritorna nelle opere degli artisti contemporanei invitati dalla Galerie Negropontes.
Un'altra opera fondamentale per comprendere la portata della ricerca di Brancusi è «Uccello nello spazio», serie iniziata nel 1923 e sviluppata negli anni successivi. Qui il passaggio dalla rappresentazione alla sintesi raggiunge una delle sue forme più radicali: l'artista non descrive un uccello attraverso elementi riconoscibili, ma cerca di tradurre nella materia l'idea stessa del volo, attraverso una forma allungata e una tensione continua verso l'alto.
La radicalità di questa ricerca modificò anche il modo in cui l'arte moderna veniva riconosciuta e interpretata. Nel 1926, quando una versione in bronzo di «Uccello nello spazio» fu inviata negli Stati Uniti per una mostra alla Brummer Gallery di New York, l'opera venne fermata alla dogana e inizialmente considerata un oggetto industriale, non un'opera d'arte. Il caso portò alla causa Brancusi v. United States (1927-1928), conclusasi con una sentenza favorevole all'artista: il tribunale riconobbe che una nuova forma di espressione artistica non poteva essere valutata secondo i criteri tradizionali della rappresentazione figurativa.
La vicenda di «Uccello nello spazio» mostra quindi quanto la ricerca di Brancusi fosse legata a una domanda ancora attuale: quando una forma smette di imitare la realtà e diventa un linguaggio autonomo? È proprio questo interrogativo a creare un ponte diretto con le pratiche contemporanee, dove la scultura continua a interrogare il rapporto tra materia, percezione e idea.
Sono proprio questi principi -- la sintesi della forma, l'autonomia della materia, la centralità dello spazio e il ruolo dello sguardo --a costituire il terreno comune sul quale si sviluppa il dialogo con gli artisti contemporanei presenti in mostra.
In «Anthropomirrored», Mircea Cantor affronta il rapporto tra identità, memoria e percezione attraverso una forma essenziale realizzata in quercia e specchio. La sua ricerca, caratterizzata da un uso di simboli e immagini archetipiche, si concentra spesso sul rapporto tra esperienza individuale e dimensione collettiva. La semplicità formale dell'opera non coincide con una riduzione del significato, ma apre uno spazio di riflessione.
È proprio questa capacità di concentrare una complessità concettuale all'interno di una forma precisa a creare un dialogo con la ricerca di Brancusi. Anche in «Add Verticality to Your Seat (to Socrate)» il riferimento alla verticalità diventa un modo per interrogare il rapporto tra corpo, pensiero e spazio.
La materia è invece il terreno comune tra le opere di Gianluca Pacchioni e Mauro Mori. In «Presence Vessel», Pacchioni lavora su volumi che conservano una qualità quasi minerale, dove la superficie racconta il rapporto tra lavorazione e naturalezza. La forma sembra trattenere un'energia interna, come se il processo scultoreo non imponesse una trasformazione alla materia, ma ne rivelasse possibilità già presenti.
Anche questo aspetto richiama una delle convinzioni fondamentali di Brancusi: la materia non è un semplice supporto da modellare, ma possiede caratteristiche proprie che lo scultore deve saper ascoltare e interpretare. La sua ricerca sul marmo e sul bronzo nasce infatti da un confronto continuo con le qualità fisiche dei materiali, dalle venature della pietra alla capacità riflettente del metallo.
Mauro Mori, attraverso opere come «Pylone, Piramidone» e «Humm», esplora invece il carattere strutturale e organico dei materiali, costruendo presenze che oscillano tra dimensione architettonica e memoria arcaica.
Nel lavoro di «Perrin & Perrin» il confronto con Brancusi passa attraverso la luce. Le sculture realizzate con la tecnica Build-in-Glass trasformano il vetro in una materia capace di definire spazio e presenza attraverso trasparenze, stratificazioni e variazioni percettive. Opere come «L’Un et l’Autre» mettono in discussione il confine tra pieno e vuoto, tra oggetto e ambiente, una ricerca che trova un precedente nella centralità attribuita da Brancusi alla relazione tra scultura e spazio circostante.
Il corpo ritorna nelle opere di Morgane Baroghel-Crucq e Agnès Baillon, ma lontano dalla tradizione della rappresentazione figurativa. In «Un chemin vers l’immuable II», due forme sospese e unite da una trama sottile evocano una relazione fatta di distanza e connessione, fragilità e permanenza.
Il riferimento a «Il Bacio» di Brancusi non riguarda la citazione formale, ma una comune attenzione verso il legame come struttura invisibile dell'opera. La scultura del maestro romeno aveva infatti già trasformato il soggetto figurativo in una sintesi di relazione e unità, concentrando nella forma il principio dell'incontro tra due elementi.
«Le Geste» di Agnès Baillon introduce invece una presenza umana raccolta e silenziosa, dove la figura diventa luogo di introspezione più che descrizione del corpo.
Attraverso questi diversi percorsi, «Brancusi: Contemporary Echoes» mostra come l'eredità dello scultore romeno non risieda nella ripetizione delle sue forme, ma nella capacità delle sue domande di attraversare epoche diverse. Le opere presenti in mostra non ricostruiscono un percorso di influenza lineare: costruiscono un confronto tra pratiche differenti intorno a temi ancora aperti. L'eco a cui fa riferimento il titolo non è dunque una semplice risonanza del passato, ma un movimento continuo tra memoria e presente, tra ciò che la forma conserva e ciò che continua a generare.