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Luigi Ghirri, «Capri», 1982

© Eredi di Luigi Ghirri

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Luigi Ghirri, «Capri», 1982

© Eredi di Luigi Ghirri

Luigi Ghirri e la pausa dello sguardo: fotografare non per catturare il mondo, ma per imparare a vederlo

In un recente volume Lisa Nico cerca di restituire complessità all’opera del fotografo emiliano, tra paesaggio, immagini e riflessione sul modo in cui conosciamo la realtà

Beatrice Cumino

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Luigi Ghirri è diventato un classico contemporaneo: i suoi cieli pallidi, le insegne, le periferie, le finestre, i paesaggi apparentemente ordinari sono ormai così riconoscibili da sembrare quasi un linguaggio comune. Il merito di Luigi Ghirri. L’anello della visione di Lisa Nico (nome d’arte di Elisabetta Buffa, cofondatrice e presidente di Phos, Centro Polifunzionale per la Fotografia e le Arti Visiva, Ndr) è tentare di restituire complessità a questa familiarità, sottraendo il fotografo emiliano tanto alla sola leggenda del poeta del paesaggio quanto a quella, opposta e altrettanto riduttiva, dell’artista concettuale.

Il volume non è una monografia completa. Segue il percorso dagli esordi modenesi del 1972 a «Viaggio in Italia», la mostra collettiva del 1984 che contribuì a ridefinire la fotografia di paesaggio nel nostro Paese. Ma l’ambizione è ampia. Per Nico, Ghirri è un autore che ha interrogato la fotografia come modo di conoscere: non uno strumento neutro per registrare il mondo, né un gioco di immagini che rimandano solo ad altre immagini, ma un esercizio di attenzione.

Il punto di partenza è semplice e decisivo. Ghirri fotografa un ambiente già saturo di rappresentazioni: pubblicità, cartoline, mappe, vetrine, fotografie ricordo, modelli in scala, paesaggi turistici. Le sue immagini non promettono di restituire una realtà incontaminata dietro questi schermi. Mostrano piuttosto quanto il nostro modo di guardare sia abitato da immagini precedenti. Nelle serie «Kodachrome» (1970-78) e «Atlante» (1973), per esempio, la fotografia mette in crisi il confine tra il mondo e le sue copie, fra il territorio e la sua mappa.

Luigi Ghirri, «Parma», 1979. © Eredi di Luigi Ghirri

Ogni fotografia seleziona, taglia, lascia fuori qualcosa; ma proprio questa parzialità può rendere più acuta l’esperienza del reale. Ghirri lo aveva formulato con lucidità: «Il potere di contenere tutto spariva davanti all’impossibilità di vedere tutto in una volta sola». La fotografia non rappresenta il mondo, ma invita chi guarda a completare con memoria, immaginazione e attenzione ciò che resta oltre il margine.

Il volume ricostruisce bene un Ghirri fotografo, scrittore, curatore, editore, organizzatore di mostre e di relazioni. Le immagini, per lui, non vivevano soltanto nel singolo scatto, ma nei montaggi, nei cataloghi, nelle pubblicazioni, nei dialoghi con artisti, architetti e scrittori. In questo senso, la sezione dedicata a «Viaggio in Italia» è forse la più riuscita: il progetto nasceva dalla necessità di trovare un’immagine dell’Italia contemporanea, sottraendola agli stereotipi del Bel Paese, al folklore, al monumento e alla cartolina. Non si trattava semplicemente di fotografare periferie, margini o paesaggi compromessi. Il problema era vedere il presente. «Non erano mutamenti del paesaggio, quanto cambiamenti del vivere», scriveva Ghirri.

Nel tentativo di mostrare la profondità del pensiero di Ghirri, Nico usa a tratti un linguaggio filosofico piuttosto fitto. Resta però una lettura appassionata e utile, capace di ricordare che l’eredità di Ghirri non consiste nel ripeterne i motivi, il colore smorzato, la periferia, ma nel praticare una diversa lentezza dello sguardo. «La fotografia esiste nella pausa di riflessione nella catena della riproducibilità», diceva. È forse questa pausa, oggi, il suo lascito più esigente.

Luigi Ghirri. L’anello della visione
Lisa Nico, pp. 329, Einaudi, PBE Mappe, Torino 2026, € 32

La copertina del volume

Beatrice Cumino, 24 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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