Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Maurita Cardone
Leggi i suoi articoliConclusi i lavori di ampliamento, dopo due anni di chiusura, il 21 marzo riapre il New Museum, raddoppiato. Il nuovo edificio si accosta a quello esistente per fare spazio a mostre più grandi e più numerose, a programmi di didattica e di comunità, a partnership e residency, senza perdere quell’anima sperimentale che, nelle parole del direttore artistico Massimiliano Gioni, li rende «una smart car». Lo abbiamo intervistato per farci raccontare le novità, la mostra di apertura e il rapporto del museo con il mondo fuori dalle sue mura.
Qual era l’esigenza di espandere il museo?
Il nuovo edificio nasce su uno precedente acquistato nel 2008 e gradualmente occupato. Non è stato un progetto di vanità, ma una necessità reale: siamo un museo relativamente piccolo e non avevamo più spazio. Inoltre, parti importanti del programma, tra cui i progetti didattici e le partnership con Rhizome, il nostro affiliato di cultura digitale, e New Inc, programma tra didattica artistica e formazione professionale, non avevano sede né visibilità quotidiana e ora trovano casa nel nuovo edificio. Insieme a Oma, Rem Koolhaas e Shohei Shigematsu abbiamo sviluppato un centro dedicato agli aspetti più immateriali, didattica, digitale, ricerca, negli spazi superiori, dove si trova anche un nuovo teatro.
Questa espansione ridefinisce anche l’istituzione New Museum?
Restiamo un museo inusuale, anzitutto perché non abbiamo una collezione e il nostro focus è fare mostre. Per questo il nostro ruolo è diventato quello di produttori: lavoriamo con gli artisti per realizzare nuove opere, accompagnandoli dalla ricerca dei fondi alla produzione. Non acquisendo le opere, che spesso poi entrano in collezioni importanti, diffondiamo il nostro lavoro nel mondo. Anche raddoppiando gli spazi restiamo un museo piccolo e veloce, quindi più audace e sperimentale: una «smart car» più che un transatlantico. Storicamente il New Museum considera l’arte uno strumento per comprendere il mondo, e questo non cambierà.
Come avete lavorato con Studio Oma per far riflettere nell’architettura questa filosofia curatoriale e questo approccio sperimentale?
Abbiamo avviato una competizione, preceduta da uno studio sulla possibilità di conservare l’edificio originario. La scelta è ricaduta su Oma. Avevamo già collaborato con Rem Koolhaas su una mostra dedicata alla conservazione e nel suo lavoro la ricerca su ciò che nelle città è da preservare è un tema centrale fin dal suo primo libro del 1978, Delirious New York. Dopo un lungo lavoro si è deciso di costruire un nuovo edificio, anche per ragioni pratiche ed economiche. Questo processo ha chiarito tre priorità: massimizzare lo spazio espositivo, con tre nuove gallerie che lo raddoppiano; migliorare la circolazione verticale; integrare meglio didattica, Rhizome e New Inc. Il risultato è un edificio in linea con la ricerca di Oma: futurista nelle forme ma in relazione simbiotica con l’edificio di Sejima+Nishizawa/Sanaa che dal 2007 ha ospitato il museo. È speciale avere due vincitori del Pritzker Prize, Sejima e Koolhaas, uno accanto all’altro, e ci rende orgogliosi che questo sia il primo edificio pubblico di Oma e il primo museo di Koolhaas e Shigematsu a New York.
A livello di programmazione, quali possibilità in più si aprono?
Avremo più mostre in contemporanea, cosa che nel vecchio edificio accadeva raramente. Una specialità del New Museum è che le nostre mostre sono spesso la prima mostra museale a New York dell’artista, sia che si tratti di giovani sia di figure che, per diverse ragioni, non avevano ancora ricevuto il riconoscimento meritato. Continueremo con questo approccio e saremo in grado di fare mostre più grandi. I nuovi spazi ci permettono anche di rafforzare l’identità internazionale del museo. Nel nuovo edificio abbiamo uno studio che ospiterà un nuovo programma di residenze trimestrali: artisti da tutto il mondo verranno qui e produrranno nuove opere, sostenuti da partnership internazionali.
Ci sono anche delle nuove commissioni di arte pubblica.
