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Jenny Dogliani
Leggi i suoi articoliIl Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi è un giardino vivo, attraversato dal vento, dagli insetti, dalle erbe medicinali e dal silenzio. Si trova a pochi passi dalla stazione di Santa Lucia, uno dei luoghi più trafficati e frequentati di Venezia, eppure, basta varcare il piccolo cancello del convento perché quel mondo improvvisamente arretri. Indossate le cuffie, il silenzio che ci avvolge non ci isola dal mondo, ci avvicina al ritmo lento della natura e del corpo. Il passo istintivamente rallenta, si sincronizza con la dimensione del giardino, con le prime note e melodie che accompagnano il visitatore tra gli spazi verdi e ordinati di piante officinali, lungo i viali di ghiaia che assorbono e attutiscono l’avvicendarsi dei passi. Il corpo si adegua a questa diversa temporalità e si lascia attraversare dai suoni naturali e dalle vibrazioni costruite da Soundwalk Collective, sintonizzandosi automaticamente con una modalità contemplativa, abbracciato da un luogo che ha scelto di sottrarsi alla dittatura della visione per essere ascoltato. L’orecchio è l’occhio dell’anima, curato da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers, è molto più di un’opera sonora, è una condizione esistenziale rara e illuminata. Una dimensione mistica, difficilissima da raggiungere, ispirata alla figura di Santa Ildegarda di Bingen, badessa, compositrice, guaritrice e teologa del XII secolo.
L’ordine dei Carmelitani Scalzi custodisce questo luogo dal Seicento, il giardino è stato restaurato seguendo il disegno originario: sette aiuole come le sette tappe della preghiera contemplativa descritte da Santa Teresa d’Avila nel Castello Interiore. Per secoli il monachesimo ha costruito architetture dell’ascolto: chiostri, celle, cori, orti medicinali, refettori silenziosi. Lo spazio monastico non nasceva per mostrare, ma per predisporre il corpo a una diversa qualità della percezione. La modernità occidentale ha invece privilegiato lo sguardo: vedere, controllare, dominare, catalogare. La Biennale spesso si misura con un’economia della visibilità che porta molti a competere per rimanere impressi, rischiando di sfociare in una saturazione visiva. Il Padiglione della Santa Sede mette invece l’ascolto al centro, sottraendo però il suono alla dimensione spettacolare e immersiva. L’ascolto avviene attraverso le cuffie, in una condizione intima, privata, che isola il visitatore dal resto del mondo connettendolo con se stesso e con il giardino, immergendolo in un’esperienza contemplativa, mistica e sacra.
The Pavilion of the Holy See, The Ear is the Eye of the Soul. Giardino Mistico, Venice. Photo David Levene
Ildegarda di Bingen lo aveva intuito questo quasi nove secoli fa. Nella sua visione teologica il suono era conoscenza. Quando guardiamo qualcosa la collochiamo a distanza: davanti a noi, fuori da noi. Il suono, invece, entra nel corpo, lo attraversa, abolisce la frontalità. Non esiste distanza da ciò che ascoltiamo, esiste solo simultaneità: ciò che sentiamo accade insieme a noi. Ildegarda cammina insieme a noi, la sua voce, le sue parole sono nelle nostre orecchie, è una simultaneità miracolosa, una forma di presenza continua che ci avvicina alla sacralità e all’eternità, che ci fa uscire dalla frammentazione contemporanea facendoci sentire parte di qualcosa di più ampio. Ciò che sentiamo accade insieme a noi. Dentro il giardino, le opere sonore di artisti come Patti Smith, Brian Eno, Meredith Monk, Caterina Barbieri, Jim Jarmusch, Laraaji, Terry Riley, Suzanne Ciani o FKA twigs non si impongono come singole presenze autoriali, vengono composte da Soundwalk Collective in un’unica partitura contemplativa. Molte delle figure coinvolte hanno lavorato, negli ultimi anni, sui limiti della percezione: Meredith Monk sulla voce come memoria preverbale, Caterina Barbieri sulla trance e sulle temporalità espanse, Brian Eno sull’ambient music come architettura emotiva del tempo. Anche il giardino è un organismo sonoro vivente. Soundwalk Collective ha progettato uno strumento acustico che registra in tempo reale biofotoni, attività elettromagnetiche, microacustiche di acqua, vento, legno, insetti e suolo, trasformandoli in una composizione perpetua. La tecnologia rende percepibile ciò che normalmente ci è invisibile. Verso il fondo del giardino si attraversa un roseto bianco, dalle cuffie emerge una voce femminile, sembra provenire da un tempo remoto e insieme vicinissimo. Non è più chiaro se si stia ascoltando una composizione contemporanea, una preghiera, un canto medievale o una presenza. Si entra in una piccola grotta dedicata alla Madonna di Lourdes, con la statua bianca incastonata nella roccia, uno spazio devozionale e quotidiano, lontano dalla monumentalità ecclesiastica, un luogo di raccoglimento, di passaggio. In un mondo di saturazione visiva, il Padiglione della Santa Sede ha scelto la sottrazione, ha dissolto le distanze, incrinato la linearità del tempo, ha acceso un’istante di eternità che connette il corpo, il mondo e ciò che lo trascende.
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