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Ludovica Zecchini
Leggi i suoi articoliQuando il sistema dell’arte decide di fare rete, il valore culturale si trasforma con naturalezza in risorsa civile. È il principio guida dell’asta benefica ospitata nelle sale milanesi di Artcurial, a Palazzo Crespi (Corso Venezia 22), in programma per il prossimo 19 novembre a favore di Fondazione Operation Smile Italia ETS.
L’iniziativa nasce per sostenere le attività mediche e chirurgiche di Operation Smile, organizzazione globale che da oltre quarant'anni garantisce cure sicure, tempestive e gratuite a bambini e adulti con labiopalatoschisi e malformazioni cranio-maxillo-facciali nei Paesi a basso e medio reddito.
Un impegno che sul territorio si riflette in modo tangibile anche attraverso il Centro di Cura e Formazione di Operation Smile a Milano presso l’ASST Santi Paolo e Carlo — unico polo europeo dell’organizzazione attivo tutto l’anno per l'assistenza multidisciplinare e la formazione specialistica di professionisti medici provenienti dai Paesi a basso e medio reddito — e che trova in questa serata un’ulteriore cassa di risonanza grazie al contributo degli sponsor Studio Isolabella e Advant Nctm, affiancati dal sostegno della casa editrice Umberto Allemandi e de «Il Giornale dell’Arte» sotto la guida del direttore Luca Zuccala.
A tessere le fila critiche e progettuali di questa raccolta è il curatore Giacinto Di Pietrantonio, che abbiamo incontrato per comprendere genesi, visioni e scelte di un progetto in cui l'estetica si converte in atto di solidarietà.
Arte e solidarietà: quale relazione si crea quando un’opera d’arte diventa anche uno strumento concreto di sostegno a una causa sociale? E quale responsabilità assume, in questo contesto, chi è chiamato a costruire un’asta benefica?
Quando interpelliamo gli artisti per una causa di questo tipo è “a suo buon cuore”. Gli artisti rispondono sempre con generosità a questo tipo di chiamata, perché vogliono redistribuire un po’ della fortuna che li ha baciati. Poi non dimentichiamo che tutti abbiamo, o possiamo, avere bisogno dell’aiuto dell’altro: è la condizione umana. Gli artisti, al di là di quello che generalmente si crede, non sono narcisisti autoreferenziali, ma sovente hanno una grande sensibilità e l’altro sempre con sé dentro.
Dietro ogni asta c’è una scelta curatoriale. Qual è stata la tua idea guida nella selezione delle opere e che cosa hai cercato di raccontare attraverso l’insieme dei lavori proposti?
Non si tratta di una scelta curatoriale in solitaria, in questa operazione siamo coinvolti in molti…
Io sono stato chiamato da Laura Castelli, membro del CDA della Fondazione Operation Smile ETS Italia, che ha chiesto a me e a Luca Zuccala, direttore del Giornale dell’Arte, di aiutarla a organizzare un’asta di opere donate dagli artisti per sostenere la fondazione. Poi strada facendo si sono aggiunti delle amiche e degli amici che ci hanno aiutato a contattare artisti, come la collezionista Giuliana Setari.
Abbiamo aderito con l’unica idea curatoriale possibile, quella della solidarietà e dell’amicizia. Infatti, gli artisti sono stati lasciati liberi di donare quel che voglionoin base alla propria sensibilità. E così, è successo che alcuni si son sentiti di fare delle opere ad hoc per l’occasione, altri hanno scelto l’opera tra quelle che avevano già. Alcuni ci hanno coinvolto nella scelta, altri no, e per noi entrambe le cose hanno funzionato, perché lo scopo qui non è quello di mettere in mostra l’idea curatoriale, o l’artista, ma raccolgiere fondi.
Per cui se stai leggendo questa intervista segnati in agenda data e ora dell’asta e vieni a trovarci nella sede della casa d’aste Artcurial in Corso venezia 22 a Milano il 19 novembre.
Hai scelto di affiancare artisti storicizzati e contemporanei: quali elementi hanno orientato le tue scelte e che tipo di dialogo volevi creare tra linguaggi, epoche e sensibilità artistiche differenti?
Quella di mettere insieme artisti di generazioni diverse è una costante del mio lavoro curatoriale, che ha sviluppato negli anni una curatela di tipo trasversale sia generazionale, sia poetica. Gli artisti che hanno aderito all’iniziativa benfica hanno età e poetiche molto diverse che io faccio da sempre convivere, perché credo molto nella convivenza umana e dei linguaggi poetici.
Insomma, in quanto curatore dipendente dall’arte, credo che l’arte esista al di là delle “barriere” linguistiche e poetiche. Poi in una operazione di questo tipo la solidarietà non è e non deve essere solo nei confronti di Operation Smile, ma anche tra tutti quelli che vi sono coinvolti: artisti, critici, curatori, collezionisti…
Quando l’arte incontra una causa come quella sostenuta da Operation Smile, può nascere un legame che va oltre il valore dell’opera. Che rapporto hai cercato di costruire tra gli artisti selezionati, le loro opere e il progetto dedicato alla cura del labbro leporino e delle patologie del volto?
Certamente oltre il valore dell’asta vi è quello dell’amicizia che, come l’amore, è un bene primario: insieme alla solidarietà, questi sono i pilastri su cui poggia questa operazione. Come ho detto prima, in questo caso, per usare una metafora contadina, il fine ultimo “è quello di portare il grano in cascina” per ridare il sorriso a persone che per cause naturali sono nate con deformazioni al volto. Certo si può anche cercare una via critica curatoriale, dicendo che quello di occuparsi della deformazione del volto e del corpo in generale è una costante dell’arte moderna e contemporanea, ma quella appunto è arte, qui è la vita che si cerca di riportare sui binari della classicità a cui tutti i nostri corpi aspirano.
Ludovica Zecchini
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