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Miranda Webster, «Small Rubble», 2025.

Credits Tom Carter. Courtesy of the artist.

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Miranda Webster, «Small Rubble», 2025.

Credits Tom Carter. Courtesy of the artist.

Londra chiama, Roma risponde. Una mostra riflette sul destino della natura morta e sulla crisi delle gerarchie dell'immagine

Per secoli la natura morta ha occupato l'ultimo gradino della gerarchia dei generi pittorici. «Of Minor Importance», il progetto espositivo ideato da Alice Amati tra Londra e Roma, mette in dialogo Morandi, De Chirico, Braque e Botero con nove artisti contemporanei per interrogare il modo in cui guardiamo gli oggetti, le immagini e ciò che scegliamo di considerare marginale. Dal 16 luglio

Nicoletta Biglietti

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Per secoli la pittura occidentale ha risposto a una gerarchia precisa. In cima la pittura di storia, seguita dai soggetti religiosi e mitologici; più in basso il ritratto, il paesaggio e, all'ultimo gradino, la natura morta. Una classificazione che nel XVII secolo André Félibien sintetizza con chiarezza: «Chi dipinge paesaggi in modo perfetto è superiore a chi si limita a dipingere frutti, fiori o conchiglie. Chi dipinge animali vivi è più apprezzabile di chi raffigura solo cose morte e immobili.» Più che una distinzione tra generi, era una gerarchia del valore: stabiliva quali immagini meritassero attenzione e quali, invece, fossero destinate a rimanere ai margini.

È da questa eredità che prende avvio «Of Minor Importance», il progetto espositivo che Alice Amati sviluppa tra la sede londinese della galleria e Domus Nostra a Roma. Riunendo maestri del Novecento come Giorgio Morandi, Giorgio De Chirico, Georges Braque e Fernando Botero accanto a nove artisti contemporanei internazionali, la mostra costruisce un dialogo che attraversa generazioni e linguaggi senza trasformarsi in un confronto nostalgico tra passato e presente. L’obiettivo infatti è verificare quanto quella gerarchia continui ancora oggi a influenzare il nostro modo di guardare.

La natura morta diventa così il terreno privilegiato di questa indagine. Per secoli è stata considerata il genere dell'ordinario, della domesticità, dell'inanimato. Eppure proprio questa apparente marginalità le ha permesso di diventare uno spazio di sperimentazione radicale. Giorgio De Chirico lo intuiva quando scriveva che «ogni oggetto ha due aspetti: l'aspetto comune […] e l'aspetto spettrale o metafisico». Dietro l'apparenza più semplice si apre sempre un'eccedenza di significato. Morandi, da parte sua, arriva a una conclusione complementare: «Nulla è più astratto del mondo visibile». La realtà quotidiana non è, infatti, il grado zero della pittura; è uno dei suoi territori più complessi.

Questa eredità attraversa l'intera mostra e riaffiora nelle ricerche contemporanee. Helene Appel dipinge oggetti comuni in scala reale con una precisione tale da conferirgli una presenza quasi scultorea, sottraendoli alla loro funzione d'uso. Silas Borsos riprende uno dei soggetti classici della natura morta, la frutta, trasformandolo in un repertorio di simboli oscillante tra ironia e precarietà. Amedeo Polazzo esaspera ulteriormente questo processo: una semplice carota, ingigantita fino alle dimensioni del corpo umano, perde ogni banalità e diventa quasi un autoritratto. L'oggetto quotidiano cambia statuto, senza cambiare «natura».

Ma la mostra non guarda solo alla tradizione pittorica. Una parte consistente del percorso riflette sulla condizione delle immagini contemporanee, continuamente prodotte, archiviate e consumate. Johnny Izatt-Lowry parte da fotografie reperite online che ricostruisce a memoria; le sue immagini sembrano affiorare dalla superficie e dissolversi nello stesso momento, come ricordi digitali mai completamente definiti. 

Danielle Fretwell procede nella direzione opposta: costruisce composizioni di precisione quasi fotografica, tanto perfette da rendere incerto il confine tra documento e artificio. Entrambi affrontano la stessa questione: quanto possiamo ancora fidarci di ciò che vediamo?Da qui emerge una tensione che attraversa l’intero percorso della mostra. La pittura continua a oscillare tra due condizioni: una legata all’osservazione lenta, al tempo dell’esecuzione, alla costruzione progressiva dell’immagine; l’altra segnata da una cultura visiva in cui le immagini si moltiplicano e si consumano rapidamente. Questa distanza non viene tematizzata in astratto, ma si deposita nei lavori. 

Le superfici stratificate di Sebastián Espejo richiedono infatti una lettura che procede per livelli, senza possibilità di sintesi immediata, mentre Miranda Webster costruisce ogni immagine come accumulo di tempo, dove la pennellata non descrive soltanto l’oggetto ma registra la durata dello sguardo. La lentezza non è un tema dichiarato, ma una condizione interna alla pittura stessa.

In altri casi il problema si sposta dal tempo alla presenza. Andreas Zampella interviene su materiali domestici già carichi di uso lenzuola, strofinacci e li trasforma in supporti pittorici, facendo scivolare la natura morta nello spazio reale delle cose. Gli oggetti non sono più semplicemente rappresentati, ma sembrano trattenere una vita residua, quasi teatrale. Scott Kahn, con una natura morta del 1978 mai esposta, lavora invece su una dimensione opposta ma complementare: il quotidiano non viene trasformato, ma interiorizzato, diventando memoria personale, esperienza sedimentata. In questo stesso campo si può leggere anche la riflessione di Braque sulla ricerca di uno «spazio tattile», cioè di una pittura che non si esaurisce nella visione ma produce una percezione quasi fisica della forma. Molte opere in mostra si collocano precisamente su questo bordo instabile: tra immagini che tendono a dissolversi e altre che si addensano fino a diventare materia, tra ciò che si sottrae allo sguardo e ciò che lo occupa completamente. In questo intreccio di pratiche diverse, la natura morta perde definitivamente il ruolo di genere subordinato. Diventa un dispositivo attraverso cui interrogare questioni più ampie: la percezione, la memoria, il tempo, la costruzione dell'immagine, il rapporto tra presenza e rappresentazione. Frutti, fiori, stoviglie, tessuti e oggetti comuni smettono di essere semplici soggetti iconografici e si trasformano in strumenti per leggere il presente.

Perché «Of Minor Importance» non propone una rivincita dei cosiddetti generi minori né sostituisce una gerarchia con un'altra. Piuttosto mostra quanto quella distinzione abbia perso consistenza e quanto continui, allo stesso tempo, a influenzare il nostro sguardo. Alla fine «il margine» non appare come una categoria stabile della storia dell'arte, ma come una costruzione culturale che si rinnova ogni volta che decidiamo cosa merita attenzione e cosa, invece, può essere «lasciato fuori campo».

Helene Appel, «Aubergine», 2023. Credits Carlo Favero. Courtesy of P420.

Nicoletta Biglietti, 28 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

Londra chiama, Roma risponde. Una mostra riflette sul destino della natura morta e sulla crisi delle gerarchie dell'immagine | Nicoletta Biglietti

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