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Courtesy Art Basel

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Londra, Parigi, Torino. Tre settimane, un’unica grande fiera europea dell’arte contemporanea

Da Frieze ad Art Basel Paris, fino ad Artissima: nell’arco di tre settimane il sistema (e il suo mercato) attraversa tre città, mobilitando centinaia di gallerie, collezionisti, musei, fondazioni e case d’asta. Un calendario che assomiglia sempre più a un’unica manifestazione distribuita su scala continentale, nella quale ogni città esercita una funzione diversa. E che pone una questione decisiva: l’Europa può ancora essere il centro del sistema globale dell’arte contemporanea?

Federica Pellegrin

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C'è un modo diverso di leggere il calendario dell'arte contemporanea europea. Anziché considerare le fiere come appuntamenti autonomi, separati da confini nazionali, organizzazioni e identità commerciali differenti, si può provare a osservarle come parti di un unico sistema. È ciò che accade tra la metà di ottobre e l'inizio di novembre, quando Londra, Parigi e Torino concentrano, nell'arco di tre settimane, una parte significativa delle energie, delle risorse economiche e delle relazioni professionali del mercato internazionale.

Si comincia con Frieze London e Frieze Masters, dal 14 al 18 ottobre. Si prosegue con Art Basel Paris, dal 23 al 25 ottobre, e con il suo articolato sistema di fiere collaterali. Si arriva infine ad Artissima, dal 30 ottobre al 1° novembre, con anteprima il 29. Tre città, tre modelli, tre posizionamenti. Eppure, per molti protagonisti del settore, si tratta ormai di un percorso quasi continuo: le stesse gallerie, gli stessi collezionisti, gli stessi curatori e direttori di museo attraversano l'Europa seguendo un calendario che concentra opportunità commerciali, inaugurazioni, acquisizioni e incontri. È come se l'Europa organizzasse, ogni autunno, un'unica grande fiera dell'arte contemporanea, distribuita tra tre città. Una manifestazione senza un unico organizzatore, senza un padiglione comune e senza un programma coordinato, ma capace di mettere in movimento un'intera infrastruttura culturale ed economica. La questione interessante è comprendere che cosa questo sistema riveli della nuova geografia dell'arte europea: le gerarchie tra le piazze, la competizione per attrarre capitali e talenti, il rapporto tra mercato e istituzioni, il ruolo delle gallerie emergenti e la capacità delle città di trasformare pochi giorni di intensa attività in relazioni durature.

Un continente, tre modelli di mercato

Il dato più evidente è la dimensione dell'offerta. Frieze London e Frieze Masters riuniscono complessivamente oltre 280 gallerie, Art Basel Paris ne presenta 211, Artissima 183, provenienti da 35 Paesi. Considerando soltanto questi appuntamenti principali, si superano dunque le 670 partecipazioni fieristiche, senza contare le numerose manifestazioni collaterali. Naturalmente non si tratta di altrettante gallerie differenti: molti operatori partecipano a più fiere, e proprio questa sovrapposizione costituisce uno degli elementi più interessanti del fenomeno. La concentrazione non equivale però a un'omogeneità dell'offerta. Al contrario, ciascuna città occupa una posizione specifica all'interno del sistema.

