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Francesca Amé
Leggi i suoi articoliCamicia di jeans, caschetto nero, occhialini: Melissa McGill (Rhode Island, Usa, 1969) compare sullo schermo collegata dal suo atelier di New York, in una stanza inondata di luce. Sta preparando i bagagli per venire da noi, in Italia, perché un nuovo progetto l’attende nell’amata Venezia, città dove ha vissuto in anni cruciali per la sua formazione, tra il ’91 e il ’93, e luogo dove torna spessissimo e ha conservato molte amicizie.
Artista e attivista americana nota a livello internazionale per i suoi progetti di arte pubblica su scala monumentale, McGill viene definita spesso anche come una «water storyteller», una che sa raccontare l’acqua e il suo mondo, attraverso un linguaggio interdisciplinare che abbraccia performance, fotografia, pittura e installazioni immersive. Tra i progetti più celebri di Melissa McGill, che in Europa e in Italia è rappresentata da Mazzoleni, spicca «Constellation» (2015-17), un’installazione di Land Art sulle rovine del Bannerman Castle nel fiume Hudson, «In the Waves» (2021), una performance corale a Newport che ha dato corpo e movimento all’urgenza dell’innalzamento dei mari e, a Venezia, «Red Regatta» (2019), colossale progetto che ha visto 52 barche tradizionali solcare i canali con vele rosse dipinte a mano, per celebrare l’identità marittima della città e denunciarne la fragilità.
Ora McGill torna nella Serenissima per un nuovo specialissimo intervento: «Marea» trasforma Corte Nova, nel sestiere di Castello, in un teatro di arte partecipata (30 aprile-10 maggio). Qui, lenzuola dipinte a mano e stese sulle tradizionali «tagge» (stenditoi) diventano una bandiera di resistenza: un grido silenzioso dei residenti contro l’erosione sociale causata dal turismo di massa e la minaccia ambientale dell’innalzamento dei mari. Il progetto, che gode del patrocinio della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco, nobilita il quotidiano atto di stendere i panni in una potente metafora di appartenenza e vitalità lagunare.
Come è nato questo progetto?
Ci sto lavorando da circa tre anni, anche se l’ispirazione visiva risale a molto prima. Il vero percorso veneziano è iniziato con l’evento «Quei de la Corte Nova» l’11 aprile 2025, che ha segnato l’avvio del dialogo con i residenti, la loro conoscenza, le interviste, la raccolta di materiali e ricordi. Per me ogni progetto comincia con l’ascolto. Avendo vissuto lì negli anni Novanta conoscevo bene questa realtà e sentivo la necessità di celebrare questa comunità e la sua «resistenza» attraverso uno storytelling adatto. Stiamo ancora intervistando i residenti e alla fine tutte queste storie confluiranno in un libro e in un film.
Perché ha scelto proprio Corte Nova e l’immagine simbolica delle lenzuola stese?
Fotografo Corte Nova dagli anni Novanta proprio per i suoi panni stesi. Le lenzuola sono un simbolo di residenza: chi sta in albergo non mette i panni fuori dalla finestra. Vedere le lenzuola appese alle «tagge» è un segnale chiaro: quel quartiere vive, è abitato da veneziani, non è solo una cartolina per turisti. Nel progetto, queste lenzuola dipinte s’incrociano tra loro richiamando le onde della laguna: diventano una metafora della nostra interconnessione con l’acqua, un respiro condiviso con l’anima del luogo. Ogni lenzuolo è un’opera d’arte unica, dipinta a mano con un’attenzione che definirei intima.
Parliamo allora della tecnica.
Ho utilizzato il mio archivio personale di fotografie della laguna raccolte in trent’anni per studiare i colori e le diverse espressioni dell’acqua. L’acqua non è solo un soggetto, ma una collaboratrice fisica del progetto: nel dipingere le lenzuola in studio uso tantissima acqua prelevata direttamente dalla laguna. Ho proprio un contenitore di «acqua di Venezia» anche qui (e indica qualcosa alle sue spalle, Ndr). Non è un passaggio secondario o un vezzo: sul tessuto restano le tracce dell’acqua stessa. Questa tecnica è per me un modo per rendere visibile il legame fisico tra l’opera e l’elemento naturale.
