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Mimmo Paladino, «Artaud» da «I Drammaturghi», 2005.

Courtesy Archivio Mimmo Paladino.

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Mimmo Paladino, «Artaud» da «I Drammaturghi», 2005.

Courtesy Archivio Mimmo Paladino.

Mimmo Paladino, il teatro delle immagini è a Capalbio

A Capalbio una mostra racconta il percorso di Mimmo Paladino attraverso disegni, teatro e cinema: dai celebri cavalli alle figure, dai grandi drammaturghi agli storyboard, il segno sulla carta diventa il punto di partenza per immagini destinate a cambiare forma, muoversi nello spazio e trasformarsi in racconto

Nicoletta Biglietti

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Mimmo Paladino è l’artista dei cavalli e dei dormienti, delle maschere e delle figure enigmatiche che sembrano arrivare da un tempo indefinito È anche uno degli artisti che, alla fine degli anni Settanta, hanno riportato la pittura e la figura al centro della scena italiana, in un momento in cui molte delle ricerche più avanzate avevano messo in discussione proprio l’idea tradizionale di immagine e di opera. Oggi, a Capalbio, il suo lavoro torna a confrontarsi con un’altra forma di immagine: quella del teatro e del cinema. «Mimmo Paladino. Drammaturghi / Storyboard», curata da Davide Sarchioni al Frantoio dal 16 settembre al 18 ottobre, riunisce due nuclei di opere su carta realizzati tra il 2005 e il 2018. Sedici lavori della serie «I Drammaturghi» accostano altrettanti protagonisti della storia del teatro e della cultura europea; gli «Storyboard» restituiscono invece una successione di appunti visivi, figure e possibili scene legate al cinema. È un confronto che potrebbe sembrare circoscritto a due ambiti della produzione di Paladino, ma che in realtà tocca uno dei nodi centrali della sua ricerca: il rapporto fra immagine e racconto. Il disegno è il punto in cui questo rapporto diventa più evidente. Prima che una figura diventi pittura, scultura, scenografia o fotogramma, può essere un segno sulla carta. Nel disegno Paladino lascia convivere forme diverse senza costringerle immediatamente a un significato definitivo. Volti, corpi, maschere, animali, geometrie e simboli si sovrappongono, emergono e arretrano. La carta diventa così uno spazio di possibilità, nel quale l’immagine può ancora cambiare direzione.

È una caratteristica che appartiene alla sua ricerca fin dagli anni Settanta. Paladino aveva esordito nel clima delle sperimentazioni concettuali e aveva utilizzato anche fotografia, collage e tecniche miste, ma progressivamente aveva riportato al centro della propria pratica la pittura, il segno e la figura. Nel 1980, alla Biennale di Venezia, la sua presenza nella sezione «Aperto ’80» accanto a Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi e Nicola De Maria sancisce uno dei momenti fondamentali della nuova pittura italiana che Bonito Oliva avrebbe riunito sotto il nome di Transavanguardia. Il termine indicava una libertà nuova nei confronti della storia e dei linguaggi dell’arte. Dopo decenni nei quali l’avanguardia aveva imposto all’artista l’idea di una ricerca necessariamente nuova, progressiva e orientata verso il superamento delle forme precedenti, la Transavanguardia rivendicava la possibilità di muoversi in più direzioni. Si poteva tornare alla pittura, recuperare la figura, citare il passato, attraversare tecniche diverse senza che questo significasse un arretramento. In Paladino questa libertà assume una forma particolarmente evidente. La sua pittura non recupera la figura per restituire un mondo riconoscibile secondo i codici della rappresentazione tradizionale. La figura torna come presenza, come segno, come possibilità. I volti non sono necessariamente ritratti, i cavalli non sono semplicemente animali, le maschere non identificano un personaggio. Sono immagini capaci di evocare senza chiudersi in una spiegazione. È anche qui che la riflessione di Bonito Oliva sull’immaginazione diventa decisiva. La nuova figurazione non deve necessariamente fornire allo spettatore un'immagine del mondo già organizzata e decifrabile. Può produrre una diversa esperienza dello sguardo. L’immagine diventa un dispositivo capace di spostare associazioni, memoria e riferimenti, mettendo in relazione tempi e culture lontane. Paladino costruisce il proprio linguaggio proprio attraverso questa «deviazione» . La cultura mediterranea, la tradizione cristiana, il mito, l’arte antica, la memoria del Mezzogiorno, la storia dell’arte italiana e le esperienze delle avanguardie del Novecento convivono nelle sue opere senza essere ordinate secondo una genealogia unica. L’artista attraversa il repertorio delle immagini e ne ricava un vocabolario personale. L’arcaico, nella sua opera, non coincide dunque con il semplice recupero dell’antico: è una forma che può riapparire nel presente, privata della propria collocazione originaria e resa nuovamente disponibile all’immaginazione.