Londra conserva una centralità storica e finanziaria, costruita attraverso decenni di relazioni con il collezionismo internazionale, la presenza delle principali case d'asta, una rete di gallerie di primo piano e un'infrastruttura professionale che comprende consulenti, studi legali, società di trasporto, assicurazioni e servizi specializzati. Frieze London, nata nel 2003, è diventata uno dei riferimenti internazionali per il contemporaneo. Frieze Masters, introdotta nel 2012, ne ha ampliato il perimetro, mettendo in relazione l'arte contemporanea con quella antica, moderna e del Novecento. Le due manifestazioni hanno contribuito a costruire una settimana nella quale il mercato si confronta con musei, fondazioni e grandi collezioni. Parigi rappresenta invece il caso più evidente di riposizionamento strategico. La quinta edizione di Art Basel Paris, la prima sotto la direzione di Karim Crippa, conferma una crescita che non dipende esclusivamente dal prestigio del marchio fieristico. Il Grand Palais, tornato al centro del calendario dopo il restauro, offre una sede di straordinaria riconoscibilità internazionale. Ma il vero vantaggio competitivo della città è il sistema che circonda la manifestazione. Dal Louvre al Musée d'Orsay, dal Centre Pompidou alle grandi fondazioni private, Parigi dispone di una concentrazione di istituzioni culturali difficilmente replicabile. Durante la settimana di Art Basel, questa infrastruttura si traduce in mostre, inaugurazioni, programmi pubblici, commissioni e occasioni di incontro che ampliano enormemente il raggio d'azione della fiera.

La presenza di Paris Internationale, Asia NOW, Offscreen, AKAA e Design Miami Paris dimostra inoltre come la capitale francese sia capace di intercettare segmenti differenti del mercato, dalle gallerie emergenti alle scene artistiche asiatiche e africane, dalla fotografia al design da collezione. Torino occupa una posizione diversa, ma non per questo marginale. Artissima, nata nel 1994 e diretta da Luigi Fassi, ha costruito la propria identità attorno alla ricerca contemporanea, alla sperimentazione e all'attenzione verso artisti e gallerie che spesso si collocano fuori dai circuiti commerciali più consolidati. La sua forza risiede piuttosto nella capacità di offrire una piattaforma di scoperta, di confronto curatoriale e di costruzione di nuove relazioni professionali. Le sezioni Present Future, Back to the Future e Disegni, accanto alle sezioni principali, rappresentano una precisa scelta culturale: utilizzare il formato fieristico anche per sostenere ricerche meno prevedibili, rileggere percorsi storici e individuare nuove generazioni di artisti.

La nuova geografia del collezionismo

Se osserviamo le tre settimane dal punto di vista dei collezionisti, il fenomeno diventa ancora più evidente. Per una parte del collezionismo internazionale, soprattutto quello con maggiori risorse e una presenza consolidata nel sistema, ottobre è diventato un periodo nel quale concentrare gli spostamenti europei. Londra e Parigi possono essere raggiunte con facilità, mentre Torino si inserisce nel calendario a distanza di pochi giorni. Questo significa che le gallerie non lavorano più soltanto per attrarre visitatori all'interno di una singola manifestazione. Devono costruire una strategia capace di accompagnare i propri artisti e le proprie opere lungo un percorso di appuntamenti ravvicinati, calibrando presentazioni, prezzi, relazioni e occasioni di vendita. La presenza di una stessa galleria in due o tre fiere può rappresentare un vantaggio, perché permette di incontrare pubblici differenti e consolidare rapporti commerciali già avviati. Ma comporta anche un investimento significativo in termini di trasporti, assicurazioni, personale, allestimenti, comunicazione e produzione delle opere.

È qui che emerge una delle contraddizioni del sistema fieristico contemporaneo. La concentrazione delle opportunità favorisce chi possiede le risorse per attraversarle. Le grandi gallerie internazionali possono distribuire gli investimenti su più manifestazioni, sostenere programmi espositivi paralleli e mobilitare reti commerciali consolidate. Per le gallerie di dimensioni più contenute, invece, la partecipazione a una sola fiera può rappresentare una decisione economicamente impegnativa. Tre settimane consecutive di mercato europeo non producono necessariamente tre volte le opportunità. Possono anche accentuare la distanza tra operatori strutturati e realtà indipendenti.

Non è un caso che proprio a Parigi abbiano acquisito visibilità formule alternative, come le fiere nomadi, i progetti temporanei e le esposizioni organizzate fuori dai padiglioni tradizionali. Il tentativo è quello di ridurre i costi, differenziare l'offerta e intercettare il pubblico internazionale attraverso modalità più flessibili. La questione riguarda direttamente anche Torino. La capacità di Artissima di mantenere un'identità distinta dalle grandi fiere internazionali costituisce un valore, ma richiede un equilibrio costante tra qualità della selezione, sostenibilità economica e capacità di attrarre collezionisti.

