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Eugenia Fossoli
Leggi i suoi articoliGiocare è un comportamento molto più antico di quanto la fragilità dei suoi strumenti consenta normalmente all’archeologia di dimostrare. Tavole in legno, pedine, dadi e altri oggetti della vita quotidiana hanno possibilità assai inferiori di sopravvivere per millenni rispetto a mura, ceramiche o monumenti. È anche per questo che la scoperta avvenuta a Shahr-i Sokhta, la «Città Bruciata» dell’Iran sud-orientale, acquista un interesse particolare: durante la 21ma campagna di scavi gli archeologi hanno rinvenuto quello che il direttore della missione, Rouhollah Shirazi, descrive come un nuovo tipo di gioco intellettuale o da tavolo, datato a circa 4.600 anni fa. Le sue regole, la forma precisa e la composizione non sono state ancora pubblicate dettagliatamente e sarebbe dunque prematuro tentare di ricostruirne il funzionamento. Il dato significativo, per ora, è un altro: non è il primo gioco emerso da questa città dell’Età del Bronzo.
Quasi mezzo secolo fa Shahr-i Sokhta aveva infatti restituito uno dei ritrovamenti più affascinanti per la storia antica del gioco. Nel 1977 una missione archeologica italiana, scavando la tomba 731, individuò una tavola in legno accompagnata da 27 pezzi e dadi, generalmente datata tra il 2600 e il 2400 a.C. Il set, eccezionale per completezza, è stato spesso confrontato con il celebre Gioco Reale di Ur mesopotamico. Mancando istruzioni scritte, stabilire come venisse effettivamente utilizzato è rimasto per decenni un problema aperto: studi recenti ne hanno proposto una possibile ricostruzione attraverso confronti archeologici, ma le regole originarie rimangono sconosciute.
Il nuovo ritrovamento rende quindi la questione più complessa. Se le prossime analisi confermeranno che si tratta effettivamente di una tipologia differente, Shahr-i Sokhta potrebbe documentare la presenza di più tradizioni ludiche all’interno della stessa società urbana. Non sappiamo ancora se il nuovo gioco fosse destinato all’intrattenimento, alla competizione, a una funzione rituale o ad attività nelle quali queste dimensioni potevano sovrapporsi. Né è stato chiarito se siano sopravvissuti tutti i suoi componenti. Sono interrogativi che potranno essere affrontati soltanto quando saranno disponibili la documentazione completa dello scavo e una pubblicazione scientifica dettagliata.
È proprio il contesto a rendere però la scoperta più interessante della semplice curiosità archeologica. Shahr-i Sokhta fu uno dei principali centri della civiltà di Helmand, sviluppatasi durante il terzo millennio a.C. tra l’Iran sud-orientale e l’attuale Afghanistan sud-occidentale. La città, sorta intorno al 3200 a.C. e abitata attraverso quattro grandi periodi fino a circa il 1800 a.C., raggiunse un’estensione di circa 273 ettari. La sua organizzazione distingueva aree residenziali, produttive, monumentali e funerarie e testimonia il passaggio verso una società urbana complessa nell’Iran orientale.
Non era neppure una città isolata. La sua posizione la inseriva nelle grandi reti di circolazione dell’Età del Bronzo: le testimonianze archeologiche documentano relazioni verso l’Asia centrale, la Valle dell’Indo, il Golfo Persico e l’Oman, oltre all’Iran sud-occidentale e a circuiti più ampi rivolti verso la Mesopotamia. Le officine producevano ceramiche, recipienti in pietra, metalli e ornamenti. Anche un altro oggetto rinvenuto durante l’ultima campagna, un pettine d’osso inciso, potrebbe aggiungere informazioni a questa geografia degli scambi: secondo Shirazi non sono noti finora confronti a Shahr-i Sokhta, mentre oggetti analoghi sono documentati in siti dell’Asia centrale. Resta da stabilire se il pettine sia stato prodotto localmente oppure rifletta influenze provenienti da regioni più settentrionali.
La 21esima campagna, iniziata il 20 luglio 2026, sta del resto restituendo una quantità di informazioni che supera il singolo ritrovamento. Gli archeologi hanno lavorato in tre aree, una nel settore residenziale e due intorno al vasto cimitero. Nella zona nord-orientale sono state riconosciute due fasi architettoniche insieme a resti animali, utensili, scarti della lavorazione della pietra, statuette e focolari. I dati suggeriscono che quest’area non possa essere interpretata semplicemente come quartiere industriale: produzione artigianale e vita domestica sembrano avere condiviso gli stessi spazi, restituendo un’immagine meno rigidamente compartimentata dell’organizzazione della città.
Ancora più rara è la conservazione dei materiali organici. Dal cimitero sono emerse tracce di tessuti, cuoio e uova, insieme a ceramiche semplici, decorate e policrome e a forme di sepoltura non precedentemente documentate nel sito. L’aridità dell’ambiente ha consentito la sopravvivenza di materiali normalmente destinati a scomparire, aprendo possibilità di ricerca sull’abbigliamento, sull’alimentazione, sulle tecniche artigianali e sui rituali funerari. Il programma comprende inoltre datazioni al radiocarbonio, analisi del DNA antico e studi di antropologia fisica. Anche il gioco deve essere letto all’interno di questo paesaggio. Il suo ritrovamento in ambito funerario rende particolarmente delicata qualsiasi interpretazione: potrebbe essere stato un oggetto appartenuto al defunto, un indicatore di posizione o identità sociale, un elemento della pratica funeraria oppure avere un significato ancora differente. Non esistono al momento elementi sufficienti per scegliere tra queste ipotesi. Il gioco di 4.600 anni fa è dunque importante proprio perché avvicina l’archeologia alla parte più difficile da ricostruire di una civiltà. Ossia come trascorressero il tempo le persone che la abitavano. Per sapere come muovessero quelle pedine bisognerà aspettare. Sapere che le muovevano, e che forse conoscevano più di un gioco, è già un piccolo accesso alla loro quotidianità.
Eugenia Fossoli
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