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Eugenia Fossoli
Leggi i suoi articoliIl ridimensionamento di Pace Gallery ha generato nelle ultime settimane un acceso dibattito sul futuro del sistema delle gallerie. Da una parte Marc Spiegler, ex direttore globale di Art Basel, ha sostenuto sul New York Times che il modello attuale sia arrivato a un punto di rottura e che le gallerie debbano abbandonare la rincorsa alla globalizzazione per tornare a costruire relazioni locali. Dall'altra Barbara Pollack ha risposto ricordando come il problema non siano le gallerie ma un sistema che negli ultimi vent'anni ha progressivamente spostato l'attenzione dagli artisti alle strutture di mercato.
Entrambe le posizioni colgono aspetti reali. Eppure entrambe rischiano di produrre una distorsione prospettica. Perché osservano il sistema dell'arte dal suo vertice. Quando si parla di gallerie oggi, infatti, si finisce quasi inevitabilmente per parlare di Pace, Gagosian, Hauser & Wirth o David Zwirner. Ma queste realtà rappresentano un'eccezione, non la regola. Sono l'equivalente delle multinazionali all'interno di un ecosistema che continua a essere composto soprattutto da piccole e medie imprese culturali. La vera domanda non è se il modello Pace sia sostenibile, ma quanto questo modello rappresenti davvero il mondo delle gallerie.
La maggior parte del mercato continua a funzionare secondo logiche molto diverse. Gallerie indipendenti, spesso costruite attorno alla figura del fondatore, con strutture leggere, rapporti diretti con artisti e collezionisti, una programmazione coerente e una crescita graduale. Realtà che non inseguono necessariamente l'apertura di nuove sedi o la presenza in ogni fiera internazionale, ma investono sulla costruzione di reputazione nel lungo periodo.
In Italia esistono infiniti esempi di questo approccio. Realtà come Bonelli, M77, Frittelli, Poggiali, Thomas Brambilla, Federica Schiavo, NContemporary, Laveronica, Repetto, Osart, Mc2 Gallery (e si potrebbe andare avanti su decine di righe qui di seguito..) o come la novella ventennale Dep Art di Antonio Addamiano mostrano come sia possibile operare con successo attraverso competenza specialistica, ricerca, pubblicazioni, relazioni istituzionali e una visione chiara del proprio ruolo. Un lavoro quotidiano, spesso poco visibile rispetto ai riflettori delle grandi fiere, ma essenziale per la tenuta del sistema.
Il nodo centrale (e cruciale) è che la crisi di Pace non coincide con una crisi delle gallerie. Coincide con la crisi di un particolare modello di galleria, quello fondato sull'espansione continua. Per oltre un decennio il sistema ha premiato la crescita dimensionale. Più sedi significavano maggiore autorevolezza. Più artisti significavano maggiore influenza. Più personale e più fiere significavano maggiore centralità. Oggi questa equazione appare meno scontata. Anzi. La crescita dei costi, la trasformazione del collezionismo, la concorrenza delle case d'asta, il rafforzamento delle vendite private e la crescente selettività dei compratori stanno riportando al centro qualità che sembravano passate in secondo piano: identità, specializzazione, credibilità, prossimità.
Naturalmente questo non significa ignorare le difficoltà. La contrazione del mercato internazionale è reale, così come l'aumento dei costi operativi, la selettività dei collezionisti e la pressione esercitata da fiere, aste e piattaforme globali. Tuttavia, proprio questa fase sembra premiare le strutture a misura d'uomo. Molte gallerie italiane, per necessità prima ancora che per scelta, hanno sviluppato negli anni modelli più sostenibili: organici contenuti, relazioni personali con artisti e collezionisti, forte radicamento territoriale e una gestione meno dipendente dalla crescita continua.
È un patrimonio che oggi potrebbe trasformarsi in un vantaggio competitivo. Negli ultimi anni numerose gallerie internazionali abbiano scelto di aprire sedi in Italia o di rafforzare la propria presenza nel Paese. Milano, Torino, Roma e sempre più spesso altre città vengono percepite come piattaforme credibili all'interno del mercato europeo. A questo si aggiungono segnali incoraggianti sul piano normativo, a partire dalla riduzione dell'IVA sulle opere d'arte al 5%, una misura attesa da decenni che può contribuire a migliorare la competitività del sistema italiano.
Resta però molto da fare. Le fiere, Milano in particolare, potrebbero assumere un ruolo ancora più incisivo nel sostegno all'ecosistema delle gallerie. E soprattutto il sistema culturale, amministrativo e politico italiano continua a scontare ritardi strutturali, procedure lente e una burocrazia che spesso rende più difficile ciò che dovrebbe favorire. Se il mercato dell'arte italiano vuole trasformare questa fase in una vera occasione di crescita, la sfida non riguarda soltanto le gallerie, ma l'intero contesto nel quale operano.
La vera lezione della fine del 2025 e il primo semestre 2026 è che il sistema dell'arte sta assistendo alla fine dell'idea che ogni galleria debba trasformarsi in una multinazionale. Per anni il settore ha confuso la crescita con il successo. Oggi emerge una logica diversa. La dimensione non è più un obiettivo, è una scelta strategica, e in molti casi la dimensione giusta si sta rivelando più sostenibile della dimensione massima. Forse il futuro non appartiene né alle mega-gallerie né agli spazi completamente alternativi evocati da Pollack. Appartiene a quella vasta fascia di operatori che continua a svolgere il lavoro fondamentale del sistema: scoprire artisti, formare collezionisti, produrre contenuti, costruire fiducia e creare valore culturale prima ancora che economico. È lì, molto più che nei quartier generali delle multinazionali dell'arte, che continua a battere il cuore del mercato.