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Amanita Iervolino
Leggi i suoi articoliVentidue chiodi, una piccola lamina di piombo e uno sperone di bronzo decorato con stelle a cinque punte e mezzelune. Sono questi alcuni degli elementi attraverso i quali gli archeologi stanno ricostruendo le caratteristiche di una nave da guerra appartenuta probabilmente alla flotta di Mitridate VI Eupatore, il sovrano del Ponto che tra la fine del II e la metà del I secolo a.C. rappresentò uno dei più temibili avversari dell'espansione romana nel Mediterraneo orientale. Il relitto, individuato nel 2012 nelle acque dell'antica Fanagoria, sul Mar Nero, è stato oggetto di nuove analisi scientifiche che hanno permesso di approfondire le tecniche metallurgiche e costruttive utilizzate nella cantieristica navale ellenistica.
La nave sarebbe affondata nel 63 a.C., durante una rivolta contro Mitridate scoppiata nella città greca di Fanagoria, importante centro commerciale e politico sulla penisola di Taman, nell'attuale Russia meridionale. Secondo la ricostruzione dell'Istituto di Archeologia dell'Accademia Russa delle Scienze, l'imbarcazione sarebbe stata incendiata a circa 120 metri dalla costa, nel corso dei disordini che accompagnarono gli ultimi mesi di regno del sovrano. Quando gli archeologi subacquei individuarono il relitto, trovarono una parte del fondo dello scafo ancora conservata sotto oltre un metro e mezzo di sedimenti. Circa sedici metri della struttura lignea erano rimasti protetti dal deposito marino, insieme a numerosi elementi metallici. Le caratteristiche dell'imbarcazione risultavano compatibili con quelle di una nave militare ellenistica, mentre la presenza di uno sperone di bronzo decorato con simboli riconducibili all'iconografia di Mitridate rafforzava l'ipotesi della sua appartenenza alla flotta pontica.
Le analisi al radiocarbonio sui legni hanno collocato l'imbarcazione intorno alla metà del I secolo a.C., in accordo con la datazione storica proposta. La nuova fase della ricerca si è concentrata soprattutto sui materiali metallici, esaminati con il contributo dell'Istituto Kurchatov e attraverso tecniche avanzate di microscopia e analisi chimico-fisica. Il ritrovamento acquista particolare significato se inserito nella vicenda di Mitridate VI, re del Ponto dal 120 al 63 a.C., protagonista di un lungo confronto militare con Roma. Le tre guerre mitridatiche, combattute tra l'88 e il 63 a.C., coinvolsero alcuni dei principali comandanti romani dell'epoca, da Silla a Lucullo fino a Pompeo, e trasformarono il Mediterraneo orientale in uno dei maggiori teatri di conflitto della tarda Repubblica. Mitridate aveva costruito un regno esteso lungo le coste del Mar Nero, sviluppando una politica di espansione che entrò progressivamente in collisione con gli interessi romani in Anatolia. Il controllo delle rotte marittime costituiva una componente essenziale della sua strategia. Le flotte pontiche permettevano il trasporto delle truppe, il collegamento tra territori distanti e il confronto con le potenze navali alleate di Roma.
Le fonti antiche, tra cui Appiano, descrivono numerosi episodi di guerra sul mare, con navi incendiate, speronate o catturate durante le operazioni militari. Ma se la documentazione letteraria restituisce la dimensione politica e militare del conflitto, i resti di Fanagoria consentono di osservare direttamente le soluzioni tecniche impiegate nella costruzione e nella manutenzione di una nave da guerra dell'epoca. La nuova ricerca ha preso in esame 23 reperti metallici, dei quali 22 costituiti da chiodi o frammenti di chiodi, oltre allo sperone navale analizzato separatamente nel laboratorio di conservazione del Museo-Riserva Storico-Archeologica di Fanagoria. Le dimensioni dei chiodi variano da circa otto a quattordici centimetri, ma la corrosione ha alterato profondamente le superfici e le proporzioni originarie. Per ricostruirne la composizione, i ricercatori hanno utilizzato microscopia elettronica a scansione, microanalisi a raggi X, fluorescenza e diffrazione a raggi X, oltre a tecniche basate sull'impiego di neutroni. Queste indagini hanno permesso di distinguere il metallo originario dai prodotti della corrosione e di individuare elementi in tracce utili a comprendere i processi di lavorazione.
