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Louise Nevelson, «An American Tribute to the British People», 1960-65

© Estate of Louise Nevelson © Tate, Londres, Dist. GrandPalaisRmn/Tate Photography

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Louise Nevelson, «An American Tribute to the British People», 1960-65

© Estate of Louise Nevelson © Tate, Londres, Dist. GrandPalaisRmn/Tate Photography

L’autobiografia scolpita di Louise Nevelson in mostra a Metz

Dopo cinquant’anni, la sede distaccata del Centre Pompidou dedica una nuova retrospettiva all’artista pioniera dell’installazione e delle «environmental sculptures»

Luana De Micco

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«Non è solo una scultura, è un intero universo a prendere vita», dichiarava Louise Nevelson nel libro-intervista del 1976 Dawns and Dusks, curato dalla sua assistente Diana MacKown. L’artista statunitense, ucraina di nascita, ha costruito per quarant’anni «ambienti» totali, rivoluzionando l’approccio tradizionale alla scultura, non più oggetto da osservare, ma luogo da esplorare, introducendo il principio di immersione sensoriale che influenzerà anche Minimal Art e Land Art. Per la prima volta in Francia da cinquant’anni, il Centre Pompidou-Metz allestisce dal 24 gennaio al 31 agosto la retrospettiva «Louise Nevelson. Mrs. N’s Palace», in cui si restituisce la natura composita dell’opera dell’artista, scomparsa nel 1988, che fu pioniera dell’installazione e delle «environmental sculptures». 

Nata a Pereiaslav, nei pressi di Kiev, nel 1899, Louise Nevelson si trasferì con la famiglia negli Stati Uniti quando era bambina. Negli anni Trenta fu assistente di Diego Rivera e nel 1941 presentò la sua prima personale alla Nierendorf Gallery di New York. Associata spesso al Cubismo e al Costruttivismo, Nevelson andò nei primi anni Cinquanta in Messico e in Guatemala alla scoperta dell’arte precolombiana. È dopo questi viaggi che iniziò a realizzare le sue prime sculture in legno, monumentali e geometriche, eppure cariche di magia. La retrospettiva ricostruisce tre momenti fondanti: gli ambienti degli anni Cinquanta, i celebri «muri» fatti di frammenti urbani riciclati e la stagione matura dei «Dream Houses» e di «Mrs. N’s Palace». «Moon Garden + One» è la prima grande installazione, presentata nel 1958 al Grand Central Moderns di New York, a mostrare il rapporto intimo tra arte e corpo, centrale nel lavoro di Nevelson, anticipando la dimensione performativa degli ambienti, e in cui la danza diventa lo «strumento per entrare in risonanza con il suono del proprio corpo»: «La danza è possesso dello spazio», diceva la stessa Nevelson. 

I «muri» che l’artista realizza nel dopoguerra e durante gli anni Sessanta sono architetture astratte realizzate a partire da materiali di recupero dalle strade di New York, città di adozione e fonte inesauribile di spunti creativi, organizzati in elementi modulari poi dipinti tutti con lo stesso colore: nero, bianco, oppure oro. «Non c’è luogo in cui ho vissuto, che non abbia trasformato in un ambiente a mia immagine», disse Louise Nevelson. «È in questo che forse risiede la chiave della sua opera, l’eredità fondamentale che lascia alla storia dell’arte, sotto forma di quelli che lei chiama i suoi ambienti, poi le sue atmosfere, in un’epoca in cui l’arte dell’installazione, così come emerse negli anni Sessanta, non era ancora stata teorizzata», osserva la curatrice della mostra, Anne Horvath, in un testo introduttivo alla rassegna. Le sue case atelier, da East 30th Street a Spring Street, sono a loro volta opere in trasformazione, preludio alle installazioni monumentali. 

Particolare attenzione viene data nel percorso alla serie delle «Dream Houses», iniziata nel 1972, sculture abitabili con porte e finestre, rifugi che «giocano sull’ambiguità tra voyerismo e la rivelazione volontaria dello spazio intimo. Nel 1972, osserva ancora la curatrice, una tale rappresentazione dello spazio domestico è anche politica, entrando in risonanza con la pubblicazione del testo manifesto Wages Against Housework di Silvia Federici e con la mostra collettiva “Womanhouse”, risultato di un progetto femminista portato avanti da Judy Chicago e Miriam Schapiro al California Institute of Art». 

Al centro della mostra c’è poi «Mrs. N’s Palace», opera colossale rivelata nel 1977, che dà il titolo alla mostra, su cui Nevelson lavorò per 13 anni e che donò al Metropolitan, dov’è tuttora esposta nel percorso permanente. Un ambiente che «riassume tutto il suo pensiero artistico», secondo Horvath. Germano Celant la definì «un’autobiografia scolpita». La mostra di Metz arriva in un momento di rinnovato interesse per l’artista, in particolare dopo la rassegna del 2022, «Louise Nevelson: Persistence», ospitata come evento collaterale ufficiale alle Procuratie Vecchie, a Venezia, in occasione della 59ma Biennale, segnando il 60mo anniversario della partecipazione dell’artista alla Biennale del 1962, quando rappresentò gli Stati Uniti. La mostra di Metz raggiungerà il Musée Soulages di Rodez nell’ottobre 2026.

Louise Nevelson, 1969 ca. © Estate of Louise Nevelson. Licensed by Artist Rights Society (Ars), Ny/Adagp, Paris / © Courtesy Jeanne Bucher Jaeger, Paris- Lisbonne/ Droits réservés

Luana De Micco, 19 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

L’autobiografia scolpita di Louise Nevelson in mostra a Metz | Luana De Micco

L’autobiografia scolpita di Louise Nevelson in mostra a Metz | Luana De Micco