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Una veduta della mostra «Miss America» a Palazzo de’ Toschi, Bologna

Foto: Carlo Favero

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Una veduta della mostra «Miss America» a Palazzo de’ Toschi, Bologna

Foto: Carlo Favero

L’arte e la sua ombra: Francisco Tropa a Bologna

«Miss America», la prima personale italiana dell’artista portoghese, è una riflessione sul presente, sull’arte e sul paesaggio attraverso enigmatiche visioni

Matteo Bergamini

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La storia dell’ombra, e dunque dell’arte; la riflessione sul tempo e sulla scultura; la messa in opera di un paesaggio fortemente connotato e l’attenzione concettuale: è una mostra complessa «Miss America» (fino al primo marzo), prima personale italiana dell’artista portoghese Francisco Tropa (Lisbona, 1968) già rappresentante del Portogallo alla Biennale di Venezia del 2011. Inaugurata nelle sale di Palazzo de’ Toschi, sede della Banca di Bologna (main sponsor del progetto) in occasione di Art City 2026, il programma collaterale di Arte Fiera, e curata da Simone Menegoi, «Miss America» si compone di due grandi installazioni ambientali che sono una complementare all’altra: da un lato l’opera (e l’accadimento) si offre allo spettatore grazie all’oscurità, dall’altro è la luce piena la condizione richiesta per la vita della seconda installazione.

Stavolta, al secondo piano di Palazzo de’ Toschi, si entra alla mostra passando per «Lantern with clock mechanism» (2025), la grande proiezione su schermo di una cassa di orologio, che ruota continuamente sotto una teca. Un’opera apparentemente molto ermetica, ma che osservata senza sovrastrutture rivela la sua leggera e sincera profondità, secondo le parole di Tropa: «La “Lanterna” riporta all’origine della creazione delle immagini, per questo per me è una lanterna magica: è la base della fantasmagoria. Quello che mi affascina molto, inoltre, è il fatto che osserviamo un’immagine che non ha la normale identità a cui siamo abituati: si tratta di una figura non mediata. Non è una fotografia, non ha uno schermo retroilluminato a comporla; rimanda alla storia della rappresentazione. E non appena ci abituiamo all’oggetto reale qui presente, la scatola dell’orologio, ecco che esso stesso scompare dalla nostra attenzione man mano che il nostro sguardo si lascia attrarre da questa camera oscura così elementare».

Una volontà di recuperare la possibilità di vedere in un altro modo, di assaporare nuovamente il mistero della percezione, oggi completamente annichilito dalla virtualità e dalla velocità delle immagini che nemmeno cerchiamo più e che, al contrario, «cadono» sotto ai nostri occhi.

Lo stesso mistero è anche nascosto nel titolo di questo progetto: «È un enigma sulla parola Miss (signorina) che può anche essere interpretata come Missing (scomparsa). Si aprono, così, due aspetti; da una parte, l’idea di un concorso di bellezza che concettualmente mi interessava perché l’estetica ha sempre a che fare con l’arte e, dall’altra, “Miss America” parla del nostro presente, di ciò che sta accadendo oggi: della mancanza di un’idea gloriosa, persino democratica, interrogando ciò che ci porta la nostalgia del passato», ci spiega l’artista, formalizzando lo scollamento che esiste tra questo titolo «moderno» e l’anima «antica» delle opere, che vivono assolutamente complementari.

Eccoci allora al cospetto di «Miss America», l’installazione site specific che offre il nome alla mostra e che si apre sul salone di Palazzo de' Toschi, completamente illuminato dalla sua splendida luce naturale che si riflette sul pavimento chiaro. «Mi sono lasciato ispirare da questo spazio difficilissimo, unendo una riflessione sulla scultura e sull’idea di paesaggio. Ho pensato a quest’installazione come metamorfica, installabile in innumerevoli altri luoghi senza che possa perdere la sua identità», spiega Tropa, mentre attraversiamo un «varal» (parola portoghese che definisce quell’area della casa o di un cortile dedicata all’asciugatura dei panni), dove appesi a cavi sostenuti da bastoni di bronzo e presi con mollette a loro volta di bronzo vi sono una serie di lenzuola candide. D’un tratto, entrano in scena due performer: con movimenti lenti, quasi pensati, salgono su una scaletta e compiono il rituale del ritiro della biancheria. Piegano le lenzuola, le ripongono in grandi bacinelle ai piedi dei pali, se ne vanno senza parlare, lasciando l’ambiente completamente vuoto: uno spazio in potenza dove la presenza e l’assenza dell’atto dello scolpire sono sostituite dai volumi che lo sguardo accoglie, che sa riconoscere.

Ecco, per la seconda volta, il materializzarsi della poesia della visione e le sue variazioni attraverso quel che resta di una semplice azione domestica, usata come medium dell’arte. E poi il paesaggio: «Miss America», che dal 29 aprile al 20 giugno andrà in mostra alla galleria Jocelyn Wolff di Parigi, ci riporta alle città di ieri, alla melancolia del secolo scorso e dei suoi «senza filtro» anche attraverso una serie di cartelli-copie di antichi avvisi, di negozi o di bar, che l’artista ha riprodotto partendo dagli esemplari raccolti nella sua collezione: «Tabacco sfuso solo al banco», «Birra alla spina», «Cercasi cameriere». In «Miss America», oltre a entrare nella dimensione del concettuale più vibrante, siamo trasportati nelle calli di Venezia, tra le ruas de Mouraria e di Alfama, a Lisbona... o magari al lato degli orti delle antiche cascine del bolognese, dove tradizionalmente si stendeva il bucato, in qualsiasi stagione.

Scrive Simone Menegoi, nella pubblicazione che accompagna la mostra: «Tropa, fedele a una concezione di arte come forma di esperienza antitetica alla comunicazione, all’informazione, ai contenuti, non offre la scorciatoia di una spiegazione data una volta per tutte, lasciando aperta la libertà di interpretazione»: una delle condizioni di cui, oggi, probabilmente sentiamo più la mancanza.

Una veduta della mostra «Miss America» a Palazzo de’ Toschi, Bologna. Foto: Carlo Favero

Matteo Bergamini, 12 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

L’arte e la sua ombra: Francisco Tropa a Bologna | Matteo Bergamini

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