In un caso, l'analisi neutronica ha consentito di ricostruire il diametro originario del fusto di un chiodo, pari a circa 3,4 millimetri, nonostante la corrosione ne avesse aumentato lo spessore apparente fino a quasi tre volte. Il dato è risultato compatibile con le dimensioni di un foro conservato in una lamina di piombo recuperata dal relitto. La composizione dei chiodi ha restituito un quadro articolato. Alcuni esemplari erano realizzati prevalentemente in rame, mentre altri contenevano combinazioni di rame con piombo, antimonio e zinco. Sono state inoltre individuate piccole quantità di nichel, cobalto, ferro e argento, che potrebbero derivare dai minerali originari oppure da processi di rifusione e riutilizzo del metallo.
Le differenze non dimostrano necessariamente che ogni lega fosse stata progettata intenzionalmente per una funzione specifica. Suggeriscono tuttavia l'impiego di materiali provenienti da lavorazioni differenti e la possibile esistenza di pratiche di recupero e riciclo nelle officine navali. Particolarmente interessante è la scelta di utilizzare chiodi in rame e leghe di rame, nonostante il ferro rappresentasse già un'alternativa meno costosa. Secondo i ricercatori, questa preferenza potrebbe essere stata legata alla ricerca di una maggiore durabilità dei sistemi di fissaggio, soprattutto in un ambiente particolarmente aggressivo come quello marino.
La presenza di riparazioni accurate indica inoltre che l'imbarcazione potrebbe aver avuto una vita operativa prolungata, durante la quale alcuni componenti vennero sostituiti o rinforzati. La costruzione di una nave militare richiedeva infatti investimenti considerevoli, rendendo economicamente vantaggioso preservarne il più a lungo possibile l'efficienza. Un ulteriore elemento è rappresentato dalla piccola lamina metallica, risultata composta prevalentemente da piombo ossidato. La sua conformazione suggerisce che potesse essere utilizzata per proteggere o rinforzare una parte dello scafo, forse in corrispondenza di una giunzione o della testa di un chiodo.
Nel mondo greco e romano era conosciuto l'impiego di rivestimenti in piombo per proteggere le carene dagli organismi marini, in particolare dai molluschi xilofagi capaci di danneggiare il legno. Nel caso di Fanagoria, tuttavia, non sono state individuate prove di un rivestimento continuo dell'intera superficie accessibile dello scafo. Precedenti indagini avevano invece identificato tracce di un sistema protettivo basato sull'impiego di realgar, resina e cera, una combinazione destinata probabilmente a limitare il deterioramento del legno. Le lamine di piombo potrebbero quindi essere state applicate soltanto nei punti più vulnerabili, integrando un trattamento protettivo di natura chimica con rinforzi meccanici localizzati. Ne emerge l'immagine di una cantieristica navale capace di combinare materiali e tecniche differenti, adattando le soluzioni costruttive alle esigenze di una nave destinata all'impiego militare. La scelta dei metalli, la protezione delle superfici e la manutenzione delle giunzioni mostrano una conoscenza empirica delle proprietà dei materiali e delle condizioni operative.
Lo sperone di bronzo, uno degli elementi più significativi del relitto, collega questa dimensione tecnica alla funzione bellica dell'imbarcazione. Nelle navi da guerra antiche, lo sperone era progettato per colpire lo scafo avversario durante le manovre di combattimento. La sua costruzione richiedeva una lega sufficientemente resistente da sopportare le sollecitazioni degli urti. Nel caso di Fanagoria, la presenza di stelle a cinque punte e mezzelune assume anche un valore storico e iconografico. Questi simboli sono associati alla rappresentazione del potere di Mitridate VI e costituiscono uno degli indizi principali utilizzati dagli archeologi per attribuire l'imbarcazione alla sua flotta. La possibile identificazione con una nave distrutta durante la rivolta del 63 a.C. colloca il relitto in uno degli episodi conclusivi delle guerre mitridatiche. In quell'anno il sovrano, ormai indebolito dalle sconfitte militari e dalle ribellioni interne, vide progressivamente dissolversi il proprio sistema di alleanze e di controllo territoriale.
Amanita Iervolino
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