Le città sono diventate più importanti delle fiere

C'è un secondo fenomeno che merita attenzione. Le fiere non sono più sufficienti a spiegare il successo delle settimane dell'arte. Il modello tradizionale, nel quale una manifestazione commerciale attirava il pubblico e le istituzioni cittadine organizzavano qualche evento collaterale, appare progressivamente superato. Oggi la relazione funziona in entrambe le direzioni. Le fiere hanno bisogno delle città per rafforzare la propria attrattività internazionale. Le città utilizzano le fiere per concentrare investimenti, visibilità, turismo culturale e relazioni economiche.

A Londra, Frieze Week si inserisce in una rete di musei, fondazioni, gallerie e case d'asta che mantiene un'attività internazionale durante tutto l'anno. A Parigi, Art Basel beneficia della presenza delle grandi istituzioni e contribuisce a intensificare un calendario già particolarmente ricco. La settimana dell'arte si distribuisce tra Grand Palais, Marais, Matignon, Saint-Germain-des-Prés, Palais-Royal e altri quartieri, trasformando la città in una piattaforma espositiva diffusa. Torino presenta un modello ancora differente. La città dispone di un sistema di istituzioni e fondazioni che, rispetto alle sue dimensioni, ha pochi equivalenti in Italia: Castello di Rivoli, GAM, Gallerie d'Italia, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Fondazione Merz, OGR Torino, insieme a una rete di gallerie e spazi indipendenti. Durante Artissima, questo sistema diventa particolarmente visibile. Il programma delle gallerie cittadine, la Notte delle Arti Contemporanee, le mostre istituzionali e le manifestazioni parallele contribuiscono a costruire un calendario che supera il perimetro dell'Oval Lingotto. La differenza di scala rispetto a Londra e Parigi è evidente. Ma la dimensione urbana più contenuta può anche rappresentare un vantaggio: Torino permette di attraversare una parte significativa del proprio sistema dell'arte in tempi relativamente brevi, favorendo incontri e relazioni meno dispersivi. La vera competizione si gioca tra ecosistemi culturali. E un ecosistema non si costruisce in cinque giorni: richiede investimenti continuativi, istituzioni autorevoli, gallerie capaci di sostenere gli artisti e un pubblico che frequenti l'arte anche quando i riflettori internazionali si spengono.

Londra e Parigi: una rivalità che non spiega tutto

Negli ultimi anni, il rapporto tra Londra e Parigi è stato spesso raccontato attraverso una contrapposizione: da una parte la capitale britannica, impegnata a ridefinire il proprio ruolo dopo la Brexit; dall'altra quella francese, favorita dalla collocazione nell'Unione europea e dalla crescente attrattività del proprio sistema culturale. È una lettura comprensibile, ma incompleta. Londra mantiene un peso considerevole nel mercato internazionale. La presenza delle principali case d'asta, delle grandi gallerie e dei servizi professionali specializzati continua a rappresentare un vantaggio competitivo difficilmente sostituibile.

Parigi, nel frattempo, ha rafforzato il proprio posizionamento grazie a una combinazione di fattori: il ritorno del Grand Palais, l'arrivo di Art Basel, gli investimenti pubblici e privati nella cultura, la presenza delle grandi fondazioni e la capacità di attrarre nuove gallerie internazionali. La crescita della capitale francese non implica automaticamente il declino di quella britannica. È possibile, e in parte già visibile, che le due città sviluppino forme di specializzazione e complementarità. La prossimità temporale delle rispettive settimane dell'arte potrebbe anzi rafforzare il loro ruolo complessivo, offrendo ai collezionisti internazionali la possibilità di concentrare in Europa incontri, acquisizioni e visite istituzionali. La competizione tra Londra e Parigi è reale. Ma la loro vicinanza nel calendario può produrre un vantaggio comune. Per comprendere questa dinamica bisogna uscire da una lettura esclusivamente nazionale del mercato dell'arte e considerare l'Europa come uno spazio nel quale capitali, opere, artisti e professionisti circolano attraverso una rete di città fortemente interconnesse. Naturalmente, questa integrazione incontra ostacoli concreti: regimi fiscali differenti, normative doganali, costi logistici, condizioni economiche e politiche culturali non sempre compatibili. La Brexit ha reso più complessi alcuni aspetti della circolazione delle opere tra Regno Unito e Unione europea. Ma non ha cancellato le relazioni che collegano il mercato britannico a quello continentale. La vera domanda è se queste relazioni possano diventare un elemento strutturale di forza per il sistema europeo, anziché limitarsi a una successione di appuntamenti commerciali.

