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Una delle 28 sale di Palazzo San Giorgio

Courtesy Collezione Casamonti

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Una delle 28 sale di Palazzo San Giorgio

Courtesy Collezione Casamonti

Per la prima volta in mostra a Firenze oltre cinquant’anni di collezione Casamonti

La collezione dello storico gallerista trova casa nella nuova sede di Palazzo San Giorgio: 250 opere da fine Ottocento al XXI secolo distribuite su 28 sale, per un percorso espositivo che spazia dal Cubismo allo Spazialismo, da Kandindskij ad Anish Kapoor

Dopo l’apertura nel 2018 al piano nobile di Palazzo Bartolini Salimbeni, dove le opere erano presentate in due nuclei cronologici esposti a rotazione, l’Associazione per l’arte e la cultura Collezione Casamonti trova la sua casa sul Lungarno Serristori. Dal 28 settembre Palazzo San Giorgio sarà la nuova sede della raccolta, consentendo per la prima volta di riunire in un unico percorso espositivo circa 250 opere, dalla fine dell’Ottocento al XXI secolo, distribuite in 28 sale su due livelli, sotto la direzione di Jonathan Paonetti. Il progetto di restauro e rifunzionalizzazione, firmato da Archea Associati, accompagna così un cambiamento che permette, per la prima volta, di leggere la raccolta nella sua interezza, accostando artisti, movimenti e generazioni differenti per evidenziarne consonanze, divergenze e reciproche influenze, offrendo una lettura trasversale delle principali ricerche che hanno attraversato l’arte italiana e internazionale tra XIX e XXI secolo. Ideata da Roberto Casamonti nell’arco di oltre cinquant’anni, la raccolta riflette il percorso di un gallerista che ha affiancato alla sua attività una ricerca personale, svincolata da intenti enciclopedici e guidata dall’incontro diretto con gli artisti e con le opere. «L’apertura di Palazzo San Giorgio rappresenta per me un momento di grande importanza, afferma Roberto Casamonti, da sempre animato dalla volontà di condividere questo progetto con la sua città, Riunire oggi l’intero percorso espositivo significa condividere con il pubblico non soltanto opere straordinarie, ma anche un percorso personale e culturale che continua a evolversi». Se il primo allestimento, inaugurato nel 2018, seguiva la linea che conduce dalla figurazione di fine Ottocento alle avanguardie storiche e all’astrazione, la nuova sede ricompone questa narrazione senza più cesure, mostrando come il Novecento si sviluppi attraverso una successione di radicali cambi di paradigma. Il primo nucleo è dominato dagli artisti che ridefiniscono il rapporto tra immagine e realtà. Accanto alla costruzione cubista di Picasso, la Metafisica di de Chirico sospende il tempo storico in una dimensione mentale destinata a influenzare larga parte dell’arte europea, mentre Balla, Boccioni e gli altri protagonisti del Futurismo traducono sulla tela l’accelerazione della modernità. 

L’astrazione di Kandindskij e Klee rappresenta poi l’avvio di una ricerca in cui l’opera rinuncia definitivamente alla funzione descrittiva per affermare una propria autonomia formale. È però nel secondo dopoguerra che la raccolta trova uno dei suoi nuclei più significativi. Burri sostituisce la pittura con la fisicità della materia, facendo di combustioni, sacchi e plastiche un lessico capace di trasformare ferite e lacerazioni in linguaggio. Fontana supera definitivamente la superficie del quadro, aprendolo alla dimensione reale dello spazio, mentre Manzoni porta questa riflessione sul piano concettuale, mettendo in discussione i fondamenti stessi dell’autorialità e del valore dell’opera. Attorno a queste figure si raccolgono alcune delle esperienze che hanno segnato la ricerca italiana del dopoguerra, dallo Spazialismo ad Azimut, fino alle sperimentazioni ottico-percettive. Il nucleo dedicato agli anni Sessanta e Settanta conferma la predilezione di Casamonti per gli artisti che hanno ridefinito il rapporto tra arte e realtà. L’Arte Povera costituisce uno dei capitoli più estesi della raccolta: Pistoletto coinvolge lo spettatore attraverso la superficie riflettente, Pascali trasforma materiali industriali in finzioni naturali, Boetti riflette sui sistemi di classificazione e sul rapporto tra ordine e caso, mentre Merz, Kounellis e Zorio riportano al centro energia, natura e processi di trasformazione. Una scelta che riflette anche la vicenda professionale del gallerista, da sempre vicino ai protagonisti di quella stagione. Da qui il percorso si apre alle ricerche internazionali, dalla Pop Art al Nouveau Réalisme, dalla Scuola di Piazza del Popolo alla Transavanguardia, fino alle installazioni di Kiefer, Kapoor e Cattelan e ai video di Bill Viola e Plessi, delineando il profilo di opere che documentano le svolte decisive dell’arte del Novecento e della contemporaneità attraverso un progetto costruito grazie a incontri, relazioni e scelte maturate nell’arco di oltre mezzo secolo. 

Figaro di Bartolomeo, 23 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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