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Karma International Courtesy of Art Basel

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Karma International Courtesy of Art Basel

L’arte contemporanea oggi? Manca il coraggio di esprimere giudizi

Prosegue il confronto avviato da «Il Giornale dell’Arte» sull’arte contemporanea oggi e sui criteri di selezione: giudicare significa avere la lucidità di schierarsi, assumere il rischio del conflitto di idee, di posizioni, di visioni del mondo. E oggi il problema è la scomparsa di soggetti disposti a esporsi in prima persona, compresi i musei e la critica

L'articolo apparso su «Il Giornale dell’Arte» il 15 agosto scorso, firmato Federica Pellegrin, pone una questione reale, e la pone bene: non sono gli artisti a essere troppi, sono i filtri a essere venuti meno. Concordo con la diagnosi: la critica che ha perduto la propria funzione prescrittiva, il curatore trasformato in costruttore di progetti più che in soggetto di giudizio, la novità divenuta essa stessa convenzione. Sono stati pochi, in questi anni, ad accorgersene per tempo e a dirlo con chiarezza (Michele Dantini tra questi, e qualche altra voce rimasta sostanzialmente isolata, se non emarginata) mentre il sistema, tutto intero, preferiva festeggiare la propria espansione come un segno di vitalità. Proprio perché condivido la diagnosi, credo si debba avere il coraggio di spingersi oltre la terapia che l'articolo lascia intravedere nelle righe finali: una «discussione condivisa» sui criteri di ricerca, profondità, originalità e coerenza.

È una proposta comprensibile, ma nasconde un equivoco che vale la pena portare alla luce, perché è lo stesso equivoco che negli ultimi due secoli ha reso l'arte sempre più simile a un'altra cosa da sé. Un criterio «condiviso», deciso in una discussione aperta e orizzontale, è un ideale squisitamente democratico: presuppone un soggetto plurale che delibera e converge su una regola comune. Ma l'arte non è mai stata, e non deve essere, democratica in questo senso. Non perché debba restare privilegio di pochi per censo o casta, ma perché il suo criterio di valore non nasce da un consenso, bensì da un giudizio: singolare, rischioso, esposto, che non può essere delegato a un tavolo di lavoro né a un sondaggio di settore, per quanto colto.

La radice del problema sta nella confusione fra due essenze diverse: quella democratica, propria della vita pubblica dell'arte ('accesso, la fruizione, l'educazione allo sguardo, che devono essere quanto più ampi possibile), e quella propriamente aristocratica del giudizio estetico, fondata sul riconoscimento reciproco dell'eccellenza fra chi condivide una stessa tensione creativa, senza alcun titolo ereditario a garantirla; e insieme anarchica, perché priva di un principio unico e di un'autorità che detti le regole dall'alto. Una comunità senza re, ma non per questo senza criteri: criteri che essa produce continuamente da sé, nel dialogo e nel conflitto con la propria tradizione, non in un'assemblea che si accorda su parole chiave da mettere in un bando. È una comunità, però, che non si regge da sola: vive solo finché qualcuno, al suo interno, trova il coraggio di esercitare quel riconoscimento fino in fondo, senza diluirlo in un consenso più largo e più comodo.

Ma dire che manca il coraggio non basta, se non si aggiunge di che cosa questo coraggio sia fatto. Wittgenstein annotava che i pensieri hanno un prezzo, e che quel prezzo si paga con il coraggio. Il giudizio critico non è mai un'operazione neutra: è un atto che espone chi lo compie, che rinuncia alla comodità di una posizione arbitrale per assumere, apertamente, un punto di vista di parte. Giudicare significa avere la lucidità di schierarsi, di dire da dove si guarda e perché si preferisce un'opera a un'altra; significa assumere il rischio del conflitto di idee, di posizioni, di visioni del mondo, invece di nascondersi dietro l'apparente equità di un panorama in cui tutto viene presentato, con eguale enfasi, come rilevante. La falsa imparzialità è spesso solo un modo elegante per non prendersi la responsabilità di una preferenza.

Non sono mancati, negli ultimi vent'anni, tavoli, manifesti, linee guida, comitati di selezione allargati: la governance del giudizio si è moltiplicata proprio mentre il giudizio, quello vero (parziale, situato, capace di dire «io penso questo e mi assumo il rischio di sbagliare») spariva. Il problema non è la povertà di procedure condivise, è la scomparsa di soggetti disposti a esporsi in prima persona, a dire con nome e cognome che un'opera regge il confronto con la storia dell'arte e un'altra no.

Anche la trasgressione diventata convenzione, la ricerca dell'inedito trasformata in automatismo, va letta in questa luce. Le avanguardie storiche cercavano il nuovo come rottura di un ordine ancora riconoscibile; oggi il nuovo è l'unico ordine possibile, l'unica moneta accettata, e proprio per questo ha smesso di significare qualcosa. Non è un guasto recente: è l'esito di un secolo che ha rinunciato a chiedersi cosa sia l'essenza del gesto artistico, accontentandosi di misurarne la distanza dal già visto.

Il museo avrebbe, in questo scenario, un compito preciso e in gran parte disertato: non essere una vetrina che rincorre le stesse logiche di rinnovamento a cui sono soggette le gallerie e le fiere, ma tornare a essere uno spazio critico, capace di guardare all'arte con uno sguardo che non coincide necessariamente con quello dell'oggi. Lo stesso vale per la critica, che dovrebbe tornare a essere un esercizio di riflessione autonoma e apertamente schierata, non un servizio di comunicazione al seguito delle mostre che accompagna.

Capisco perché questo linguaggio suoni sospetto: sa di gerarchia, di esclusione. Ma la vera alternativa a un'aristocrazia del giudizio non è una democrazia dei criteri: è la competizione, barbara e violenta, del mercato e della visibilità, dove tutti sgomitano per lo stesso istante di attenzione e nessuno, alla fine, riesce davvero a distinguersi. Il grande paradosso non si risolverà mettendo più persone attorno a un tavolo a discutere di criteri. Si risolverà solo se qualcuno, di nuovo, avrà il coraggio di esprimere giudizi.

Federico Ferrari, 29 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

Federico Ferrari

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