La figura diventa così il punto di partenza per un progressivo ampliamento del campo dell’opera. Dalla pittura Paladino passa alla scultura, alla ceramica, all’incisione, al mosaico, all’installazione e agli interventi nello spazio pubblico. Non si tratta di una successione di linguaggi che sostituiscono quello precedente. La pittura continua a essere presente nella scultura, il disegno rimane nella costruzione delle figure, la dimensione plastica prepara il confronto con lo spazio. Un passaggio decisivo è il teatro. Paladino comincia a lavorare per la scena negli anni Novanta, collaborando con registi e compagnie e realizzando scenografie per opere come «Edipo re» e «Edipo a Colono» di Mario Martone. È un’esperienza che modifica il rapporto dell’artista con l’immagine perché introduce una dimensione che la pittura, per sua natura, non possiede: il tempo. Sulla scena l’immagine non rimane immobile. È attraversata dagli attori, dalla luce, dalla musica, dal movimento. Cambia insieme allo spazio e alla durata dello spettacolo. Paladino porta nel teatro il proprio repertorio di figure, ma allo stesso tempo lascia che la scena trasformi il modo in cui quelle figure possono esistere. È da questa esperienza che nasce anche una delle sue opere più note, la «Montagna di sale», realizzata nel 1990 a Gibellina per «La sposa di Messina o i fratelli nemici» di Friedrich Schiller. La montagna, disseminata di cavalli, nasce come elemento scenografico e successivamente viene riproposta in diversi contesti, diventando un’opera autonoma – confermando anche quanto siano porosi, nel lavoro di Paladino, i confini tra scultura, installazione, scenografia e spazio urbano.

Il teatro torna oggi al centro della mostra di Capalbio attraverso «I Drammaturghi». Artaud, Beckett, Brecht, Eschilo, Goldoni, Ionesco, Molière, Pirandello, Shakespeare, Strindberg, Ibsen, Sarah Kane, Carmelo Bene, Majakovskij, Tadeusz Kantor e Dario Fo diventano altrettante occasioni per trasformare la parola in immagine. Paladino non ne restituisce le fisionomie con la precisione di un ritratto. I loro volti vengono attraversati da segni, campiture, forme e colori che cercano qualcosa di diverso dalla somiglianza: una traccia del loro universo poetico. Il drammaturgo diventa così una figura, e la figura diventa una forma di memoria. Il riferimento letterario o teatrale non serve a illustrare il testo. Lo riattiva attraverso un'altra grammatica. È lo stesso procedimento che Paladino applica al mito, alla storia dell’arte e alla cultura religiosa: non riproduce una fonte, la porta dentro il proprio sistema di immagini. 

Il cinema rappresenta un ulteriore passaggio. Nel 2006 Paladino realizza «Quijote», liberamente ispirato al «Don Chisciotte» di Cervantes e presentato alla 63ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il film nasce dopo anni di lavoro sulla pittura, sulla scultura e sul teatro e porta nel cinema un immaginario già costruito attraverso questi linguaggi. Con Peppe Servillo, Lucio Dalla, Enzo Cucchi e altri interpreti, «Quijote» si presenta come una nuova possibilità per rendere vive le immagini di Paladino. Se il teatro aveva portato la figura nello spazio e l’aveva sottoposta alla durata della scena, il cinema introduce il montaggio e la successione. L’immagine può ora apparire, interrompersi, ritornare, cambiare attraverso quella che Paladino stesso ha definito una forma di «pittura con la luce». Il suo rapporto con il cinema non comporta quindi l’abbandono della pittura. É piuttosto un altro modo di lavorare sulla stessa materia.
Dopo «Quijote» arriveranno «Labyrinthus» e «La divina cometa», film del 2022 liberamente costruito intorno all’universo della «Divina Commedia» e suggestioni derivanti dal presepe. Anche in questo caso Dante non viene trattato come un testo da illustrare.Diventa invece una struttura narrativa e visiva attraverso cui mettere in relazione memoria, viaggio, teatro, paesaggio e figure. La letteratura continua così a funzionare come un deposito di immagini da attraversare e trasformare. Gli «Storyboard» di Capalbio si collocano esattamente all’interno di questo passaggio. Lo storyboard è normalmente una forma di preparazione al film, una successione di immagini attraverso cui organizzare ciò che dovrà accadere. Nei lavori di Paladino, però, il disegno conserva qualcosa di più libero. Non è soltanto un progetto tecnico, è il momento in cui il racconto può ancora cambiare, in cui una figura può trasformarsi in un'altra e una sequenza può rimanere sospesa. «I Drammaturghi» e «Storyboard» sono per questo due direzioni complementari. Nei primi il teatro viene ricondotto all'immagine, attraverso la trasformazione degli autori in figure e presenze; nei secondi l'immagine contiene già la possibilità del movimento e della narrazione. Il disegno è il punto di contatto fra i due mondi, ma anche il luogo nel quale si riconosce una continuità più profonda della ricerca di Paladino.