Torino, il valore di essere diversi

In questa geografia, Torino merita una riflessione specifica. Il rischio sarebbe considerarla semplicemente la terza tappa di un percorso che parte dalle grandi capitali internazionali e si conclude in una città italiana di dimensioni inferiori. Ma Artissima non deve necessariamente misurare il proprio successo attraverso gli stessi parametri di Frieze o Art Basel. Il suo posizionamento è differente. La fiera torinese ha costruito una reputazione internazionale attraverso la qualità delle gallerie selezionate, l'attenzione alle nuove generazioni, il ruolo dei curatori e una particolare sensibilità verso la ricerca artistica. L'edizione 2026 riunisce 183 gallerie da 35 Paesi, con 67 progetti monografici, sotto il titolo Fancy: A Flexible, Acrobatic Body.

Sono numeri significativi, ma soprattutto rappresentano una scelta di campo: offrire un contesto nel quale il mercato possa confrontarsi con opere e artisti che non hanno necessariamente raggiunto una piena consacrazione commerciale. Questo aspetto assume un valore ancora maggiore se consideriamo la crescente concentrazione del mercato internazionale attorno a un numero relativamente limitato di gallerie, artisti e collezionisti. Una fiera che contribuisce alla costruzione delle carriere artistiche svolge una funzione diversa da una fiera che ne certifica il successo. Naturalmente, le due dimensioni possono convivere. Ma per Torino la capacità di mantenere riconoscibile la propria identità rappresenta una condizione fondamentale per continuare ad attrarre l'attenzione internazionale.

Il problema italiano, semmai, riguarda ciò che accade dopo Artissima. Quante delle relazioni costruite durante la fiera si trasformano in collaborazioni durature? Quanti artisti presentati a Torino entrano successivamente nei programmi di istituzioni e gallerie internazionali? Quante acquisizioni contribuiscono a rafforzare la presenza dell'arte italiana nelle collezioni estere? Sono domande che dovrebbero accompagnare la valutazione del successo di una manifestazione, andando oltre il numero dei visitatori e il volume delle vendite. Perché una fiera può essere importante anche per ciò che rende possibile nei mesi e negli anni successivi.

Tre settimane che raccontano anche una nuova gerarchia dell'arte

L'insieme di Londra, Parigi e Torino mette in evidenza una trasformazione più ampia. Il mercato internazionale dell'arte contemporanea è sempre più concentrato attorno a grandi appuntamenti capaci di attrarre una quota significativa delle risorse economiche e dell'attenzione professionale. Le fiere funzionano come acceleratori: in pochi giorni riuniscono persone, opere e capitali che normalmente si muovono lungo reti geografiche molto più estese. Questa concentrazione produce opportunità, ma anche nuove gerarchie. Le città che dispongono delle infrastrutture culturali ed economiche necessarie possono rafforzare la propria posizione. Le gallerie che possiedono risorse sufficienti per partecipare a più manifestazioni ampliano la propria visibilità. Gli artisti rappresentati da queste strutture beneficiano di una maggiore circolazione internazionale. Al contrario, chi rimane escluso dai principali appuntamenti rischia di incontrare difficoltà crescenti nel costruire relazioni e ottenere riconoscimento.

