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Scatto dall’installazione di «L’orecchio è l’occhio dell’Anima», Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, Biennale di Venezia

Foto David Levene

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Scatto dall’installazione di «L’orecchio è l’occhio dell’Anima», Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, Biennale di Venezia

Foto David Levene

L’orecchio vuole la sua parte, alla Biennale il Vaticano dedica i suoi spazi alla musica e la natura

Il doppio progetto del Padiglione della Santa Sede (articolato in chiave emozionale nella sede del Giardino Mistico del Carmelitani Scalzi e più concettuale nel Complesso di Santa Maria Ausiliatrice) ci concede uno spazio tranquillo per assaporare la vita quotidiana in una pace riflessiva di vera gratitudine 

Alessandra Mammì

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Nonostante la bellezza del giardino, la cascata di rose bianche alla fine del pergolato, il ritmo geometrico dei curatissimi riquadri che accolgono erbe officinali, insalate, melisse, lavande e persino un vigneto dedicato alla biodiversità di viti&vini, ebbene quasi nessuno dei visitatori di questo singolare Padiglione della Santa Sede nel Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi, a Cannaregio, era appeso al suo smartphone per scattare fotografie compulsivamente come in ogni angolo della Biennale nei giorni della vernice. Incoronati da cuffie e concentrati nell’ascolto dei brani musicali che sfumavano l’uno nell’altro passo dopo passo, si veniva inevitabilmente conquistati da questa «preghiera sonora» (come l’aveva definita José Tolentino de Mendonça, ministro della Cultura in Vaticano e qui in veste di commissario) che regalava quiete persino agli affannati e agitati addetti ai lavori che lottavano contro il tempo per «vedere tutto». Ma qui invece da vedere c’era solo quel miracolo che la mano dell’uomo riesce a fare sulla natura e che si chiama giardino. Un «giardino mistico» che risale al XVII secolo e fin da allora curato dai monaci dell’ordine dei Carmelitani Scalzi. Oasi di pace immobile nel tempo al riparo dal caos della vicina Stazione Santa Lucia, dal frenetico viavai dei turisti e dal rumore dei trolley che solo il forte recinto murario del convento riesce a tenere a bada.

In questa zona di conforto e di tregua della Biennale Arte più conflittuale e agitata degli ultimi tempi, è «L’orecchio l’occhio dell’anima» come suggerisce il titolo dell’intero padiglione curato da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers e realizzato dal Soundwalk Collective, autore di quella fusione armonica dei suoni della natura (dal ronzio degli insetti al rumore del vento), con brani di una ventina di grandi musicisti da Brian Eno a Meredith Monk, da Patti Smith a Caterina Barbieri, da Terry Riley a Carminho fino alle voci delle monache benedettine dell’Abbazia Santa Ildegarda a Bingen. Ed è a lei che tanta operazione è dedicata. Ildegarda, la beata monaca benedettina del XII secolo, proclamata santa e dottore della Chiesa Cattolica da papa Benedetto XVI nel 2012: profetessa e guaritrice, musicista e scrittrice, filosofa, artista, cosmologa, esperta in gemme ed erbe mediche, consigliera politica di molti potenti di allora. Coraggiosa e illuminata mistica a cui Margarethe von Trotta nel 2009 ha dedicato un film dal titolo «Vision» (in streaming su YouTube) in riferimento alla visionarietà del suo pensiero capace di vedere il divino negli elementi naturali, grazie tanto alla musica quanto allo studio delle piante. Che qui nascondono o rivelano significati altri, simbolici e cristologici, connessi con le scelte musicali così ben orchestrate nel percorso. Ed ecco che al centro di questo geometrico intreccio di sentieri, in perfetto asse e visibile da ogni punto del giardino, non a caso troviamo un melograno che nell’iconografia del Cristianesimo medievale (quindi anche per Ildegarda), rappresentava la Chiesa stessa che unisce in sé in una sola fede popoli diversi, immaginati come i suoi tanti chicchi scarlatti, simbolo anche delle gocce di sangue di Cristo e del suo amore misericordioso donato ai fedeli. 

