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Pittore di Licurgo, Cratere a volute apulo a figure rosse, lato A, Uccisione di Neottolemo a Delfi, IV secolo a.C. Napoli, Gallerie d’Italia, Collezione Intesa Sanpaolo

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Pittore di Licurgo, Cratere a volute apulo a figure rosse, lato A, Uccisione di Neottolemo a Delfi, IV secolo a.C. Napoli, Gallerie d’Italia, Collezione Intesa Sanpaolo

Le peripezie del duca de Blacas tra Francia, Italia e Inghilterra • Destino di due collezioni

Quattro puntate sulle orme del diplomatico francese e collezionista di antichità ai tempi della Restaurazione che il 18 maggio 1826 intraprese in incognito il suo viaggio nella «Terra dei Vasi» in Puglia 

Con la fine del regno di Carlo X, nel 1830, per il duca de Blacas inizia un nuovo periodo da esule. Il potere di cui godeva, il prestigio del suo nome, le immense disponibilità finanziarie, fonte di acquisti favolosi, finiscono poco alla volta per stemperarsi perdendo, inesorabilmente, quei contorni tanto ben delineati quanto la fama della sua collezione.  Quando muore, il 17 novembre 1839, ne diventa erede suo figlio Louis. Poche sono le notizie su come questa raccolta fu conservata e fruita: se sia stata interamente ricongiunta a Parigi e non l’abbiano più spostata, se abbia seguito il duca in esilio a Praga e a Gorizia e sia stata esposta per un breve tempo qui, dopo la sua morte, come sembrerebbe da alcuni documenti rinvenuti nell’epistolario dei Blacas.

Nel febbraio del 1866 scompare anche Louis, imponendo nelle sue disposizioni testamentarie che la collezione fosse venduta solo nella sua interezza. Iniziano, così, le trattative per l’acquisizione da parte del Museo del Louvre e durano molti mesi, troppi. Accadde, quindi, l’imponderabile: la raccolta fu «conquistata» in pochissimi giorni, 12 per l’esattezza, dal British Museum di Londra suscitando le ire di Napoleone III. L’intromissione dell’elemento inglese in una causa tutta francese sarà decisiva per l’oblio che subirà la figura di questo diplomatico, già abbastanza detestato in vita dai suoi connazionali. La mancanza di un catalogo completo delle opere che la componevano, e poi del catalogo di vendita, finisce per nuocerle definitivamente al pari di tante importanti collezioni nate nella prima metà del XIX secolo a Napoli o nelle province più meridionali del Regno, come la Puglia. A Ruvo, l’arcidiacono Giuseppe Caputi muore un mese dopo il duca francese, nel dicembre 1839, e anche questa collezione, da cui Blacas comprò i tre famosi rhyta nella primavera del 1826, non rimase nella cittadina pugliese pur essendo stata studiata e pubblicata nel 1877 dall’erede dei fratelli Giovanni e Giulio Jatta, Giovanni Jatta junior, figlio di Giulio Jatta e Giulia Viesti. Non resta a Ruvo, ma riceve una sorte decisamente più fortunata. Nel 1920 fu ceduta dagli ultimi eredi Caputi al marchese Orazio de Luca Resta, appartenente a un ramo romano della famiglia. Risale a questo periodo l’imposizione del vincolo di 35 pezzi, i più noti, da parte dell’allora Ministero della Pubblica Istruzione. Circa trent’anni dopo, la raccolta fu acquistata da Giovanni Torno che la espose a Milano in una forma museale privata, ma sempre disponibile alla visita di studiosi e ospiti illustri. L’ingegner Torno, novello Caputi, la incrementò di numerosi esemplari da lui acquistati in Puglia, in occasione di lavori edili di cui, tuttavia, non sono note indicazioni sul luogo di provenienza. Fra le sue aggiunte, siglate T, si segnalano notevoli esemplari in ceramica di Gnathia come lo skyphos attribuito al Pittore della Rosa con pernice su fiore a corolla e circa 40 pezzi di vasi a vernice nera.