All’apertura presenteremo tre commissioni, di cui due all’esterno e una all’interno, che riflettono il nostro ruolo di produttori, più che di conservatori. Per la «plaza», una commissione di Sarah Lucas, parte di un nuovo progetto dedicato a opere pubbliche realizzate da artiste donne e selezionate da una giuria di artiste tra cui Cindy Sherman, Joan Jonas, Kiki Smith, Teresita Fernández e Julie Mehretu. Le opere saranno temporanee, restano al museo per due anni e poi tornano proprietà dell’artista. Lo stesso vale per l’opera commissionata per la facciata a Tschabalala Self. Nell’atrio abbiamo invece una nuova opera di Klára Hosnedlová, una scultura che si sviluppa per cinque piani seguendo la nuova scalinata. Anche questa è una produzione del museo e resterà proprietà dell’artista.
La nuova piazza e le opere che «fuoriescono» dal museo fanno pensare a un dialogo più forte con la città.
Volevamo rendere l’edificio più aperto e poroso, anche con ascensori dotati di commissioni video visibili dalla strada. Ma il dialogo con la città e il radicamento nella comunità fanno parte della nostra identità fin dal 1977. Oggi siamo in un quartiere cosmopolita ma socialmente complesso e il lavoro con la comunità è centrale: collaboriamo con associazioni locali, lavoriamo nelle case popolari e offriamo programmi gratuiti per adolescenti e un percorso annuale in cui un centinaio di studenti incontrano artisti e studiano o praticano l’arte. Abbiamo anche una residenza in cui l’artista ospite lavora con i giovani e con il vicinato. Una volta a settimana l’ingresso è gratuito e lo sarà anche nel weekend di inaugurazione. Questo dialogo si riflette anche nei contenuti: una componente della scultura di Sarah Lucas è una lavatrice che richiama l’identità della via e dell’area in cui il museo sorge, la Bowery. A settembre apriremo inoltre una mostra, curata da Lisa Phillips, sulla storia della Bowery e sul suo legame con il museo come intrattenimento popolare tra fine Ottocento e inizio Novecento.
La mostra inaugurale, «New Humans», sarà dedicata all’impatto delle tecnologie. Perché aprire su questo tema?
Le nostre mostre affrontano spesso le tendenze dell’arte contemporanea come chiavi per interpretare il presente. «New Humans» guarda alle rivoluzioni tecnologiche di oggi e alla loro influenza sulla rappresentazione dell’umano, tracciando una simmetria con gli anni Venti del Novecento, quando nuove tecnologie alimentarono paure legate all’automazione. Paure e aspirazioni di allora sono simili a quelle di oggi, e forse possiamo trarre conforto dal fatto che siamo sopravvissuti anche a quel passaggio.
Un’esplorazione interdisciplinare che va oltre l’arte.
L’apertura interdisciplinare è sempre stata parte del carattere del New Museum. Penso alle mostre come sistemi di scoperta ed educazione basati su una nozione espansa di arte, capaci di offrire strumenti per interpretare le trasformazioni antropologiche del presente.
Un’esplorazione interdisciplinare che va oltre l’arte.
L’apertura interdisciplinare è sempre stata parte del carattere del New Museum. Penso alle mostre come sistemi di scoperta ed educazione basati su una nozione espansa di arte, capaci di offrire strumenti per interpretare le trasformazioni antropologiche del presente.
Pierre Huyghe, «Human Mask», 2014 (still), parte della mostra inaugurale «New Humans». Courtesy dell’artista e Hauser & Wirth. © Pierre Huyghe e 2024 Artists Rights Society (ARS), New York/ADAGP, Parigi
Altri articoli dell'autore
Si tratta di un’imbarcazione condotta oltreoceano dal navigatore Adriaen Block nel 1613 che, prima di ripartire verso l’Europa, si incendiò e affondò proprio nelle acque in cui il fiume Hudson sfocia nella baia della città. Un nuovo studio è stato avviato per confermarne l’identità
La molteplicità delle voci è una condizione strutturale della cultura americana, in cui il valore e il riconoscimento non dipendono strettamente dal mercato, ma poggiano su una più profonda consapevolezza
Street Art, arte femminista e opere su identità, diaspora e giustizia sociale, tra musei, gallerie, residenze e parchi di sculture a New York
A pochi quartieri di distanza l’uno dall’altro, marzo offre l’occasione per esplorare la ricca scena artistica di Downtown, tra spazi non profit, studi di artisti e arte pubblica


