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Andrea Augenti
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Arrivo a Roma verso l’ora di pranzo. Dovrei andare da tutt’altra parte, ma sono troppo curioso, se ne parla da giorni: da Termini prendo la metropolitana, apposta per scendere alla stazione Colosseo-Fori Imperiali e vedere, finalmente, la stazione «archeologica» nuova di zecca, appena inaugurata. Confessione n. 1: in genere, da addetto ai lavori e con una certa esperienza sul versante museografico, parto piuttosto scettico rispetto a queste operazioni. Avranno tenuto conto di tutto il pubblico, o le didascalie saranno incomprensibili ai più? Sarà un allestimento pensato soprattutto per gli archeologi? E dovrò vedere le solite vetrine piene soltanto di reperti «belli», a discapito delle storie che vorrei sentirmi raccontare?
Scendo le scale mobili: tutt’intorno architetture futuribili in nero e oro, le rampe si intrecciano e sembra di entrare in una stampa di Escher. Mi inoltro nelle viscere della città e… Beh, mi ricredo all’istante, stavolta hanno fatto centro. Mi colpisce subito una cosa: non c’è sovraccarico, le vetrine sono poche, tutto sommato, e i reperti ben selezionati; e in effetti, raccontano storie. Storie di vita quotidiana: anfore, lucerne, brocche, aghi in osso per le acconciature… E poi ci sono i pozzi, costruiti tra il V e il II secolo a.C. e rivestiti da lastre di tufo conservate meravigliosamente; scendevano fino a 30 metri di profondità per raggiungere l’acqua. La migliore tecnica costruttiva degli antichi, al servizio delle esigenze dei cittadini. Oppure, storie di una ritualità arcaica: le offerte ritrovate dentro i pozzi, con le molte ossa animali. Le tracce di gesti legati a religioni antichissime.
L’allestimento è elegante e discreto: oltre che nelle vetrine, i reperti campeggiano dentro alcune colonne trasparenti. È un’archeologia che non intralcia, chi non è interessato può anche tirare dritto (ma sfido chiunque a non fermarsi almeno per un attimo!). E non è finita: ecco le stanze di una terma, parte di una casa dell’età repubblicana, poi distrutta nell’incendio di Nerone. Perché l’archeologia non è soltanto oggetti, ma anche muri, edifici. E il puzzle della topografia sepolta di Roma si amplia ogni giorno, perché tutti gli scavi ne portano alla luce nuovi tasselli, e con loro nuove informazioni. Qui accanto, in una vetrina, campeggia un tubo in piombo con il marchio dell’imperatore Marco Aurelio: siamo intorno al 180 d.C., e così si percepisce almeno una porzione della lunghissima diacronia del sottosuolo di Roma e delle testimonianze archeologiche che custodisce. E poi sì, c’è anche una parte dedicata alla bellezza, com’è giusto che sia: non solo vita quotidiana, non solo oggetti d’uso comune. In un’ala ci accoglie una lunga serie di capitelli, decorazioni architettoniche e sculture, per la maggior parte provenienti dai Fori Imperiali: eleganza e maestosità dello stile corinzio e su tutti spicca un enorme capitello ridotto in mille pezzi, ricostruito accuratamente grazie alle integrazioni a disegno (ottima soluzione: molto efficace e per nulla invasiva rispetto ai reperti). Sul fondo della stanza, un’enorme quanto enigmatica testa di Medusa, che in origine decorava il Tempio di Venere e Roma.
La stazione museo Colosseo-Fori Imperiali: lesena dal Tempio della Pace. © Foto Simona Murrone - Parco Archeologico del Colosseo
E poi, una delle meraviglie di questa stazione: di fronte ai capitelli, su un grande schermo, passa un video, in loop. È il racconto della topografia di tutta l’area circostante, da piazza Venezia fino al Colosseo. Ed è una storia che attraversa i secoli: si parte da una veduta dall’alto, una panoramica sulla situazione attuale. Ma poi, a poco a poco, i monumenti antichi si sovrappongono ai resti archeologici e prendono vita, nelle ricostruzioni 3D: vediamo così rinascere i Fori di Traiano, di Augusto, di Nerva, lo spettacolare Tempio della Pace e persino il Colosseo. E questi complessi rivivono nei minimi dettagli, comprese le statue che ospitavano. Davvero straordinario, davanti ai nostri occhi si srotola la topografia perduta della città, e, confessione n. 2, quel video mi ha fatto capire le trasformazioni dell’area centrale di Roma come non le avevo mai colte fino ad ora. E non solo a me! Tutto intorno allo schermo vedo turisti stranieri e italiani, e anche cittadini romani, con la bocca aperta e i gridolini di stupore si susseguono l’un l’altro. Ma la cosa più bella è il dialogo che si svolge alle mie spalle tra due ragazze sulla ventina, romane: «Ma che era così? Davero?». «Eh sì, pare de sì». «E poi? Che è successo?». «Ma che ne so, me sa che hanno distrutto tutto…». Ecco, passi la vita a studiare le trasformazioni della città antica durante il Medioevo, ti danni sui singoli processi, sui dettagli e poi arriva una simpatica sconosciuta e sintetizza tutto a colpi d’accetta, che meglio non si potrebbe…
Risalgo in superficie, esco all’aria aperta. Davanti a me, il Colosseo e via dei Fori Imperiali: uno di quegli scorci che non si dimenticano, baciato dal sole, da quella luce straordinaria che esiste solo a Roma. Mi incammino con la consapevolezza di aver visto finalmente un allestimento molto intelligente, che aiuta a capire la complessità del passato e, soprattutto, testimonia quanto l’archeologia non sia necessariamente un ostacolo, un intoppo per la vita moderna. Al contrario, l’archeologia è un valore: esposta e raccontata così, con intelligenza e discrezione, non può che aumentare il fascino di questa incredibile città. Una città che cresce, nonostante tutti i problemi e le difficoltà. E mi viene da dire grazie al sindaco, al Parco Archeologico del Colosseo, a tutte le altre istituzioni e alle molte persone coinvolte in questa splendida operazione. Grazie, perché avete fatto un regalo bellissimo, ai romani e a tutto il mondo.
Testa di Medusa in marmo dal Tempio di Venere e Roma. © Foto Simona Murrone - Parco Archeologico del Colosseo
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