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Margherita Panaciciu
Leggi i suoi articoliIl promemoria firmato il 7 gennaio da Donald Trump, con cui gli Stati Uniti avviano il ritiro da 66 organizzazioni internazionali non riguarda solo diplomazia multilaterale o razionalizzazione dei fondi pubblici ma un arretramento simbolico che investe direttamente l’ecosistema dell’arte, della cultura e dei diritti. Tra le organizzazioni abbandonate figurano enti che, negli ultimi decenni, hanno costituito una vera e propria infrastruttura invisibile per la tutela della libertà artistica, del patrimonio culturale e della sicurezza degli operatori culturali. È qui che si concentra l’allarme lanciato da curatori, artisti, attivisti e istituzioni indipendenti: quando uno Stato si ritira da questi spazi, non si limita a uscire da una stanza, ma contribuisce a svuotarla. A esprimere una delle prese di posizione più nette è stata l’Artists at Risk Connection (ARC), organizzazione con sede a New York, nata nel 2017 come sezione statunitense di PEN International e oggi punto di riferimento globale per il sostegno agli artisti minacciati. La profonda preoccupazione dichiarata dall’ARC riguarda in particolare l’uscita degli Stati Uniti da organismi come l’International Federation of Arts Councils and Culture Agencies (IFACCA), con cui l’organizzazione collabora per garantire protezione, mobilità e continuità lavorativa ad artisti che operano in contesti di repressione, conflitto o esilio forzato.
Il problema per ARC non è solo finanziario ma strutturale. Le reti internazionali che si occupano di libertà artistica funzionano come sistemi di allerta precoce, piattaforme di coordinamento e, in molti casi, come unici canali di visibilità per artisti perseguitati. Indebolirle significa rendere più isolati coloro che già lavorano ai margini della sicurezza. L’elenco delle organizzazioni coinvolte chiarisce la portata del disimpegno: dall’International Centre for the Study of the Preservation and Restoration of Cultural Property, cruciale nella protezione del patrimonio in aree di crisi, alla Freedom Online Coalition, che affronta la censura e la sorveglianza digitale; dal Fondo delle Nazioni Unite per la Democrazia, che sostiene la libertà di espressione, a UN Women, fondamentale per la difesa delle artiste vittime di persecuzione e violenza di genere; fino all’Alleanza delle Civiltà delle Nazioni Unite, che utilizza arte e cultura come strumenti contro la polarizzazione. Il ritiro dagli organismi culturali internazionali non è un atto isolato, ma si inserisce in una più ampia riconfigurazione del rapporto tra politica e cultura negli Stati Uniti, già segnata da pressioni sulle istituzioni, tagli ai finanziamenti e battaglie ideologiche sul contenuto delle opere e dei programmi educativi. L’effetto cumulativo rischierebbe di riflettersi tanto sul piano nazionale quanto su quello globale.
Negli ultimi mesi, gli Stati Uniti hanno già lasciato l’UNESCO, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Accordo di Parigi sul clima e il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, oltre a ridurre drasticamente il sostegno ad agenzie umanitarie chiave. Letti insieme, questi passi delineano una visione del mondo in cui la cultura non è più terreno di scambio ma spazio da delimitare. Per il sistema dell’arte internazionale, la domanda non è solo cosa accadrà senza il contributo statunitense ma chi occuperà il vuoto lasciato e, soprattutto, quale idea di libertà artistica sopravviverà quando le architetture che la sostenevano iniziano a sgretolarsi.
Margherita Panaciciu
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