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Ancora una mostra (davvero) site specific per il Museo Bagatti Valsecchi di Milano, dove dal 18 settembre al 25 ottobre le sculture ceramiche di Bertozzi & Casoni s’inseriscono nel décor rinascimentale (o neorinascimentale, all’occorrenza) creato nell’ultimo Ottocento per la loro dimora milanese dai fratelli Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi, e vanno ad abitare quegli ambienti con la stessa attitudine «domestica» che stupì il grande storico dell’arte Pietro Toesca (1877-1962) quando, all’inizio del Novecento, entrò nella casa dei baroni Bagatti Valsecchi e notò come ogni oggetto, da un capolavoro come la «Santa Giustina» di Giovanni Bellini alle armature, fino alle stoviglie, trovasse il suo posto con naturalezza e senza gerarchie, proprio come accade nelle case normalmente abitate. Lo rammenta Antonio D’Amico, direttore del Museo, nel presentare la mostra «Bertozzi & Casoni. Eterne e fragili presenze», che ha voluto così felicemente «innestare» nella suggestiva casa museo milanese da lui diretta.
Curata da Alberto Mattia Martini in collaborazione con la Galleria Giovanni Bonelli, la rassegna esibisce oltre 30 opere di Bertozzi & Casoni, realtà artistica fondata nel 1980 a Imola da Giampaolo Bertozzi (1957) e Stefano Dal Monte Casoni (1961-2023), un duo che tale rimane anche dopo la scomparsa prematura del secondo: «Le loro opere iperrealiste, spiega D’Amico, non chiedono di essere isolate su un piedistallo, ma scelgono di abitare la casa, tra gli arredi e le armature. Diventano oggetti vivi tra gli oggetti rinascimentali. In questo cortocircuito visivo, la storia del collezionismo dei due baroni milanesi e la ceramica contemporanea si fondono nella stessa quotidiana normalità, dimostrando che la vera essenza della casa e quindi del Museo Bagatti Valsecchi non è quella di custodire la storia, ma di continuare a metterla in scena».
Se oggi la ceramica e la terracotta stanno conoscendo una nuova, larga fortuna, non così era negli scorsi anni Ottanta, quando i due artisti emiliano-romagnoli decisero d’inserirsi nell’antica tradizione faentina e di creare sculture modellando la ceramica. Opere, le loro, intrise di un palpabile sentimento della caducità della vita, del fluire del tempo, del corrompersi della materia, che fanno di esse delle «vanitas» esemplari, non necessariamente per la presenza di teschi (che pure ci sono, ma spesso muniti di un lunghissimo naso, come e più del grande scheletro «Calamita cosmica», 1988, di Gino De Dominicis) quanto piuttosto per i resti di pasti, gli avanzi di cibo, i cumuli colanti di uova rotte, i mozziconi schiacciati, le tazzine da caffè sporche, i barattoli vuoti, i tubetti spremuti e gli orsi polari o le tartarughe marine intrappolati dalle reti da pesca: oggetti e merci tipici della nostra civiltà iper-consumistica, tutti destinati alla spazzatura perché privi ormai della loro utilità, e animali selvaggi cui è stata amputata la fierezza e sottratta la libertà. Realizzati, poi, in un materiale che è al tempo stesso fragile e durevole e che, modellato con prodigiosa sapienza, dà vita a una mimesi del reale quasi allucinatoria. Cui si aggiunge l’ammiccamento delle citazioni, dei prestiti, come in «Cuccia Brillo con setter inglese» (2018), in cui figura sì una warholiana «Brillo Box» ma c’è anche un grande granchio (una granceola) che pare uscire da una carta di Albrecht Dürer o da una natura morta fiamminga, mentre il teschio «nasuto» alla De Dominicis torna imperiosamente anche nella scultura «Enigma» (2026), usato per trafiggere con la sua assurda appendice una fila di vecchi libri d’arte.
Dettaglio di Bertozzi & Casoni, «Enigma», 2018, Milano, Fondazione Bagatti Valsecchi ETS