Quella continuità sta nella libertà di non fermarsi a un linguaggio. La Transavanguardia aveva aperto la possibilità di attraversare la storia dell’arte senza un percorso obbligato. Paladino ha esteso questa possibilità alla propria pratica, passando dalla pittura alla scultura, dalla scultura alla scena, dalla scena al cinema e mantenendo sempre al centro la figura e la sua capacità di generare nuove immagini. È forse per questo che, osservate insieme, le opere di Capalbio raccontano qualcosa di più del rapporto di Paladino con il teatro e con il cinema. Raccontano il momento in cui un'immagine non è ancora arrivata alla sua forma definitiva. Un volto può ancora diventare una maschera, una maschera un personaggio, una figura una presenza scenica, una presenza un fotogramma. Prima di essere pittura, scultura o cinema, è ancora un segno. Ed proprio in quella condizione aperta Paladino continua a chiedere allo sguardo di cambiare direzione.
 

Mimmo Paladino, «Majakovskij» da «I Drammaturghi», 2018. Courtesy Archivio Mimmo Paladino.

Il teatro torna oggi al centro della mostra di Capalbio attraverso «I Drammaturghi». Artaud, Beckett, Brecht, Eschilo, Goldoni, Ionesco, Molière, Pirandello, Shakespeare, Strindberg, Ibsen, Sarah Kane, Carmelo Bene, Majakovskij, Tadeusz Kantor e Dario Fo diventano altrettante occasioni per trasformare la parola in immagine. Paladino non ne restituisce le fisionomie con la precisione di un ritratto. I loro volti vengono attraversati da segni, campiture, forme e colori che cercano qualcosa di diverso dalla somiglianza: una traccia del loro universo poetico. Il drammaturgo diventa così una figura, e la figura diventa una forma di memoria. Il riferimento letterario o teatrale non serve a illustrare il testo. Lo riattiva attraverso un'altra grammatica. È lo stesso procedimento che Paladino applica al mito, alla storia dell’arte e alla cultura religiosa: non riproduce una fonte, la porta dentro il proprio sistema di immagini. 

Il cinema rappresenta un ulteriore passaggio. Nel 2006 Paladino realizza «Quijote», liberamente ispirato al «Don Chisciotte» di Cervantes e presentato alla 63ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il film nasce dopo anni di lavoro sulla pittura, sulla scultura e sul teatro e porta nel cinema un immaginario già costruito attraverso questi linguaggi. Con Peppe Servillo, Lucio Dalla, Enzo Cucchi e altri interpreti, «Quijote» si presenta come una nuova possibilità per rendere vive le immagini di Paladino. Se il teatro aveva portato la figura nello spazio e l’aveva sottoposta alla durata della scena, il cinema introduce il montaggio e la successione. L’immagine può ora apparire, interrompersi, ritornare, cambiare attraverso quella che Paladino stesso ha definito una forma di «pittura con la luce». Il suo rapporto con il cinema non comporta quindi l’abbandono della pittura. É piuttosto un altro modo di lavorare sulla stessa materia.
Dopo «Quijote» arriveranno «Labyrinthus» e «La divina cometa», film del 2022 liberamente costruito intorno all’universo della «Divina Commedia» e suggestioni derivanti dal presepe. Anche in questo caso Dante non viene trattato come un testo da illustrare.Diventa invece una struttura narrativa e visiva attraverso cui mettere in relazione memoria, viaggio, teatro, paesaggio e figure. La letteratura continua così a funzionare come un deposito di immagini da attraversare e trasformare. Gli «Storyboard» di Capalbio si collocano esattamente all’interno di questo passaggio. Lo storyboard è normalmente una forma di preparazione al film, una successione di immagini attraverso cui organizzare ciò che dovrà accadere. Nei lavori di Paladino, però, il disegno conserva qualcosa di più libero. Non è soltanto un progetto tecnico, è il momento in cui il racconto può ancora cambiare, in cui una figura può trasformarsi in un'altra e una sequenza può rimanere sospesa. «I Drammaturghi» e «Storyboard» sono per questo due direzioni complementari. Nei primi il teatro viene ricondotto all'immagine, attraverso la trasformazione degli autori in figure e presenze; nei secondi l'immagine contiene già la possibilità del movimento e della narrazione. Il disegno è il punto di contatto fra i due mondi, ma anche il luogo nel quale si riconosce una continuità più profonda della ricerca di Paladino.

Quella continuità sta nella libertà di non fermarsi a un linguaggio. La Transavanguardia aveva aperto la possibilità di attraversare la storia dell’arte senza un percorso obbligato. Paladino ha esteso questa possibilità alla propria pratica, passando dalla pittura alla scultura, dalla scultura alla scena, dalla scena al cinema e mantenendo sempre al centro la figura e la sua capacità di generare nuove immagini. È forse per questo che, osservate insieme, le opere di Capalbio raccontano qualcosa di più del rapporto di Paladino con il teatro e con il cinema. Raccontano il momento in cui un'immagine non è ancora arrivata alla sua forma definitiva. Un volto può ancora diventare una maschera, una maschera un personaggio, una figura una presenza scenica, una presenza un fotogramma. Prima di essere pittura, scultura o cinema, è ancora un segno. Ed proprio in quella condizione aperta Paladino continua a chiedere allo sguardo di cambiare direzione.

Nicoletta Biglietti, 30 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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