Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Quella che legava Giuseppe Panza di Biumo (1923-2010) a Josef Albers (1888-1976) e ai suoi dipinti della maturità, fatti di quadrati sottilmente modulati che sono in realtà esercizi incessanti sul colore e sulla luce, era una vera affinità elettiva. «Non acquistò mai sue opere, perché preferiva puntare sui talenti emergenti, ci dice Gabriella Belli, che da curatrice della programmazione scientifica di Villa e Collezione Panza, a Varese, ha voluto fortemente la mostra dell’artista tedesco-americano, ma la moglie Giuseppina me lo rammentava sempre. E a lei, infatti, questa mostra è dedicata». Difficile del resto immaginare un’arte più affine nello spirito «a questi spazi e al loro silenzio, continua Gabriella Belli, a quella visione chiara, razionale e al tempo stesso spirituale, che ha guidato Giuseppe Panza nel formare la sua collezione. Sebbene io, più ancora che di spiritualità, per Albers preferisca parlare della “moralità” del suo fare pittura, della sua etica del lavoro e del mestiere, affinata negli anni del Bauhaus e poi praticata per tutta la vita».
Dal 9 aprile al 10 gennaio 2027 la Villa e Collezione Panza apre i suoi spazi espositivi alla mostra «Josef Albers: Meditations», presentata dal Fai-Fondo per l’Ambiente Italiano Ets e dalla Josef e Anni Albers Foundation: 38 opere giunte da tutto il mondo delle due serie «Variant/Adobe» e «Homage to the Square» (questa, condotta fino alla morte, arrivò a contare oltre 2mila tra dipinti e stampe) avviate rispettivamente nel 1946 e nel 1950, quando Albers era sulla sessantina, e sviluppate per oltre 20 anni. Fondate su una struttura semplice e replicabile all’infinito ma suscettibile di innumerevoli varianti grazie all’interazione dei colori da lui accostati in modo da modificarne la percezione, queste opere, spiega Nicholas Fox Weber, curatore della mostra e direttore esecutivo della Fondazione Albers, offrono «una pura esperienza sensoriale e chiedono un’attenzione alle sensazioni che provocano: ecco allora che ciò che è piatto e bidimensionale appare modulato e tridimensionale e che gli stessi colori assumono personalità diverse a seconda degli accostamenti».
Josef Albers, «Young Prediction (Homage to the Square)», 1954, collezione privata. © The Josef and Anni Albers Foundation. Foto: Tim Nighswander/Imaging4Art
Josef Albers, «Study for Homage to the Square: Lone Whites», 1963, The Josef and Anni Albers Foundation. © The Josef and Anni Albers Foundation. Foto: Tim Nighswander/Imaging4Art
Singolare il metodo di lavoro adottato dall’artista in queste tavole di masonite scelte per la loro «prosaica solidità». Come rammenta Weber (che gli è stato accanto per decenni), contraddicendo la sensazione comune che il quadrato minore sia dipinto per ultimo, sopra alle stratificazioni di colore di quelli più grandi «Albers dipingeva per primo il quadrato centrale, poi aggiungeva, fuori da questo, il secondo colore, poi il terzo. Non sovrapponeva mai un colore a un altro, né li mischiava: ognuno era applicato sulla preparazione bianca. Poi sottoponeva le opere a un esame con lampade dalla luce diversa, più fredda o più calda, per verificare l’interazione dei colori. Quanto alle misure delle opere, che a un certo punto aumentarono, a un incauto intervistatore che insisteva a ipotizzare le ragioni più diverse per il cambio di scala, dopo molte ipotesi di quello, spazientito rispose: “Ragazzo, no! Semplicemente avevamo acquistato una station wagon più grande”». Albers era così e «con la moglie Anni, straordinaria artista pure lei, praticava una sorta di “deificazione” del visivo».
Nato in una piccola città mineraria della Westfalia, Josef Albers entrò nel 1920 al Bauhaus, dove dopo cinque anni divenne a sua volta insegnante. La sua fortuna fu la chiamata, nel 1933, a insegnare al Black Mountains College, appena fondato ad Asheville, in North Carolina, dove si trasferì con la moglie Anni per spostarsi poi nel Connecticut, ma la serie «Variant/Adobe» gli fu suggerita da un viaggio in Messico, dove quella semplice architettura in mattoni crudi («adobe», appunto, che negli stessi anni stregò anche Georgia O’ Keeffe) gli ispirò le prime forme quadrangolari, poi sviluppate negli «Homage to the Square». La mostra ne esibisce esempi sceltissimi, in perfetta consonanza con la natura e l’architettura (che pure è settecentesca) della sede.
Intanto, da marzo e per l’intero anno, il Fai presenta a Villa e Collezione Panza «2015-2025|Dieci anni, dieci nuove opere», un progetto che celebra le acquisizioni entrate a far parte della collezione permanente dal 2015. L’ultima è «Arabesque» (2024) di Tony Cragg, una scultura in vetro nero donata nel 2025 dall’artista al Fai, mentre sono state riallestite le opere di Wim Wenders, Robert Wilson e Wolfgang Laib che, con i lavori di Jene Highstein, Robert Irwin, Meg Webster e Sean Scully, documentano l’impegno della Fondazione nell’arricchire costantemente la raccolta, muovendosi nel solco tracciato dal gusto e dalla cultura del fondatore.
Sean Scully, «Looking Outward», 2019, Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2019 (per donazione dell’artista). Foto: Michele Alberto Sereni. Courtesy Magonza, Arezzo. © Fai-Fondo per l’Ambiente Italiano 2026
Tony Cragg, «Arabesque», 2024, Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2025 (per donazione dell’artista). Foto: Michele Alberto Sereni. Courtesy Magonza, Arezzo. © Fai-Fondo per l’Ambiente Italiano 2026