In un raro esempio di climax ascendente per cura e valorizzazione virtuose, l’intera collezione fu acquistata nel 1999 dal gruppo Intesa San Paolo che provvide non solo al restauro e al suo catalogo aggiornato, ma anche a notevoli operazioni di valorizzazione e divulgazione scientifica grazie all’opera infaticabile della compianta professoressa Gemma Sena Chiesa.

Pittore di Lecce, Pelike apula a figure rosse, IV secolo a.C., Napoli, Gallerie d’Italia, Collezione Intesa Sanpaolo

Per anni esposta a Palazzo Leoni Montanari di Vicenza, una delle quattro Gallerie d’Italia, dall’estate 2022 la Collezione Caputi-Intesa ha trovato la sua collocazione definitiva nell’iconico Palazzo Piacentini di via Toledo, a Napoli (sede rinnovata del Banco di Napoli dal 1940).

 A Napoli, quindi, da dove siamo partiti. Nella città in cui arrivò il duca per la prima ambasceria, dopo la morte di Murat, e dove rimase per i primi mesi con il compito di vigilare sulle pratiche del matrimonio tra il duca de Berry e la principessa Maria Carolina, figlia di Francesco I, che succederà al trono del Regno delle Due Sicilie nel 1825 dopo la morte di suo padre Ferdinando I.

A Napoli, dove Giovanni Jatta riusciva a recuperare vasi che sfuggivano al fratello Giulio, trafugati di notte nelle campagne ruvesi, spesso recuperati e immessi nel mercato antiquario partenopeo dall’astuto restauratore del Real Museo Borbonico, Raffaele Gargiulo. A Napoli, dove prima di Blacas solo Lord William Hamilton aveva potuto esportare così tante e importanti opere d’arte.

Di questa bella collezione ruvese, la Caputi, conosciamo bene origine e vicende di formazione grazie a un importante studio condotto dall’Università degli Studi di Milano confluito nell’ampio catalogo citato, a cura della Sena Chiesa (Ceramiche Attiche e Magnogreche-Collezione Intesa, Electa 2006).

L’opera, in tre volumi, analizza le varie parti che compongono la raccolta iniziata dall’arcidiacono Caputi e ampliata dal nipote Francesco Caputi negli anni Settanta del XIX secolo, attualmente composta di 522 esemplari tra ceramica indigena, attica, a vernice nera, sovraddipinta monocroma e policroma, con decorazione a figure rosse apula e lucana e un piccolo nucleo di terrecotte figurate. La singolarità di questa collezione è la conoscenza precisa dei luoghi di rinvenimento dei vasi all’interno delle proprietà terriere dei Caputi, come viene ricordato da Giovanni Jatta nel suo primo catalogo. Una rarità che la contraddistingue e che attribuisce a questi vasi un carattere documentario che nessun’altra raccolta del tempo potrà vantare.

Impossibile non citare il suo capolavoro, l’hydria attica a figure rosse del Pittore di Leningrado con la famosa raffigurazione di un’officina vasaria, il cratere attico dello stesso pittore con la singolare scena di culto a Dioniso, il cratere apulo a figure rosse che ritrae Teseo e il toro maratonio, quello magnifico con l’uccisione di Neottolemo a Delfi e la pelike degli «amanti», tutte opere del Pittore di Licurgo, solo per ricordare alcuni dei suoi pezzi più significativi.

Al secondo piano delle Gallerie d’Italia di via Toledo, in un contesto architettonico straordinario, sono custodite ceramiche antiche bellissime, opere significative non solo per forme e apparato decorativo di pregio quanto per la storia incredibile di cui sono state protagoniste. Una sorta di vaso (tra i vasi) di Pandora made in Ruvo, ancora ben celato rispetto al rumore dei racconti che strepitano nelle immagini dipinte e nell’eco del tempo che rappresentano, di chi le ha commissionate e di chi, dopo, le ha ricercate con una frenesia senza eguali. Una stagione fra le più appassionanti del XIX secolo, per l’Europa intera.

Daniela Ventrelli, 11 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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