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Amanita Iervolino
Leggi i suoi articoliOltre mille dadi in osso, concentrati in uno spazio relativamente ristretto, sono stati rinvenuti nel sito archeologico di Grand, piccolo comune del dipartimento dei Vosgi, nella Francia nordorientale. Il ritrovamento, emerso durante le campagne di scavo condotte negli ultimi anni, apre nuovi interrogativi sulle attività che si svolgevano in questo importante centro della Gallia romana, già noto per il suo anfiteatro monumentale, un grande mosaico pavimentale e un santuario legato al culto di Apollo Grannus.
La quantità eccezionale di dadi ha suggerito un paragone con una sorta di «Las Vegas» dell'antichità, ma gli archeologi invitano alla cautela. La concentrazione dei reperti potrebbe essere collegata al gioco, a pratiche rituali oppure alla produzione artigianale degli stessi oggetti. Per il momento, nessuna delle interpretazioni è stata dimostrata. Gli scavi nell'area sono iniziati nel 2022, con l'obiettivo di individuare e riesaminare alcune strutture già interessate dalle ricerche archeologiche degli anni Sessanta. Le campagne del 2023 e del 2024 hanno permesso di mettere in luce un piccolo edificio, di circa 4,5 per 3,8 metri, situato lungo una strada orientata da est a ovest.
La costruzione, con ingresso rivolto verso oriente, conservava tracce di un rivestimento parietale caratterizzato da intonaco rosso sopra una fascia gialla. Attorno all'edificio sono emersi numerosi materiali: frammenti ceramici, monete di bronzo, fibule, aghi con cruna, chiodi da calzature e resti ossei animali. A questi si aggiunge una quantità di dadi difficilmente spiegabile come il risultato di perdite occasionali.
Entro luglio 2026 ne erano già stati recuperati più di cinquecento; le successive valutazioni hanno portato il totale a oltre mille esemplari. Tre dadi sono stati individuati direttamente nelle fondamenta della costruzione, un particolare che rafforza l'interesse per il rapporto tra gli oggetti e l'edificio, senza però chiarirne definitivamente la funzione. I dadi sono realizzati in osso e presentano una lavorazione riconoscibile. Le facce sono contrassegnate da piccoli cerchi concentrici, chiamati ocelli, incisi mediante strumenti metallici appuntiti. In alcuni casi le incisioni venivano riempite con una miscela di cera e carbone, così da rendere i numeri più visibili sulla superficie chiara.
La disposizione dei punti segue il cosiddetto sistema del sette: la somma delle facce opposte è sempre pari a sette, secondo una configurazione tuttora utilizzata nei dadi moderni. Si tratta di una tipologia ben attestata nell'archeologia romana. Dadi analoghi sono stati ritrovati in abitazioni, accampamenti militari, edifici pubblici e anfiteatri in diverse regioni dell'Impero. A rendere eccezionale il caso di Grand non è quindi la presenza di questi oggetti, ma la loro concentrazione numerica in un'area così limitata. Una circostanza che ha indotto gli studiosi a formulare diverse ipotesi sulla destinazione dell'edificio e sulle attività che vi si svolgevano.
La prima riguarda la possibilità che si trattasse di un'officina specializzata nella produzione di dadi. La quantità dei reperti potrebbe infatti essere compatibile con un'attività artigianale, sebbene il materiale disponibile non consenta ancora di confermare questa interpretazione. Una seconda ipotesi identifica nell'edificio uno spazio destinato al gioco. Nell'antichità romana i dadi erano utilizzati in differenti forme di intrattenimento, comprese attività nelle quali la fortuna poteva determinare vincite e perdite. L'eventuale presenza di un luogo frequentato da giocatori si inserirebbe nel quadro della vita pubblica di una città dotata di importanti strutture per gli spettacoli. La terza possibilità riguarda invece pratiche rituali o divinatorie. Il lancio dei dadi poteva assumere significati differenti dal semplice divertimento, entrando in relazione con la consultazione del caso, l'interpretazione della sorte e le invocazioni rivolte alle divinità. In un centro caratterizzato da una forte tradizione religiosa, questa interpretazione merita particolare attenzione.
Il quadro è ulteriormente complicato dalla presenza di un sistema idraulico individuato nelle vicinanze. Circa venti metri a nord dell'edificio, gli archeologi hanno documentato una stretta condotta per il trasporto dell'acqua. Alcuni collari in ferro potrebbero essere appartenuti ai raccordi di tubazioni lignee, mentre una fossa rettangolare situata a un'estremità potrebbe aver ospitato una vasca di legno. Il rapporto tra queste strutture e la concentrazione dei dadi rimane da chiarire. La presenza di un edificio decorato, di un impianto idrico e di numerosi oggetti personali suggerisce tuttavia un'area nella quale si svolgevano attività più articolate di quelle riconducibili a un semplice spazio domestico.
Amanita Iervolino
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