«Marea» di Melissa McGill in Corte Nova a Venezia
Conosce Venezia e la frequenta da molto tempo: che cambiamenti ha riscontrato negli ultimi anni?
Quando torni dopo un periodo di assenza, i cambiamenti ti colpiscono con più forza. Ricordo i campi pieni di bambini e le donne sedute fuori dalla porta a chiacchierare o a fare l’uncinetto; oggi questo accade molto meno perché i residenti si sentono osservati dai turisti, come se fossero in una vetrina. Quando ho iniziato a pensare a «Marea», a Corte Nova c’erano pochissimi Airbnb; ora sono aumentati di cinque volte. Voglio dirlo con chiarezza: ho capito che il momento per fare questo progetto è ora, per dare luce a chi è nato e cresciuto in quelle case da generazioni, prima che la città si svuoti del tutto dei suoi abitanti.
In che modo la comunità veneziana è stata coinvolta?
È fondamentale per me lavorare con professionisti locali: il mio team include videomaker, fotografi e comunicatori veneziani. Collaboriamo attivamente con gli studenti dello Iuav. Il cuore dell’azione sarà il workshop di pittura delle lenzuola che inizierà intorno al 18 aprile a San Francesco della Vigna, dove studenti e residenti parteciperanno al processo creativo. L’installazione sarà poi montata il 29 aprile e inaugurata ufficialmente il 30 aprile con una celebrazione collettiva in Corte Nova.
Oltre all’installazione pubblica, ci sarà anche un momento espositivo più tradizionale?
Sì, ci sarà una mostra correlata presso la galleria 10 & zero uno di Chiara Boscolo in via Garibaldi. Ho scelto lei perché è una giovane gallerista che lavora con passione proprio nel quartiere e mi piaceva l’idea di supportare una realtà locale così dedicata alla zona. La mostra ospiterà opere legate al tema dell’acqua e fungerà anche da punto informativo per il progetto pubblico.
Che cosa spera che «Marea» possa lasciare a Venezia e al grande sistema dell’arte che in Laguna in questo periodo si affolla?
Spero che possa essere un modello di come l’arte pubblica possa essere autenticamente collaborativa e non un intervento calato dall’alto da grandi artisti che arrivano a Venezia solo per la Biennale a mettersi in mostra. In un momento di forte «climate fatigue», e direi anche di sofferenza globale, creare qualcosa di bello insieme agli elementi naturali può restituire speranza. Non ho tutte le risposte, ma mi pongo tante domande e credo che la creatività possa essere una forma di problem solving per riconsiderare il nostro rapporto con l’ambiente e con la memoria collettiva.
Un’ultima domanda: che tempi stiamo vivendo secondo lei?
È un periodo estremamente difficile, ogni giorno quello che succede nel mondo mi spacca il cuore. Tuttavia, provo una profonda gratitudine nel poter essere qui a Venezia a realizzare qualcosa di bello insieme alla comunità locale. Da anni il mio modo di lavorare consiste nel creare reti, collaborare in modo creativo per trovare nuove rotte verso il futuro. La risposta giusta a tutto ciò che di brutto accade nel mondo è evitare l’egocentrismo per puntare su progetti collettivi. Recentemente ho ricevuto una residency dalla Rockefeller Foundation di Bellagio proprio per esplorare come innescare cambiamenti («catalyzing change» viene detto tecnicamente) attraverso il dialogo interdisciplinare tra artisti, scienziati, poeti e giornalisti. Sono stata felice e onorata di questa proposta perché credo fortemente nel lavoro multidisciplinare. L’arte negli spazi pubblici ha il compito unico e fondamentale di unirci ed esplorare ciò che è possibile fare insieme.
Melissa McGill mentre lavora alle lenzuola di «Marea» in Corte Nova a Venezia