È il paradosso di un sistema che si presenta come sempre più globale, ma nel quale una parte rilevante delle opportunità continua a concentrarsi in pochi luoghi e in momenti molto specifici dell'anno. Per questo la dimensione europea delle tre settimane dovrebbe essere letta anche dal punto di vista delle politiche culturali. Se Londra, Parigi e Torino costituiscono, di fatto, una piattaforma internazionale distribuita, quali strumenti potrebbero rafforzare la circolazione degli artisti tra questi contesti? Come favorire la presenza delle gallerie emergenti? Quali relazioni possono essere costruite tra fiere, musei, fondazioni e programmi di sostegno alla produzione? Non si tratta di immaginare un'organizzazione comune delle tre manifestazioni, né di cancellarne le identità. Sarebbe probabilmente controproducente. Si tratta piuttosto di riconoscere che la forza del sistema europeo risiede nella pluralità delle sue città e nella capacità di collegarle.

L'Europa è ancora un centro dell'arte globale?

Il confronto con gli Stati Uniti, con la crescita delle piazze asiatiche e con i nuovi investimenti culturali del Medio Oriente rende questa domanda particolarmente attuale. New York continua a occupare una posizione dominante nel mercato internazionale. Hong Kong rimane una piattaforma fondamentale per il collezionismo asiatico. Le capitali del Golfo stanno investendo risorse considerevoli nella costruzione di musei, distretti culturali e nuove infrastrutture artistiche. L'Europa, tuttavia, dispone di un patrimonio difficilmente replicabile: una concentrazione di musei, collezioni storiche, accademie, fondazioni, gallerie, archivi e istituzioni che costituisce una parte essenziale dell'infrastruttura culturale mondiale.

La sua forza dipende anche dalla qualità della ricerca, dalla densità delle relazioni professionali e dalla continuità della produzione culturale. Le tre settimane di ottobre e novembre mostrano proprio questa possibilità. Londra mette a disposizione una piattaforma finanziaria e commerciale consolidata. Parigi mobilita una straordinaria infrastruttura museale e culturale. Torino contribuisce con un modello nel quale la ricerca e la scoperta mantengono un ruolo centrale. Non sono tre versioni della stessa città. Sono tre funzioni differenti di un sistema che, proprio attraverso le sue differenze, può continuare a esercitare un'influenza internazionale. Ma sarebbe ingenuo confondere la concentrazione degli appuntamenti con la prova automatica della vitalità del mercato. Il numero delle fiere non coincide con la crescita della domanda, così come la presenza dei collezionisti non garantisce necessariamente un aumento delle vendite. Per valutare davvero l'efficacia di queste settimane bisognerebbe osservare anche la sostenibilità economica delle partecipazioni, la distribuzione delle acquisizioni tra gallerie di dimensioni differenti, il ruolo dei nuovi collezionisti e le opportunità generate per gli artisti. Soprattutto, bisognerebbe distinguere tra il successo immediato di un evento e la capacità di produrre effetti duraturi.

Una grande fiera senza confini, ma con molte differenze

Da Regent's Park al Grand Palais, fino all'Oval del Lingotto, il percorso che attraversa Londra, Parigi e Torino racconta dunque qualcosa di più della stagione autunnale del mercato dell'arte. Racconta un sistema nel quale le città competono per attrarre risorse e attenzione, ma sono anche legate da relazioni sempre più strette. Un sistema nel quale le fiere rappresentano nodi fondamentali di una rete che comprende istituzioni, collezioni, fondazioni, artisti e professionisti. Racconta anche una possibile risposta europea alla crescente competizione globale: non la costruzione di un unico centro dominante, ma la capacità di valorizzare una pluralità di luoghi, competenze e modelli culturali. Perché il vero elemento distintivo dell'Europa non è la presenza di una sola capitale dell'arte contemporanea. È la possibilità di attraversarne diverse, ciascuna con una funzione riconoscibile, nel giro di poche settimane.

 

Federica Pellegrin, 17 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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