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Giovanni Gastel

© Giovanni Battista Righetti

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Giovanni Gastel

© Giovanni Battista Righetti

Milano omaggia Giovanni Gastel, ogni giorno alla ricerca dello scatto perfetto

A Palazzo Citterio-La Grande Brera sono esposte oltre 200 immagini, molte poco note, di uno dei maestri della fotografia contemporanea

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Giovanni Gastel (Milano, 1955-2021) è stato un fotografo raffinato, colto e geniale, conteso un po’ ovunque, non solo dalle grandi riviste di moda, per quel suo tratto inconfondibile fatto di eleganza, d’invenzione sofisticata e di rigore, ma chiunque l’abbia conosciuto, prima ancora di questi talenti ricorda la rara capacità di entrare in contatto immediato con l’interlocutore, cui dedicava tutta la sua attenzione, chiunque egli fosse. E dire che la sua storia personale, figlio com’era di Ida Pace Visconti di Modrone (sorella del regista Luchino Visconti) e dell’imprenditore Giuseppe Gastel, discendente, per via materna, da Carlo Erba, l’industriale farmaceutico, cresciuto in una famiglia di antica nobiltà e di altissimo rango sociale e culturale, avrebbe potuto portarlo in tutt’altra direzione: «Invece Giovanni era proprio così, generoso di sé con tutti. Era consapevole di essere un privilegiato e pensava di dover rendere qualcosa, negli incontri, alle altre persone», ci conferma Uberto Frigerio, amico da quando, ragazzini, giocavano insieme a Cernobbio, poi suo braccio destro per quarant’anni negli studi milanesi di Gastel. A cinque anni dalla sua morte (per Covid-19), è proprio Uberto Frigerio, cui già si doveva la mostra di ritratti «The People I Like» (MaXXI, Roma, 2020; Triennale Milano, 2021), a curare per Palazzo Citterio-La Grande Brera la mostra «Giovanni Gastel. Rewind» (catalogo Allemandi Editore curato da Luca Stoppini) che, dal 30 gennaio al 26 luglio, è visibile al secondo piano del palazzo.  

Realizzata da La Grande Brera con l’Archivio Giovanni Gastel, in collaborazione con l’Agenzia Guardans-Cambó, la mostra è stata pensata dal curatore come un viaggio emotivo attraverso il suo intero percorso in una prospettiva non cronologica ma tematica e «poetica»: del resto, prima di cimentarsi con la fotografia, da adolescente Gastel si era dedicato proprio alla poesia e alla scrittura. Sono oltre 200 le immagini in mostra, molte delle quali poco note ma non mancano gli scatti più famosi, e poi ci sono le polaroid, i «Fondi oro», le prime copertine di moda (dal 1980), i suoi raffinati ed estrosi still life e i ritratti di amici e persone famose, da cui emerge con evidenza il rapporto di fiducia che sapeva instaurare con chi ritraeva. Ne parliamo con il curatore.  

Uberto Frigerio, lei è stato il suo primo assistente alla metà degli anni Settanta: come si è mosso, tra ricordi personali e documenti, nel costruire il percorso della mostra?

Il titolo racconta già qualcosa: rewind, ripercorrere, rivivere, riassumere. Sì, ci sono molte testimonianze e c’è la mia memoria, ma per ogni sezione ho cercato, nei suoi scritti, le parole che ci conducessero a quei temi e le ho riprodotte in un testo introduttivo e in brevi scritti che raccontano le immagini: negli anni Ottanta, per esempio, Giovanni si appassionò alle Polaroid 20x25 centimetri, e ho trovato un suo testo in cui parla di questa sua passione. È una mostra molto emotiva per me: sono quarant’anni della sua e della mia vita. Non avrei potuto fare altrimenti.  

Ciò che continua a stupirmi nelle immagini di Gastel, specie in quelle di moda, è l’assoluto rigore formale, intrecciato però a una «sovrabbondanza» d’invenzione e, spesso, a uno sguardo ironico: poli apparentemente inconciliabili, che in lui però convivevano.

Sì, ha colto uno dei punti fondamentali del suo lavoro: sapeva di dover svolgere il lavoro per la committenza, ma le sue fotografie dovevano essere altrettanto appaganti per sé. Trovava così il suo equilibrio. Mi diceva: «Ogni giorno cerco di trovare la foto perfetta». Aveva una sua inquietudine. Già con le macchine analogiche cercava di superarne i limiti: tagliava le gelatine, colorava le immagini con le aniline (in mostra ce ne sono alcuni esempi) ma poi, nel 2005-06, fu tra i primi ad adottare il digitale e quando scoprì che ciò che prima faceva manualmente si poteva fare digitalmente, diventò un maestro anche in questo. Perché la sua ricerca avveniva anche dopo lo scatto.

Se lei, che è stato per anni il suo braccio destro, dovesse spiegare in poche parole la fotografia di Gastel, come la definirebbe? 

Ero il suo primo assistente, sì, ma ho preferito stare sempre nell’ombra. Come spiegare il suo lavoro? Penso che tutto si riassuma nella volontà di superarsi ogni giorno. E ogni giorno, da sempre, per lui era una sfida per spingere il limite più in là.

In mostra ha esposto anche oggetti personali e strumenti di lavoro. Quali?

Ci sono le varie macchine fotografiche che ha usato, perché fanno capire l’enorme evoluzione tecnologia avvenuta nella fotografia, con il passaggio dal banco ottico (una camera monumentale, quasi ottocentesca) al piccolo sensore digitale degli ultimi anni. E poi ci sono oggetti dello studio: libri della sua gigantesca libreria, ma anche fotografie di famiglia, inviti, biglietti di ringraziamento e oggetti curiosi che ha portato con sé per tutta la vita. 

Ma ha voluto esporre anche le poesie e altri suoi scritti.

C’è un suo romanzo giovanile (Duetto profano) e si arriva fino all’autobiografia Un eterno istante. La mia vita, uscito nel 2015 da Mondadori. E poi ci sono alcuni libri di poesia, compreso Presenza e Assenza. Tutte le poesie, pubblicato postumo da La Nave di Teseo. La sua vita.

Ada Masoero, 29 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

Milano omaggia Giovanni Gastel, ogni giorno alla ricerca dello scatto perfetto | Ada Masoero

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