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Sarebbe stato forse un ottimo avvocato ma sicuramente un uomo infelice Mario Raciti (Milano, 1934) se, dopo la laurea e due anni di pratica in uno studio legale milanese, nei primi anni Sessanta non avesse scelto di lasciare i codici e dedicarsi alla sola pittura, la sua vera vocazione. Nella Milano culturalmente e artisticamente piena di vita tra gli anni Cinquanta e Sessanta, in cui, in ambito astratto, convivevano il tardo Informale, lo Spazialismo, il Movimento nucleare e il MAC, Raciti sceglie l’area post-informale, mentre consolida i rapporti con un editore come Vanni Scheiwiller, motore di una rete di relazioni culturali e artistiche internazionali, e frequenta assiduamente il poeta Roberto Sanesi, con cui condivide una visione poetica e letteraria della pittura, alimentata anche da molte letture. Cui si aggiungono le suggestioni della musica di Wagner, Mahler e Schubert. E nel 1970 sarà proprio Vanni Scheiwiller a pubblicare la sua prima monografia, con un testo critico di Mario De Micheli. Insomma, una pittura colta la sua, ma allo stesso tempo tenue, sospesa e lieve nella forma, e tesa verso una sorta di trascendenza laica, che emozionò sin d’allora collezionisti di razza come Antonio Mazzotta, Riccardo e Magda Jucker, Adriano Pallini. Tanto che le sue opere sono oggi conservate nelle raccolte della Gallerie d’Italia-Intesa Sanpaolo, del MART di Rovereto, dello CSAC di Parma e del Museo del Novecento di Milano. Nel 1988, infatti, l’allora direttrice delle civiche Raccolte d’Arte, Mercedes Garberi, gli dedicava una vasta personale al PAC-Padiglione d’Arte Contemporanea, acquisendo 36 sue opere per le raccolte milanesi, molte delle quali sono ora esposte nella grande mostra «Mario Raciti. Opere 1952-2025» (catalogo Silvana Editoriale; ingresso gratuito) curata da Luca Pietro Nicoletti per il Palazzo Reale di Milano, dove è visibile dal primo luglio al 20 settembre.
Parte del ciclo «Maestri a Milano», che ha già indagato il lavoro di Ruggero Savinio, Grazia Varisco e Valerio Adami, la mostra di Palazzo Reale riunisce un centinaio di opere da musei e collezioni private a partire dagli anni Sessanta quando, dopo le prime figurazioni, Mario Raciti dava vita, fino a tutto il decennio successivo, al ciclo delle «Presenze-assenze», opere in cui la presenza è allusa dalla luce intensa di alcune aree del dipinto, l’assenza dalle zone d’ombra. Degli anni Ottanta sono le «Mitologie», abitate da figure diafane e sfuggenti, dei Novanta i «Misteri», con le loro forme tanto evanescenti da dissolversi in quell’«altrove» che Raciti ha esplorato lungo tanti decenni, e anche negli anni più recenti quando, tra il 2000 e il 2012, ha realizzato la serie «Why», parte di «I fiori del Profondo». Qui Raciti, oggi novantaduenne, rileggeva il mito di Proserpina, suggerendo che la divinità ctonia rapita e condotta negli Inferi da Ade/Plutone, cerchi di comunicare con i viventi facendo sbocciare fiori colorati sulla terra. Fino a giungere ai cicli più recenti, «Una o due figure» e «Fonti», in cui nega la possibilità di comunicazione e di incontro fra gli esseri umani. La mostra milanese giunge dopo una lunga stagione di felice approfondimento del lavoro dell’artista, che l’ha visto protagonista di monografiche a Palazzo Sarcinelli, Conegliano (1998), a Palazzo Magnani, Reggio Emilia (2010) e al MART di Rovereto (2016), culminata con la pubblicazione, nel 2023, del catalogo ragionato dell’opera pittorica (Skira), a cura di Sandro Parmiggiani.