Scatto dall’installazione di «L’orecchio è l’occhio dell’Anima», Padiglione della Santa Sede, Biennale di Venezia. Foto David Levene

Scatto dall’installazione di «L’orecchio è l’occhio dell’Anima», Padiglione della Santa Sede, Biennale di Venezia. Foto David Levene

Ed è intorno al melograno che giungono i suoni minimalisti di un organo di Kali Malone, mentre sotto la cappella dell’Immacolata, in fondo al percorso, alcune seggioline pieghevoli in legno ci invitano a fermarci e concentrarci in un momento di vera meditazione per liberare lo sguardo verso il giardino e ascoltare la calda e avvolgente voce di Patti Smith che recita un compianto dedicato alla Vergine (sarebbe stato sublime in latino. Purtroppo è in inglese...). E mentre nella totale libertà di movimento e sosta tra aiuole e panchine o nel seguire i percorsi suggeriti dai sentieri, i brani si sovrappongono e sfumano in una sinfonia che unisce natura, musica e le sublimi voci del coro delle monache di Ildegarda, diventa chiaro come la proposta della Santa Sede non sia affatto un ritorno al passato, ma semmai un invito a prendere coscienza del presente. Perché se camminare con gli earphones sulla testa e la musica nelle orecchie fa assolutamente parte delle abitudini contemporanee, in questo contesto il messaggio cambia di segno per indicare come il più importante e trascurato degli ascolti è quello con la propria interiorità e spiritualità. E poco importa se l’anelito sia verso la preghiera cattolica o la meditazione buddhista...

Di altro genere è invece il percorso sempre dedicato a Ildegarda e proposto nella seconda sede del padiglione, a due passi dall’Arsenale nel Sestriere di Castello all’interno del Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, che durante la precedente Biennale Architettura aveva ospitato la proposta di Tatiana Bilbao Estudio-Maio Architects. Qui il coro di monache benedettine accoglie il visitatore con i canti composti da Ildegarda e ordinati secondo una liturgia scansionata lungo le diverse ore del giorno. È un progetto che compensa l’emozione del giardino con un approccio più concettuale diviso per stazioni come quella dedicata a spiegare le proprietà terapeutiche delle piante (sempre secondo gli studi della monaca di Bingen) o quella che avvicina il visitatore alla prolifica produzione di libri e raccolta di testi della Santa. Ma al centro di tutto c’è la presenza di Alexandre Kluge, l’immenso cineasta, teorico, artista e scrittore scomparso lo scorso marzo. Lo ricordavamo a Venezia durante una Biennale di dieci anni fa alla Fondazione Prada, nel confronto con Thomas Demand in una potente mostra d’arte totale «The Boat is Leaking. The Captain Lied». Ora purtroppo siamo di fronte alla sua ultima opera, in qualche modo rimasta incompiuta e portata a termine dal figlio Leonard e dai curatori sulla base dei suoi appunti. È così che si ricostruisce un archivio di immagini, appunti, manoscritti e filmati divisi in dodici stazioni. Una sorta di atlante «warburghiano», in cui l’universo di Kluge e quello di Ildegarda finiscono per coincidere. Ma l’ultima riflessione che arriva dal doppio Padiglione della Santa Sede è il progetto (decisamente riuscito) di colmare il vuoto e vincere la diffidenza che per molti anni avevano separato la ricerca contemporanea e la committenza ecclesiastica, apparentemente incapaci di ritrovare il secolare dialogo tra arte e Chiesa. Un dialogo invece che nella nuova linea culturale del Ministero diretto da Tolentino de Mendonça sembra tornare vitale fino a riuscire a produrre questa complessa, coraggiosa e sperimentale proposta che fa del Padiglione della Santa Sede una delle migliori presenze di tutta la 61ma Biennale d’Arte.

Alessandra Mammì, 02 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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