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Redazione
Leggi i suoi articoliLe parole possono essere consumate, abusate, dimenticate. Possono perdere il loro significato attraverso l’uso, fino a diventare formule automatiche. Eppure continuano a essere il principale strumento attraverso cui costruiamo pensieri, desideri e relazioni. È da questa contraddizione che prende avvio «Sono solo parole», la mostra personale di Valeria Canavesi curata da Giorgio Uberti, in programma dal 17 settembre all’11 ottobre all’Archivio Rachele Bianchi di Milano. L’esposizione è l’undicesimo appuntamento di Rete Aperta, il programma attraverso cui l’Archivio invita artisti contemporanei a confrontarsi con l’eredità di Rachele Bianchi. Il dialogo tra le due artiste non procede però per somiglianze formali. Canavesi lavora sulla parola, Bianchi sulla figura e sulla materia; il punto di contatto emerge piuttosto nella riflessione intorno alla costruzione dell’identità e alle forme, visibili e invisibili, che possono proteggerla ma anche limitarla.
Canavesi porta la parola fuori dalla sua dimensione esclusivamente linguistica e la trasforma in un oggetto. Ogni termine scelto diventa infatti il protagonista di un manifesto di 50x70 centimetri, realizzato in undici esemplari e stampato manualmente nell’atelier A14 di Milano. Carte differenti, colori, inchiostri e modalità di stampa vengono associati alle singole parole secondo una precisa relazione semantica. Il significato non è quindi affidato soltanto al contenuto verbale, ma anche alla materia attraverso cui quel contenuto prende forma. È un procedimento che restituisce fisicità a qualcosa che normalmente consideriamo immateriale. Torchi, telai, rulli, cliché e lavorazioni manuali entrano nel processo di produzione, mentre la carta diventa il luogo nel quale la parola può essere manipolata, stratificata, alterata. Il linguaggio acquista così una presenza concreta e, insieme, una vulnerabilità: può essere conservato, modificato, consumato o dimenticato proprio come accade alle parole nel loro uso quotidiano. In questo passaggio dalla parola alla materia si colloca il rapporto con Rachele Bianchi. Tre opere della scultrice sono presenti in mostra: «Donna con bambino», in marmo bianco, «La Coppia» e «Figura con la rete», entrambe in bronzo. Le sculture introducono nello spazio espositivo una ricerca nella quale la figura femminile è stata a lungo il luogo di una riflessione sulla condizione dell’individuo, sui vincoli e sulle possibilità di liberazione.
Significativa è «Figura con la rete». La rete, nella ricerca di Bianchi, può essere letta come una struttura che avvolge e trattiene, ma anche come una forma che progressivamente si apre. La protezione e la costrizione finiscono così per coincidere nella stessa immagine. È una tensione che trova un corrispettivo, attraverso strumenti completamente diversi, nella ricerca di Canavesi: anche la parola può costituire una soglia, offrire accesso a qualcosa e contemporaneamente frapporre un filtro. Il confronto diventa allora un dialogo tra due modi di intendere la materia. Bianchi affida alla scultura ciò che non passa necessariamente attraverso il linguaggio; Canavesi entra invece direttamente nella parola, ne osserva le ambiguità e la capacità di costruire significati. I titoli delle opere di Bianchi – «Figura», «Personaggio», «Senza Titolo» – non definiscono completamente ciò che rappresentano, ma lasciano aperto lo spazio dell’interpretazione. Canavesi compie il movimento opposto: sceglie una parola e la espone, isolandola e restituendole una consistenza visiva. Il risultato non è però una semplice illustrazione del termine. La parola diventa forma. La scelta del carattere, della carta, del colore e della tecnica di stampa contribuisce a costruire una specifica identità dell’opera. La dimensione semantica e quella estetica finiscono per coincidere, mentre il processo manuale rende evidente la distanza tra la parola come elemento astratto e la sua concreta realizzazione.
È proprio questa relazione tra opposti a costituire uno degli elementi centrali del progetto: pesante e leggero, solido e fragile, materia e parola. Da una parte il marmo e il bronzo di Bianchi, dall’altra la carta di Canavesi. Materiali differenti che condividono tuttavia la possibilità di diventare strumenti attraverso cui dare forma a ciò che appartiene all’esperienza umana. In questo senso «Sono solo parole» recupera piuttosto la dimensione fisica della parola, ricordando che ogni termine, prima ancora di essere utilizzato, possiede una forma, un suono, un peso e una storia. La sua trasformazione in immagine permette di rallentarne la fruizione e di sottrarla, almeno temporaneamente, alla velocità con cui normalmente viene consumata.
La mostra si completa con un progetto collaterale che porta questa riflessione fuori dallo spazio espositivo. La collaborazione con Dulcop International S.p.A. – Bubble World nasce dal rapporto tra la ricerca di Canavesi e il carattere fragile ed effimero delle bolle di sapone. Ne deriva un’edizione speciale di bolle personalizzate con la grafica della mostra, distribuita ai visitatori come gadget ufficiale: un oggetto leggero e transitorio che riprende, attraverso un altro linguaggio, la riflessione sulla fragilità e sulla capacità delle parole di lasciare una traccia. Anche il workshop «Parole per Rachele», previsto il 29 settembre, sviluppa la stessa idea in forma partecipativa. I partecipanti saranno invitati a scegliere una parola ispirata alle opere e alla ricerca di Bianchi e a trasformarla in un elaborato su carta attraverso matite, pennarelli e pastelli a cera. La parola torna così a essere gesto, segno e materia. Nel confronto tra Canavesi e Bianchi, dunque, il linguaggio non appare come qualcosa di separato dalla materia. Al contrario, diventa uno dei modi attraverso cui la materia può organizzare l’esperienza, costruire identità e conservare memoria. Se le parole sembrano oggi consumarsi rapidamente, la mostra prova a restituire loro una durata diversa: quella dell’immagine e dell’opera, nella quale anche un termine apparentemente comune può tornare a essere osservato, pesato e interpretato.