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Luana De Micco
Leggi i suoi articoliL’annuncio della scomparsa di Martin Parr, a 73 anni, il 6 dicembre scorso, è arrivato ad appena qualche settimana dall’inaugurazione di «Global Warning» al Jeu de Paume dal 30 gennaio al 24 maggio. La mostra, l’ultima alla quale il fotografo inglese ha collaborato in prima persona, insieme a Quentin Bajac, direttore del centro d’arte parigino, si trasforma così, suo malgrado, in un omaggio a un «grande fotografo, fuori dal comune, che lascia un’eredità duratura nella fotografia: un’opera satirica, un’ironia mordente, uno sguardo singolare e una testimonianza fedele e senza concessioni delle derive dei nostri modi di vivere, delle nostre assurdità», come ha scritto il Jeu de Paume in un comunicato. Lo è ancor più perché «Global Warning» si presenta come un’ampia retrospettiva che attraversa cinquant’anni di lavoro in 180 opere, dagli esordi in bianco e nero alle serie più recenti, passando per gli iconici scatti delle spiagge affollate. Parallelamente, nelle stesse date, il JdP propone anche, su tutt’altro registro, la monografica «En ces lieux» dedicata a Jo Ractliffe, una delle voci maggiori della fotografia sudafricana.
Un dittico interessante: due percorsi che partono da visioni estetiche distanti, eppure convergenti nella capacità di interrogare il mondo e rivelarne nevrosi e traumi. Da un lato, i colori saturi e l’ironia, tutt’altro che innocua, di Parr; dall’altro, l’occhio monocromatico e meditativo di Ractliffe. Nell’uno, l’umano è protagonista di un teatro contemporaneo spesso grottesco; nell’altra, la figura umana è spesso assente e ciò che resta sono le tracce del suo passaggio. Il primo denuncia gli eccessi del presente; la seconda rivela le cicatrici del passato. Se Martin Parr ha sempre rifiutato l’etichetta di fotografo militante, il suo sguardo non è mai innocente: «Consapevole che le immagini da sole non bastano più a cambiare il mondo, Parr rivendica una forma di impegno silenzioso: una sorta di guerriglia visiva capace di incrinare le rappresentazioni dominanti. Il suo uso dell’umorismo non è mai fine a sé stesso, ma è al servizio di una riflessione spesso critica, talvolta apertamente satirica, che mira a destabilizzare le visioni idealizzate, soprattutto quelle prodotte dai media e dall’industria culturale», osserva l’istituzione parigina. Il percorso è strutturato in cinque sezioni che affrontano temi ricorrenti come l’overtourism, la frenesia consumistica, la dipendenza tecnologica e dalle energie fossili, l’impatto ambientale del nostro stile di vita. In questi universi kitsch, popolati da stereotipi e desideri standardizzati, Parr posa uno sguardo dolceamaro e, come suggerisce il titolo della mostra, insinua un malessere sottile. In una recente intervista affermava: «Guardando più a fondo nel mio lavoro si può cogliere un messaggio politico, ma il mio non è urlato, è più sottile e lo trovi solo se lo vuoi cercare».
Da parte sua, la monografica dedicata a Jo Ractliffe, curata dalla storica dell’arte Pia Viewing, presenta, in un percorso cronologico, undici serie. Da oltre quarant’anni, Ractliffe, 64 anni, lavora sulle forme della memoria, sulle tracce materiali e invisibili lasciate dal colonialismo, dall’apartheid e dai conflitti armati. Si interessa al suo Paese, il Sudafrica, segnato da violenze politiche e repressione, e dagli anni Duemila anche all’Angola e alla sua interminabile guerra civile. La fotografa non documenta l’evento, ma ciò che resta dopo: le rovine, i silenzi, i vuoti. In «Crossroads» (1986) indaga gli effetti dell’apartheid sulle comunità nere, in «reShooting Diana» (1990-99) esplora la delicata transizione democratica attraverso immagini scure e sfocate. Nelle serie sull’Angola, «Terreno Ocupado» (2007) e «As Terras do Fim do Mundo» (2009-10), la calma dei paesaggi contrasta con la violenza della loro storia. Con «The Borderlands» (2015) e «Landscaping» (2022-24), prosegue a esplorare le ferite del paesaggio africano. È presentata anche la serie più recente e ancora inedita «The Garden» (2024-26), prodotta con il sostegno del Jeu de Paume: qui Ractliffe si interessa ai «giardini collettivi», luoghi di resilienza e di memoria, paesaggi poveri creati a partire da oggetti di recupero, nati nei vuoti urbani a ovest di Città del Capo, che resistono alla speculazione edilizia. Il paesaggio in Ractliffe, scrive il JdP, diventa il «testimone vivente della storia».
Jo Ractliffe, «Boys at the shaft, Pomfret Asbestos Mine», 2013, dalla serie «Borderlands». Courtesy dell’artista e della galleria Stevenson, Cape Town, Johannesburg e Amsterdam