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Adolfo Wildt, Maschera del dolore (Autoritratto), 1909

Foto Barbara Verduci, 2026 © FAI

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Adolfo Wildt, Maschera del dolore (Autoritratto), 1909

Foto Barbara Verduci, 2026 © FAI

L’anima e il marmo: Adolfo Wildt a Villa Necchi Campiglio

In occasione della Milano Art Week, il FAI trasforma un’assenza in un’opportunità critica, tessendo un dialogo tra collezionismo privato e istituzioni pubbliche nel segno della scultura

Camilla Sordi

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Esistono vuoti che non sono mancanze, ma spazi di risonanza capaci di generare nuove narrazioni. È il caso di Villa Necchi Campiglio dove l'assenza temporanea de Il puro folle (Parsifal), iconico marmo della Collezione Gian Ferrari prestato ai Musei di San Domenico di Forlì, ha innescato un cortocircuito virtuoso in occasione della Milano Art Week 2026. Il FAI, che gestisce la villa, trasforma questa sottrazione in un’opportunità critica, tessendo un dialogo tra collezionismo privato e istituzioni pubbliche nel segno di Adolfo Wildt, il mistico del marmo che ha saputo traghettare la scultura dal XIX al XX secolo con una precisione quasi chirurgica. Dal 15 aprile al 28 giugno, il percorso espositivo accoglie quattro capolavori che si integrano silenziosamente tra gli arredi di Portaluppi, mantenendo intatto quello spirito domestico che rende la villa un organismo vivo.

Cuore di questo scambio culturale è il ritorno a Milano della Maschera del dolore (Autoritratto) del 1909, un’opera viscerale dove il tormento interiore dell’artista si fa materia levigata e quasi diafana. Questo prestito forlivese diventa il perno attorno a cui ruotano tre gemme provenienti da collezioni private, solitamente sottratte all'occhio del pubblico. Tra queste spiccano i contributi della collezione di Massimo Minini, che permettono di riscoprire un Wildt inedito e giovanile. Si pensi ad Atte (La Vedova) del 1892, scolpita nel marmo di Candoglia, lo stesso che compone la carne del Duomo di Milano. Un’opera che rappresenta l’ultimo, sublime addio della scultura alla tradizione ottocentesca. Accanto ad essa, il Martirologio del 1895 rivela già i primi segni della modernità, con tagli dei piani che sembrano anticipare le imminenti rivoluzioni del Cubismo e del Futurismo.

Il percorso si completa con L’anima e la sua veste del 1916, testimonianza di una maturità in cui Wildt riesce a rendere la pietra sottile come seta e spirituale come una preghiera. Come suggerisce con acume il gallerista Massimo Minini nel suo testo critico, questa non è semplicemente una mostra, poiché «con un artista serio, burbero e intransigente come Wildt non si può scherzare. Egli è stato il punto di sutura tra due mondi, il maestro che ha guidato Fontana e Melotti verso nuove astrazioni partendo da un rigore metodico quasi arcaico, esplicitato nel suo celebre trattato sull'arte del marmo». Visitare Villa Necchi in questi mesi significa dunque partecipare a un dialogo tra la solidità dell'architettura razionalista e la tensione di un uomo che vedeva nel marmo l'unico specchio possibile per l'anima umana, offrendo al visitatore quella densa «ombra de vin» che solo la grande arte sa lasciare in eredità.

Adolfo Wildt, Atte (La Vedova), 1892. Foto Barbara Verduci, 2026 © FAI

Adolfo Wildt, Martirologio, 1895. Foto Barbara Verduci, 2026 © FAI

Camilla Sordi, 18 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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