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Daniela Ventrelli
Leggi i suoi articoliQuando Casimir de Blacas arriva a Roma come ambasciatore di Luigi XVIII, nel 1816, ha 45 anni, è ancora conte (diventerà duca nel 1821) e vanta un passato da esule agiato di non poco conto.
Il suo temperamento socievole e aperto, la grande passione per l’arte e il bello tout court, una spiccata propensione al lusso, lo pongono adesso nelle condizioni ideali per costituire un importante museo privato. Attività a cui si dedica, a latere di uno degli incarichi principali per gli ambasciatori degli stati più importanti nell’Europa di primo Ottocento: acquisire antichità per i costituendi «Musei Nazionali», e quindi per il Louvre (o «Charles X», come si chiamava inizialmente, dal nome del re a cui Blacas fu più legato).
I suoi detrattori ironizzavano su questo nuovo ruolo di ambasciatore a Roma, affermando che quello fosse davvero il posto ideale per un ministro che «attribuiva importanza, più di chiunque altro, all’immagine dei grandi signori, mecenati delle arti ed esperti antiquari» («attachait plus de prix que personne à la reprèsentation de grand seigneur, de protecteurs des arts, de savant antiquaire»). Resta tuttavia innegabile che, nonostante le convinzioni ultrarealiste del duca, egli abbia dato prova di forte indipendenza morale e spirito critico, sostenendo giovani studiosi e artisti dal fronte politico opposto, addirittura rivoluzionario, come l’egittologo giacobino Jean François Champollion.
Fra i numerosi intellettuali che godettero della sua protezione, abbiamo scelto di raccontare la storia dell’architetto bretone François Mazois (1783-1826), emblematica per una duplice motivazione: l’importanza del ruolo di Blacas nella vita culturale e religiosa romana, l’umanità e il sostegno dimostrati a un artista in difficoltà. Propensioni che, in verità, gli furono possibili anche grazie alla tolleranza politica che il Congresso di Vienna impose ai reali «reintegrati» (Ferdinando IV re di Napoli ora diventa Ferdinando I re delle Due Sicilie) dopo la sanguinaria reazione ai moti del 1799 con le stragi che ne seguirono, specialmente fra gli artisti e gli intellettuali più sensibili del tempo. Mazois, infatti, era l’architetto dei principi francesi voluti da Napoleone alla guida del Regno di Napoli, disegnatore del museo privato della regina Carolina Murat e autore dell’ambizioso progetto editoriale sugli edifici di Pompei, Les Ruines de Pompei, pubblicate in un primo volume nel 1812.
Con la nascita del Regno delle Due Sicilie, l’architetto perse il consenso a corte e si vide interdetto il proseguimento dei lavori per il secondo tomo delle Ruines. Blacas lo aiutò prestandogli una cifra davvero considerevole (21mila franchi), con la quale Mazois pubblicherà nel 1824 questo secondo e agognato volume. E lo sostenne, sin dal 1816, affidandogli un incarico davvero importante: il ripristino della Chiesa e del complesso religioso della Trinità dei Monti.
Quando Blacas giunge a Roma, il Convento reale dei Minimi francesi con la chiesa della Trinità dei Monti, a pochi passi dalla sede dell’Académie de France a Villa Medici, già molto danneggiati nei 15 anni precedenti, sono in uno stato di forte degrado. Il duca ne fa la sua personale crociata: affida all’architetto il progetto di ristrutturazione e agli artisti residenti nell’Accademia il restauro delle pitture esistenti e l’ideazione di nuove opere per le cappelle della Chiesa, tra cui il dipinto «Gesù consegna le chiavi a san Pietro» di Jean Dominique Ingres.
Anche Ingres, caro amico di Mazois, e come lui isolato dopo la fine del Decennio Francese, fu sostenuto moltissimo da Blacas. Il pittore de «La grande odalisca» nel 1818 di lui così scriveva: «grazie al nostro ambasciatore Blacas, che mi ha messo il pennello in mano, mi ha scoperto, e ora dipingo per lui» («le compte de Blacas, notre ambassadeur, qui m’a remis le pinceau à la main, me distingue, et je peins pour lui»).
Il duca, quindi, procede rapidamente alla bonifica dell’intera struttura, annettendola idealmente a Villa Medici con l’obiettivo di costituire una sorta di polo culturale francese a Roma e, allo stesso tempo, lavora per facilitare le relazioni della Francia con la Santa Sede. Restituendo le funzioni religiose del complesso e cedendo alla Chiesa di Roma alcuni terreni pertinenti alla Villa, sul Pincio, conquista definitivamente il papa. Questa operazione, che evidenzia le sue straordinarie capacità diplomatiche e umane, lo rende d’un tratto il personaggio di spicco nella vita culturale romana, offrendogli quel prestigio necessario alla costituzione di una collezione privata d’arte e antichità tra le più importanti del suo tempo.
Mazois, che Blacas aveva voluto anche per ristrutturare a tempo di record il Palazzo arcivescovile di Reims, dove fu incoronato proprio Carlo X, ideatore di notevoli novità urbanistiche a Parigi e autore del famoso «passage Choiseul» nel 2 arrondissement, morirà improvvisamente il 31 dicembre del 1826 (anche di lui quest’anno ricorre un anniversario speciale), senza aver potuto vedere molte delle sue opere editoriali finite.
Oggi, salendo la duplice scalinata che porta alla Trinità dei Monti, in una delle piazze più famose al mondo, alla base della rampa di accesso in un luogo di culto dove il francese è ancora la prima lingua, si può leggere il nome di Blacas e il ricordo di questa impresa. Un’iscrizione dedicatoria che sicuramente sarà sullo sfondo quotidiano di centinaia di migliaia di foto di turisti e romani, ignari di questo frammento di storia non troppo lontana da loro e da noi.
Roma, Trinità dei Monti, iscrizione dedicatoria sulla rampa di accesso della scalinata. Foto Daniela Ventrelli
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